“Marea” di Douglas Preston e Lincoln Child – Recensione

[Titolo originale: Riptide]

Il mio giudizio in breve:

Un libro d’avventura avvincente, che intrattiene piacevolmente con uno stile paragonabile a quello di Michael Crichton o Clive Cussler. Lo spunto da cui prende avvio la storia è ricco di potenzialità (non interamente sfruttate) e la narrazione procede con ritmo quasi sempre serrato. Non un capolavoro ma sicuramente una buonissima lettura d’evasione.

Marea-cover

Nel primo capitolo del libro viene presentato il personaggio principale, Malin Hatch, come un ragazzo che incappa suo malgrado in una raccapricciante tragedia familiare mentre si avventura col fratello maggiore in una minuscola isola perennemente avvolta nella nebbia al largo del Maine. Le pagine successive sono nuovamente ambientate a Ragged Island, ma 30 anni dopo, quando viene messo in atto il tentativo di recuperare il tesoro che vi è sepolto, protetto secondo le leggende da una secolare maledizione. Intrigante l’idea del salto temporale (che presenta un mistero la cui spiegazione ovviamente sarà data con esaustività solo nel finale), coinvolgente la presentazione del luogo cardine di tutto lo svolgersi della vicenda. Se a questo si somma la presenza di un tesoro sommerso, di mappe e leggende risalenti all’epoca della pirateria e degli arrembaggi corsari, di un pozzo insondabile dove gli anfratti naturali sono disseminati di trappole micidiali, direi che gli ingredienti per un romanzo da leggere tutto d’un fiato ci sono tutti. Eppure qualcosa in “Marea” non mi ha convinta fino in fondo.

Iniziamo con le note positive, che sono comunque numerose. Innanzitutto l’aspetto “tesoro dei pirati”, una base di partenza così tante volte sfruttata e che tuttavia conserva ancora un fascino indiscutibile. Ebbene, Preston e Child riescono secondo me a rivisitarla da un’angolazione gradevolmente particolare, spostando il mistero dall’individuazione del luogo dove è sepolto un leggendario tesoro ai trabocchetti da superare per entrarne in possesso. Il pozzo costituisce il cuore di questo romanzo, al punto da diventare quasi una creatura viva che con le sue labirintiche diramazioni e i suoi segreti mortali obbliga la squadra di recupero ad individuare metodi sempre più creativi ed intelligenti per giungere all’agognata meta.

Oltre ad aver posto un luogo come principale ostacolo alla trama, gli autori hanno focalizzato in un sinistro, misterioso artefatto dal fascino irresistibile il motore che guida i comportamenti dei diversi personaggi nei momenti cruciali. Contrariamente a quanto accade nella maggior parte dei romanzi d’azione, la nemesi in questo libro non è un individuo malvagio e megalomane: semplicemente non è una persona quanto piuttosto una cosa, o forse per meglio dire un insieme di fattori inanimati.

Altro aspetto che ho apprezzato è il mix di storia, archeologia, geologia, medicina, crittografia, informatica, architettura che Preston e Child hanno saputo creare. Mi piace sempre leggere di un mistero antico, perché i fatti del presente avvicinano il lettore alla sua soluzione e garantiscono la sicurezza di svelare quello che fin dall’inizio ha intrigato la mia immaginazione. Questo fattore è presente in “Marea” ed è unito (in maniera generalmente ben riuscita) allo sforzo di amalgamare nozioni di svariati campi per consentire al lettore di raccapezzarsi in tutti gli aspetti toccati dalla trama. Ecco allora che alcuni paragrafi ci presentano Macallan, l’architetto costretto a progettare il pozzo, mentre altri ci spiegano il funzionamento delle moderne apparecchiature usate per gli scavi o la conformazione particolare dell’isola. Come dicevo queste informazioni di contorno sono di solito ben miscelate fra loro e solo raramente appesantiscono il ritmo della narrazione (cosa che a mio parere fanno invece quasi sempre i fin troppo dettagliati sermoni del reverendo Clay).

Ma accanto a questi pregi, ho purtroppo riscontrato anche alcuni difetti (o per lo meno aspetti che potevano essere migliorati). Primo fra tutti la prevedibilità dei personaggi: l’affascinante archeologa sottomarina verso cui Malin sente nascere un’attrazione sempre più forte, l’antica innamorata che si rivela una versione sbiadita di quello che i ricordi serbavano nel cuore, il capitano ossessionato dal desiderio di ritrovare il tesoro nascosto nel pozzo, il reverendo che lancia anatemi dal pulpito ma sa dimostrare all’occorrenza la forza della vera fede, lo storico che ha quasi una fobia per le moderne tecnologie, l’esperto di computer geniale ma con problemi nel socializzare. Come se non bastassero queste caratterizzazioni sin troppo abusate, a parte il protagonista gli altri personaggi sono relativamente poco sviluppati (soprattutto quelli femminili: Claire risulta praticamente monodimensionale, Isobel con il suo esotismo e la sua energia è meno amorfa ma tutt’altro che memorabile).

A dispetto di questi protagonisti decisamente stereotipati, la trama si mantiene avvincente ma nel finale si fa così forzatamente avventurosa e rocambolesca che solo una completa sospensione dell’incredulità permette di accettarla. Perché nei romanzi d’azione l’eroe deve sempre salvarsi da una situazione talmente drammatica da risultare del tutto inverosimile? Cosa dimostra Malin correndo e affannandosi tanto, se non che i protagonisti hanno la fortuna di non morire mai e di cavarsela in imprese fisicamente degne di atleti olimpici?

Non ho apprezzato nemmeno il modo in cui è stato descritto il pozzo, perché a dir la verità non sono riuscita a focalizzarlo con chiarezza. Man mano che la storia progrediva le informazioni fornite mi parevano discordanti, al punto da rendermi difficile creare nella mia mente un’immagine di questo mortale intrico di cunicoli, trappole e pareti rocciose. Il che non sarebbe stato grave se non che – come ho detto – il pozzo riveste un ruolo quasi da protagonista nel romanzo e quindi non poterne avere un’idea ragionevolmente definita mi ha infastidita parecchio.

Concludendo, l’opinione che ho di “Marea” è quella di un libro decisamente piacevole da leggere, che consiglio anche se avrebbe potuto risultare ancor più appassionante. Lo considero comunque un romanzo interessante e intendo leggere almeno un’altra opera della coppia Preston-Child per farmi un’idea più precisa su questi due autori.

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