“L’ombra del faraone” di Robin Cook – Recensione

[Titolo originale: Sphinx]

Il mio giudizio in breve:

Un libro avvincente, che riesce a mantenere una discreta plausibilità pur nel dipingere il mistero di una preziosa statua scomparsa e le disavvetnure di un’egittologa un po’ sprovveduta che si trova suo malgrado coinvolta nella vicenda. L’ambientazione nell’Egitto contemporaneo è uno dei fattori vincenti della storia, permettendo all’autore di alternare l’indiscutibile fascino delle aree archeologiche con le intricate indagini legate ai favolosi reperti finiti sul mercato nero.

ombraFaraone

Ecco un altro romanzo tutt’altro che nuovo (risale al 1979) ma mentre ero in biblioteca a scegliere qualche libro di fiabe per i miei figli, mi è caduto l’occhio su questo titolo e siccome trovo sempre appassionanti le trame legate all’Egitto, in particolare quello archeologico, ho pensato di dare una chance a quest’opera di Robin Cook.

Il primo capitolo, ambientato nella Valle dei Re durante il regno di Seti I, tratteggia un episodio di saccheggio delle ricche tombe faraoniche, che costituirà il sotterraneo filo conduttore (ovviamente sconosciuto ai personaggi del romanzo) della ridda di eventi che si svolgeranno nel presente – o meglio nell’ormai un po’ datato 1980 – ed avranno come protagonista Erica Baron, esperta egittologa che si reca nella patria dei suoi studi per prendere una pausa da una relazione che sta minacciando di ingabbiare i suoi interessi e annullare la sua individualità.

A quanto ho scoperto leggendo il retro di copertina, l’autore – Robin Cook – è famoso soprattutto per i suoi medical thriller, da cui “L’ombra del faraone” si discosta nettamente perché la componente medica è del tutto sostituita da quella archeologica. Personalmente classificherei il romanzo come un’opera a metà fra thriller ed azione, con uno sfondo particolare dato dai luoghi turistici egiziani più noti in quanto i fatti narrati ruotano attorno al ritrovamento di un’inestimabile statua di Seti I finita sul mercato nero ma di tale valore che in molti sembrano pronti ad uccidere per impossessarsene.

Benché non mi senta di assegnare al libro una valutazione entusiastica, tuttavia l’ho trovato davvero ben scritto, ricco di potenzialità (alcune non del tutto sviluppate purtroppo) e con un ritmo avvincente. A parte alcune parentesi iniziali in cui la narrazione si sposta a Boston, che spezzano un po’ l’azione egiziana, il susseguirsi degli eventi è condotto con abilità, in modo da ridurre i tempi morti ed invogliare il lettore a non interrompersi. Qualche descrizione qua e là può apparire eccessivamente didascalica, come se Cook avesse ceduto all’impulso di mostrare che aveva fatto ricerche dettagliate sull’argomento prima di scriverne, ma anche queste parti risultano ben amalgamate alle altre più avventurose ed aiutano a calarsi nella realtà tratteggiata nel romanzo.

L’aspetto che ho comunque preferito in “L’ombra del faraone” è stata la sostanziale verosimiglianza delle disavventure che accadono ai protagonisti: non sono mai mostrate situazioni estreme, da cui l’autore intervendo come un deus-ex-machina onnipotente trae d’impiccio i personaggi in maniera spettacolare ma poco credibile. Erica, indiscussa protagonista del romanzo, vive sicuramente molte peripezie ma non mi hanno mai dato l’impressione che fossero forzate, o che il suo modo di uscirne fosse solo un incredibile colpo di fortuna. Per una volta la protagonista non domina gli eventi né tiene sempre tutto sotto controllo, al contrario è spesso lei stessa a ritrovarsi in balia degli imprevisti e vittima di circostanze a cui non ha la forza o i mezzi per opporsi.

Anche i personaggi sono secondo me nel complesso ben sviluppati e soprattutto credibili. Erica a volte sembra un po’ più sciocca di quanto non mi sarei aspettata da una giovane laureata, ma anche quando le sue decisioni sono poco condivisibili e i suoi comportamenti irrazionali, si ha comunque un forte senso di immedesimazione col personaggio. Certo, fa un po’ sorridere il pensiero che dopo aver visto commettere un omicidio praticamente sotto i propri occhi la nostra eroina chiuda la giornata decidendo di farsi una rilassante doccia calda, ma l’autore è stato molto bravo nel rendere la tensione di Erica, i suoi dubbi così come gli improvvisi entusiasmi.

A differenza di molti personaggi letterari, Erica non è assolutamente un super-eroe, al contrario. Da un lato la sua vita sentimentale attraversa un periodo difficile, dall’altro la scelta di recarsi in Egitto sembra averla messa in una situazione pericolosa, e la giovane donna reagisce come potrebbero fare tante persone comuni: con rabbia, lasciandosi sopraffare dall’istinto, alternando momenti di sicurezza ad altri in cui non riesce a capire di chi fidarsi e da chi stare lontana.

Quello che mi è spiaciuto, ed è probabilmente il motivo principale per cui il libro non mi ha appassionata maggiormente, è l’assenza di un protagonista maschile altrettanto ben caratterizzato. I personaggi che compaiono nel romanzo sono pochi e di loro addirittura tre uomini ruotano intorno ad Erica, ma a nessuno viene dato un particolare spessore: Richard si riduce a rappresentare il fidanzato per bene che tollera senza capirla appieno la passione di lei per l’egittologia; Yvon è il playboy sempre elegante, dotato addirittura di aereo privato e di tutte le più discutibili conoscenze; Ahmed l’impegnato burocrate che si è posto certe regole nella vita e non intende derogare ad esse. Personaggi funzionali allo sviluppo della trama, ma purtroppo nessuno di loro possiede abbastanza peso nella narrazione per costituire l’adeguato “compagno di avventure” all’eroina.

Un’ultima osservazione desidero farla in relazione al titolo del libro: per una volta la traduzione italiana risulta più azzeccata rispetto all’originale, in cui “Sphinx” rimane davvero un inesplicabile punto interrogativo per il lettore, che non vede la Sfinge se non da molto lontano nel romanzo, mentre avverte come palpabile l’ombra lasciata dal potente eppure misterioso faraone Seti I.

Come concludere? Mi è piaciuto molto questo libro, che ho terminato in due giorni perché trovavo davvero difficile interrompere la lettura. Mi ha avvinta il mix di realismo ed avventura che ha saputo trasmettermi, il tutto condito da intrighi, mistero ed anche un tocco di romanticismo. Credo però che la storia, ben pensata e ben descritta, sarebbe risultata ancora più intrigante se Cook avesse affiancato all’eroina un protagonista maschile di maggior spessore e carisma.

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