“L’Uccello del Sole” di Wilbur Smith – Recensione

[Titolo originale: The Sunbird]

Il mio giudizio in breve:

Romanzo interessante che descrivere con immagini molto evocative sia i luoghi esotici dell’Africa Meridionale sia una feroce, opulenta civiltà del passato. Ho trovato davvero intrigante l’idea di fondo del parallelo fra le due epoche, meno riuscito lo svolgersi della narrazione.

L'Uccello del Sole

Ho già letto alcuni libri di Wilbur Smith alcuni anni fa, preferendo i volumi indipendenti perché le saghe mi danno un po’ l’impressione di non concludersi compiutamente a meno di non averle lette per intero. In generale posso dire di apprezzare questo scrittore, soprattutto per il modo in cui riesce a trattegiare con vivido realismo le bellezze africane. Così, quando ho visto che era disponibile in formato elettronico un suo romanzo che ancora non conoscevo, ho deciso di acquistarlo.

L’uccello del sole” si può idealmente dividere in due; la prima metà del volume ci mostra come l’archeologo Ben Kazin – dopo anni trascorsi a raccogliere testimonianze che i suoi colleghi non hanno mai considerato significative – sia sul punto di provare che un’antica civiltà di origine fenicia avesse fondato una città in Sudafrica. Lo studioso infatti, suffragato anche dalle prove fornite da alcune foto satellitari, si reca in Botswana, dove pian piano porta alla luce armi, antiche pitture, gioielli ed infine un’iscrizione in cui si racconta la storia di Opet, la mitica ‘Città della Luna’ della cui esistenza lui non ha mai dubitato. La seconda metà del libro racconta invece la storia conclusiva di questa ricca città, nascosta dai suoi fondatori (sfuggiti all’ira dei Romani dopo la distruzione di Cartagine) nelle anse di un fiume celato nelle misteriose valli dell’Africa Nera. E questo remotissimo passato, inaspettatamente, si rifletterà sul presente e sulla vita stessa dei partecipanti alla spedizione archeologica di Ben …

La prima parte del libro (lo si capisce soprattutto a posteriori) è essenzialmente una complessa preparazione per la metà successiva, tuttavia la narrazione non appare monotona perché permette di scoprire qualcosa su ciascuno dei tre maggiori protagonisti: il brillante (ma fisicamente quasi deforme) studioso, l’uomo d’affari ricco ma un po’ cinico, la giovane assistente la cui presenza sembra spezzare per la prima volta la decennale amicizia fra l’archeologo ed il suo principale finanziatore. Personaggi non proprio originalissimi, ma ben tratteggiati e posti in uno sfondo (l’Africa tanto amata dall’autore) di cui Smith tratteggia con assoluta maestria la notevole bellezza.

Questa sezione del romanzo è ambientata nel presente, o meglio nel 1972 (anno della prima pubblicazione dell’opera), e a mio parere il suo peggior difetto è proprio il risentire del modo di pensare tipico di quarant’anni fa. Per quanto siano suggestive le descrizioni del paesaggio, si nota un certo paternalismo nel modo in cui Smith descrive i boscimani in rapporto all’uomo bianco, caratteristica molto evidente anche nell’ottica con cui è vista la ribellione locale di Mageba. Vengono presentate cacce grosse che fanno quasi inorridire e nel complesso la mia impressione nel leggere queste pagine è stata di scarso rispetto per le popolazioni indigene della zona. L’esempio più eclatante di ciò che intendo è la noncuranza con cui un campo archeologico (coi suoi generatori, pista di atterraggio, abitazioni) trasforma di colpo un’area bellissima ed incontaminata (che fra l’altro i boscimani considerano una sorta di rifugio spirituale) mentre l’unica preoccupazione degli archeologi sembra legata alla necessità di pagare il governo per avere il permesso di scavare il sito.

Il secondo tempo è quasi un altro libro, una magnifica rielaborazione che, romanzando alcuni fatti reali della storia antica, crea un affresco grandioso per una civiltà che il lettore sa, purtroppo, destinata alla distruzione. Ci troviamo di fronte ad una riuscitissima mescolanza di amicizia, amore, guerra e tradimenti, che si susseguono a ritmo incalzante portando il forte regno di Opet sempre più vicino alla propria fine. Questa metà della trama è assolutamente, completamente avvincente nel presentare un intreccio ricco di azione, lotte politiche, vendette personali, amori contrastati, inganni ed egoismi.

In “L’uccello del sole” si trovano dunque avventura, storia, romanticismo, ma anche molta violenza. In un certo senso, Smith sembra essersi focalizzato sul descrivere il lato primitivo della natura umana, caratterizzato da crudeltà, avidità ed ingiustizia. L’appassionata storia d’amore bilancia solo in minima parte la ferocia che traspare in tanti episodi (soprattutto delle vicende antiche) o il senso di malessere opprimente che accompagna il lettore nell’approssimarsi alla tragedia finale.

Come si può intuire, trovo che la parte “moderna” del romanzo sia la più debole, benché per fortuna il rispecchiamento di personaggi antichi e contemporanei contribuisca a creare una certa suspense anche nel presente. Il legame quasi soprannaturale che sembra unire Ben e i suoi compagni ai principali artefici della grandezza (e del crollo) di Opet, dà vita ad un gioco di specchi che sarebbe risultato ancora più appassionante se l’autore non avesse suddiviso così nettamente i due tempi della narrazione. Probabilmente all’epoca in cui Wilbur Smith scrisse il libro, l’idea di dividerlo in due a questo modo risultò innovativa e particolare. Personalmente avrei preferito una maggior alternanza fra i due periodi storici – un po’ come ho fatto io nello strutturare il mio “Nelle ombre dei sogni”.

Nonostante alcuni difetti, “L’uccello del sole” rappresenta comunque a mio avviso una piacevolissima esperienza di lettura. La trasposizione fra i personaggi del passato e del presente mi ha avvinta e ciò che ammiro maggiormente è come Wilbur Smith sia stato in grado di creare un quadro talmente vivido della civiltà antica, con il suo alternarsi di sofferenza e brutalità. Insomma, questo romanzo è sicuramente meglio di molti libri d’avventura pubblicati negli ultimi anni.

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