“La lunga marcia” di Richard Bachman (Stephen King) – Recensione

[Titolo originale: The Long Walk]

Il mio giudizio in breve:

Inquietante cronaca dell’alternarsi fra il desiderio di morte ed un ultimo, residuo attaccamento alla vita. Insolito ma toccante romanzo che indaga nella mente di un giovane, travolto dallo sfinimento fisico fino alle soglie della pazzia a causa di una macabra sfida.

La Lunga Marcia

Non amo particolarmente i romanzi di Stephen King (non sono esattamente il mio genere), eppure reputo questo “La lunga marcia” una fra le più affascinanti delle sue opere. Concepito negli anni ’60, mentre lo scrittore frequentava il college, il manoscritto è stato pubblicato alcuni anni dopo con lo pseudonimo di Richard Bachman.

E’ la storia di come un ragazzo di nome Ray Garraty debba sopravvivere alla più grande sfida della sua vita – la Lunga Marcia. Senza dire troppo (per non rovinare l’atmosfera a chi non conosce il libro) posso riassumere davero brevemente questo evento annuale come una sbalorditiva competizione in cui 100 adolescenti iniziano a camminare nel Maine, al confine fra Canada e Stati Uniti, spostandosi verso sud. Quando la velocità del passo scende sotto le 4 miglia all’ora, viene emesso un avviso; dopo 3 avvisi, se si rallenta di nuovo, si viene uccisi.

Ci troviamo chiaramente in una realtà distopica, benché Stephen King lasci molta indeterminazione su come, dall’America che tutti conosciamo, si sia giunti ad una tale situazione socio-politica. Il confine fra gli Stati Uniti “reali” e quelli romanzati come sono presentati nella Lunga Marcia è nebuloso, oscuro; il che da un lato conferisce una magistrale nota d’indeterminazione alla vicenda, dall’altro non permette di dare ai personaggi ed alla gara stessa un reale background. Sappiamo solo che il rappresentante massimo delle istituzioni organizza una prova che si configura come l’evento sportivo più seguito ed atteso: gli spettatori si riversano in massa lungo il percorso, le scommesse fioccano ovunque, l’intera nazione è pronta ad applaudire. Ma questa non è una competizione normale: vera prova di resistenza, sia mentale che fisica, è un’autentica lotta contro la morte più che contro gli altri partecipanti.

La lettura del romanzo porta immancabilmente all’ovvia domanda: perché qualcuno dovrebbe offrirsi volontario per questa impresa, sapendo che andrà quasi sicuramente incontro alla morte? Il libro sviluppa questo tema con notevole acume, introducendo e sviluppando i personaggi di molti dei ragazzi in gara. Conoscendo Garraty, McVries, Olson, Baker, Barkovitch, Stebbins, assistendo ai loro capricci, al modo in cui si esprimono le loro diverse personalità, alla differente visione della vita che i vari adolescenti possiedono, il lettore scopre che ognuno ha scelto di partecipare alla Lunga Marcia per un motivo diverso. E le loro discussioni si trasformano man mano che i diversi giovani, dopo aver spinto il proprio corpo al punto di rottura, avvertono l’avvicinarsi della morte.

Col progredire del romanzo il lettore è guidato lungo il percorso – come se lui stesso stesse partecipando alla marcia – ed ogni evento significativo è menzionato, ogni imprevisto registrato. Sentiamo la pressione della folla, che si assiepa ai margini della strada sperando segretamente di vedere qualcuno morire davanti ai propri occhi. Ecco così che la folla si tramuta in una massa amorfa eppure ruggente, che cerca di vivere con maggior intensità succhiando l’energia di chi ha avuto il coraggio di partecipare alla Marcia.

La sfida intanto prosegue, dagli originali 100 concorrenti si passa a meno del 50, poi ad appena una manciata di ragazzi rimasti. Lo scenario diventa allora sempre più intenso: quello che era iniziato quasi come un viaggio diventa una vera e propria gara, una estenuante fatica il cui premio ormai è la vita stessa. I piccoli gruppi formatisi in precedenza, l’affiatamento, l’impulso di aiutare un compagno in difficoltà, tutto sembra affievolirsi di fronte alla prospettiva della fine. Chi morirà dopo? Con quale atteggiamento accetterà che un proiettile lo uccida?

Anche se la suspense si costruisce lentamente, raggiunge un notevole effetto drammatico soprattutto dalla metà circa del libro, tenendo avvinta l’attenzione del lettore. E benché il finale sia in parte prevedibile, la sua ambiguità genera una piacevole sorpresa. Rende il romanzo ancora più surreale, escludendo definitivamente ogni possibilità di sperare in un lieto fine. Quello che secondo me penalizza il ritmo è la ripetitività che si configura anch’essa a partire dalla metà della vicenza: una parte di marcia, un’eliminazione, un flashback, e poi di nuovo (e di nuovo).

Nel complesso, devo dire che mi è comunque piaciuto leggere “La lunga Marcia”. La storia in sé ha una semplicità quasi disarmante ma è notevole il modo in cui Stephen King riesca a scavare in profondità nei personaggi, persino nella folla indistinta che vuole vedere i suoi idoli crollare nel proprio sangue. A differenza di molti altri romanzi dell’autore, questo è secondo me soprattutto un romanzo di suspense drammatica piuttosto che dell’orrore. Si tratta in ogni caso di una lettura che consiglio a chiunque, fan o meno di Stephen King

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