“Il segreto della tomba d’oro” di Elizabeth Peters – Recensione

[Titolo originale: The Hippopotamus Pool (Amelia Peabody #8)]

Il mio giudizio in breve:

L’idea del romanzo investigativo-archeologico è intrigante ma viene svolta in maniera poco brillante: lo stile è troppo cattedratico per essere scorrevole e l’ambientazione in Egitto con la conseguente scoperta di un’antica tomba sono poco più che un pretesto per parlare poi solo di una banale truffa fra antiquari.

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Questo romanzo, pubblicato una decina di anni fa col titolo “Amelia Peabody e la tomba perduta” e poi di nuovo nel 2008 come “Il segreto della tombra d’oro“, è opera di Elizabeth Peters, uno degli pseudonimi adottati da Barbara Mertz, prolifica scrittrice statunitense molto conosciuta anche sotto il nome di Barbara Michaels. L’autrice ha dedicato al personaggio di Amelia Peabody una lunga serie di volumi e questo (l’ho scoperto solo dopo che il libro mi era già stato regalato) non è il primo, perciò suggerisco a chi vi si approccia per la prima volta di iniziare con “La sfida della mummia” e proseguire per quanto possibile rispettando l’ordine dato dalla Peters.

Benché infatti le storie siano tutte autoconclusive, vi è una certa consequenzialità che risulta più agevole rispettare (la protagonista si sposa, poi ha un figlio, il figlio cresce e collabora sempre più attivamente alle indagini dei genitori) e – soprattutto – i romanzi presentano molti rimandi ai “capitoli” precedenti. Questo accade quantomeno in “Il segreto della tomba d’oro“, dove gli accenni, i ricordi e i riferimenti ad avventure precedenti sono proprio numerosi e sono risultati per me (che non conoscevo quei libri) davvero poco chiari.

In questo volume Amelia, suo marito Radcliffe, il precoce figlio Ramses e la loro pupilla Nefret sono intenti a preparare una spedizione che li condurrà a Tebe. Lo scavo tuttavia sarà funestato da un’improvvisa morte per avvelenamento, un’inaspettata catena di imprevisti, la presenza di ladri e manigoldi nonché di turisti rompiscatole e giornalisti ficcanaso. La situazione diventa ancora più difficile quando prima Ramses e poi Nefret scompaiono misteriosamente nel nulla.

Il romanzo include tutti i normali colpi di scena ed ingredienti tipici dei gialli: assassini, rapitori, ladri. Eppure la storia ha un intreccio dallo sviluppo così lento che il lettore continua a chiedersi quando la famiglia di archeologi riuscirà mai a trovare la tomba e iniziare gli scavi veri e propri. La costruzione della trama prende un tempo terribilmente lungo e rende difficile rimanere concentrati sul tema: il primo momento davvero avventuroso si verifica al decimo capitolo, quando una banda di ladri attacca la famiglia Emerson, e poco dopo quando viene rapito Ramses. Questi due eventi sono gli unici significativi conflitti tra il gruppo di archeologi e i ladri ed anche se in seguito la narrazione viene movimentata da altre peripezie (il che rende la lettura più interessante e più facile da seguire), non compensa questo inizio tanto lento.

La precedente edizione del romanzo, dal titolo "Amelia Peabody e la tomba perduta"
La precedente edizione del romanzo, dal titolo “Amelia Peabody e la tomba perduta”

L’autrice passa troppo tempo a sviluppare la parte descrittiva (vivida, ma a lungo andare ripetitiva) e di conseguenza non ha abbastanza spazio per il finale, che sembra frettoloso e non ben collegato con il resto della storia. Dopo una parentesi centrale ricca di inganni, misteri e false identità, la soluzione giunge piatta e deludente.

Forse anche perché nel romanzo sono presenti, secondo me, troppi personaggi: l’eroina femminista Amelia Peabody, il suo robusto marito Emerson, il figlio decisamente fastidioso, l’affascinante pupilla e naturalmente una folta schiera di antagonisti, dai rapitori ai tombaroli. Se il tempo per sviluppare compiutamente la trama è scarso, lo stesso accade per la caratterizzazione dei personaggi: essendo raccontata in prima persona da Amelia, la storia mostra più che altro il suo punto di vista, un po’ asciutto e con poca personalità, contraddistinto essenzialmente dai sottili riferimenti a momenti intimi (o sessuali) col marito ed alla sempre accesa rivalità accademica fra i due coniugi.

Gli altri personaggi sono di fatto inutili, pochissimo sviluppati, mal amalgamati fra loro e con la trama: Cyrus, Kevin e David sembrano davvero superflui; Ramses è poco più che un ragazzino pestifero; Nefret singolarmente noiosa; sir Edward e miss Marmaduke poco più che figure sullo sfondo. A questo si sommano dialoghi confusi e poco interessanti, anch’essi spesso ripetitivi: più di una volta mi sono trovata a pensare che la parte investigativa sarebbe risultata molto più avvincente eliminando gran parte della conversazione inutile che Elizabeth Peters ha incluso nella trama.

Avevo letto relativamente al personaggio di Amelia Peabody “se Indiana Jones fosse di sesso femminile, una moglie e madre che ha vissuto in epoca vittoriana, si tratterebbe di Amelia Peabody Emerson, un’archeologa le cui avventure straordinarie sono garanzia di divertimento”: beh, per me non è stato assolutamente così e non posso che sconsigliare questo libro a chiunque voglia godersi un bel romanzo giallo.

Voto: gifVotoPiccola

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