“La sfida” di Candice Hern – Recensione

[Titolo originale: Once a Scoundrel]

Il mio giudizio in breve:

Secondo capitolo della trilogia imperniata sulla rivista “Ladies’ Fashionable Cabinet”, questo romanzo mi ha profondamente delusa. Oltre ad essere estremamente prevedibile nelle sue linee generali, ho trovato completamente anacronistico il comportamento dei personaggi. Una lettura davvero mediocre, che ho faticato a non interrompere prima della fine.

laSfidaHern

Cosa è successo all’autrice? Tanto era fresco, leggero e godibile il primo volume della trilogia (“Mia dolce sognatrice“), tanto è improbabile e fastidioso questo. Lo stile non è significativamente mutato, al contrario il libro risulta tutto sommato scorrevole dal punto di vista linguistico e l’autrice riesce come in precedenza a tratteggiare in modo interessante i personaggi (anche quelli secondari), eppure quasi subito mi sono sentita tradita da come procedeva la narrazione.

Il primo elemento che non rende certo memorabile “La sfida” è dato dalla trama, un po’ povera e spesso trattata nel romance: due vecchi amici-nemici si ritrovano anni dopo, ovviamente entrambi bellissimi, ma a causa della caparbietà dei rispettivi caratteri non comprendono per diverso tempo che il sentimento provato adesso l’uno verso l’altra è amore. Dato che però tutto sono fuorché reciprocamente indifferenti, i protagonisti perseverano nel punzecchiarsi a vicenda e nel trovare pretesti per trascorrere del tempo insieme.

A questo canovaccio molto prevedibile viene data una sferzata di originalità dal fatto che, mentre Anthony è il tipico esponente del bel mondo (che trascorre il proprio tempo a bere con gli amici e giocare d’azzardo), Edwina al contrario si occupa di un’attività tutt’altro che tradizionale, ovvero la direzione di un giornale. Questo scenario particolare permette un interessante sviluppo dei personaggi, almeno all’inizio: Edwina infatti è preoccupata che Anthony voglia rivestire un ruolo attivo nella conduzione della rivista, e ciò la spinge a sotterfugi e piccole menzogne.

Purtroppo però questo aspetto viene presto soffocato dalle puerili e continue sfide fra i due, che si ripetono incessantemente una dopo l’altra come se l’unico scopo dei protagonisti fosse battersi l’un l’altro. Una scommessa iniziale, fatta per soffocare il fastidio di Anthony al pensiero del suo cimelio di famiglia sfruttato come simbolo del Cabinet, secondo me ci può stare; mi ha infastidita invece questo continuo accavallarsi di sfide che paiono nascere ed alimentarsi solo a causa dell’attrazione sessuale che l’uomo prova per Edwina.

Il che porta al secondo elemento che a mio giudizio ha reso tanto deludente la storia: i personaggi (soprattutto eroe ed eroina) si comportano come se vivessero duecento anni dopo il periodo in cui è ambientata la storia. Avevo apprezzato molto la patina di autenticità che l’autrice era riuscita a dare a Simon ed Eleanor in “Mia dolce sognatrice”: magari c’era un momento di impulsività, o di collera, ma nel complesso i due agivano come ci si poteva attendere da nobili e borghesi di inizio Ottocento. Cosa che purtroppo Anthony e Edwina fanno molto raramente: non si preoccupano di rimanere spesso soli insieme, parlano di argomenti alquanto insoliti o addirittura molto personali, tanto che finiscono più di una volta per essere sul punto di spogliarsi a vicenda. Ma a questo punto non ho potuto fare a meno di chiedermi se usare delle scommesse come pretesto per frequentarsi non fosse davvero un pretesto ben povero, visto quanto si erano già confidati i due e come si fossero amati appassionatamente in un impeto di follia.

Il colpo di grazia ad un romanzo già reso traballante da tutti questi fattori, lo ha dato l’estrema lentezza della narrazione. Il ritmo infatti viene spesso spezzato dai monologhi (anche solo mentali) dei protagonisti ed ulteriormente appesantito dalle ripetute dissertazioni sulle idee progressiste di Edwina e della rivista. Ormai abbiamo capito che per la donna il femminismo e l’emancipazione, nonché un certo impegno politico, sono aspetti fondamentali (a dispetto delle tragiche esperienze vissute in prima persona a Parigi anni prima), non mi sembrava proprio necessario ribadire così spesso quale fosse lo scopo recondito dei Parrish e dei loro amici/collaboratori nel gestire il giornale.

Insomma, il libro in sé non è peggiore di tanti altri, ma avendolo letto con le aspettative create dal primo volume della trilogia ne ho più che mai patiti i difetti: trama prevedibile, personaggi interessanti ma incoerenti, ritmo lento. Spero solo che il terzo romanzo dedicato alla direzione del Cabinet (al quale desidero comunque dare una possibilità) si dimostri più appassionante di questo.

Voto: gifVotoPiccola

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