“La regina della casa” di Sophie Kinsella – Recensione

[Titolo originale: The Undomestic Goddess]

Il mio giudizio in breve:

Libro interessante, a tratti prevedibile ma con trovate carine e uno stile scorrevole. Alcune situazioni sono un po’ improbabili ma nel complesso è una lettura rilassante e piacevole che pur nella sua leggerezza spinge comunque a riflettere su noi stessi, a farci prendere ogni tanto un po’ di tempo per noi, per analizzare se la nostra vita è proprio come la vorremmo per essere felici.

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Ho voluto scrivere questo post perché un paio di settimane fa avevo recensito in maniera decisamente negativa uno dei lavori più recenti della Kinsella, “Fermate gli sposi!” (qui la rensione), e pur non essendo pentita di ciò che avevo scritto in quanto la mia opinione di quel libro è davvero bassa, mi spiaceva dare l’impressione che non valga la pena leggere i romanzi di questa autrice.

Al contrario, penso che Sophie Kinsella sia di solito molto brava nel costruire chick-lit di successo in cui ad una trama piacevolmente moderna e “banale” si alternano momenti più inaspettati e divertenti e in cui i personaggi sono approfonditi e ben caratterizzati. La scrittrice deve la sua fama alla serie “I love shopping” (che ho letto e mediamente apprezzato), ma personalmente ho trovato più piacevoli altri suoi romanzi, fra i quali “La regina della casa“, di cui voglio appunto parlare oggi.

Il libro si apre presentando la voce narrante della storia, Samantha Sweeting, ventinovenne avvocato aziendale, le cui priorità – così come per il resto della sua famiglia – sono tutte legate alla realizzazione professionale. A poche ore dalla riunione nella quale si stabilirà se Samantha è destinata a diventere socio dello studio per cui lavora, questa giovane donna in carriera scopre con orrore che per una sua disattenzione un cliente ha perso 50 milioni di sterline. In stato di shock, il brillante avvocato fugge dall’ufficio e, affranta, si ritrova in una piccola città sconosciuta, dove viene scambiata per un’aspirante governante. Samantha, consapevole di essere diventata lo zimbello del mondo giuridico decide di salvare il salvabile nella sua vita ridotta in frantumi e finge di essere realmente una governante.

Anche se a questo punto ci saranno molte cose prevedibili (primi fra tutti i disastri che Samantha combina cercando di occuparsi di una villa quando lei non aveva mai nemmeno imparato a far bollire un uovo o cucire un bottone, oppure l’evolversi del rapporto con Nathaniel) queste non vengono mai affrontate in modo banale. Alnzi il romanzo nel suo complesso è a mio parere ricco di trovate inaspettate e ha una profondità che molti volumi del genere chick-lit – primi fra tutti gli “I love shopping” che hanno reso l’autrice famosa, e ricca – non riescono a raggiungere.

La carta vincente di “La regina della casa” è data sicuramente dalla personalità di Samantha: il suo lavoro e in fondo la sua intera vita non sembra siano mai stati messi in discussione finché un errore clamoroso ed irreparabile non la costringe a bruciare i ponti con tutto ciò che ha fatto fino a quel momento. Nel suo bisogno frenetico di allontanarsi dai problemi di Londra, Samantha approfitta dell’errore dei Geiger per fingersi una persona che non è ma accettando il lavoro che le offrono scopre che fare la governante (per quanto enormemente sottopagato rispetto al suo impiego da avvocato) potrebbe richiedere capacità che lei non ha.

E’ divertentissimo seguire con l’immaginazione le situazioni spesso irreali in cui la protagonista va a cacciarsi ed il modo (dispendioso ma non privo di astuzia) con cui riesce a ingannare i Geiger, ma l’abilità della Kinsella in questo libro risiede nel non esasperare l’inadeguatezza di Samantha, che dopo il trauma di aver scoperto il proprio sbaglio si assume la responsabilità per le sue azioni e non gioca a fare la vittima. Si mostra quindi come una persona a cui si potrebbe guardare per trarne ispirazione, piuttosto che desiderare solo di vederla crescere abbastanza da imparare che le azioni hanno conseguenze a cui si deve far fronte (sentimenti che io provavo spessissimo nei riguardi dell’eroina di “I love shopping“, Becky Bloomwood).

Anche la storia d’amore che si sviluppa nella seconda metà del libro risulta più dolce e più credibile rispetto a quella di Becky, o almeno io l’ho considerata tale (forse perché mi è difficile immaginare un uomo che, seppure innamorato, non resta terribilmente esasperato da una moglie che ordina dieci diversi tavolini e nasconde le carte di credito). Senza contare che è rinfrescante ogni tanto imbattersi in un giardiniere, invece che nei soliti milionari, e Nathaniel – con il suo odio per il caos e lo smog londinese uniti all’affetto per la madre ed a rapporto di profonda amicizia per i collaboratori del pub – finisce per rappresentare un tipo d’uomo altrettanto affascinante dei ricchi finanzieri con i loro completi firmati e le interminabili riunioni d’affari.

Come tutte le storie emozionanti e divertenti, questo romanzo alterna con ritmo sempre scorrevole descrizioni curate ma non prolisse, dialoghi frizzanti, umorismo, momenti tristi, scene imbarazzanti, episodi al limite dell’incredibile, riflessioni in cui anche i lettori possono immedesimarsi. Su quest’ultimo aspetto dirò anzi che mentre non ho provato particolare empatia verso Becky Bloomwood e i suoi frequenti momenti dedicati allo shopping, pur senza essere io una maniaca del lavoro mi sono sentita coinvolta nel modo in cui, tutto ad un tratto, Samantha si è trovata a vivere in un territorio a lei estraneo e sconosciuto.

So che alcune lettrici hanno giudicato il libro antifemminista, criticandolo per la decisione presa dalla protagonista quando, ormai abituata alla sua nuova vita, scopre un particolare che la fa a mettere in discussione ciò che può ottenere in ambito lavorativo e quindi, indirettamente, anche ciò che desidera realmente per essere appagata. Ognuno ha diritto alle proprie opinioni, personalmente credo che fare la casalinga (soprattutto se è una scelta effettiva, e non semplicemente una conseguenza della disoccupazione o di altre necessità contingenti) possa rappresentare un lavoro appagante quanto una carriera meno tranquilla. Non una condizione di cui essere ostentatamente orgogliose, ma neppure una scelta di cui doversi vergognare.

In questa storia Samantha-avvocato non ha mai considerato davvero che avrebbe potuto esserci per lei una vita diversa, con meno stress; quando ha avuto l’esperienza diretta di uno stile più rilassato e pieno d’amore, per la prima volta ha dovuto riflettere seriamente su ciò che era più adatto per lei. Personalmente dunque sono rimasta soddisfatta dal finale del romanzo, il mio unico dubbio è se la Kinsella avrebbe scritto le stesse vicende nel caso in cui il protagonista fosse stato un uomo. Forse no, forse un uomo per sfuggire al disastro lavorativo avrebbe semplicemente fatto un viaggio su una spiaggia esotica, in ogni modo questo non rende meno gradevole “La regina della casa“.

Che altro aggiungere, se siete alla ricerca di una lettura spensierata capace però anche di far riflettere un po’, di una storia divertente con un intermezzo romantico non banale, di una trama più “adulta” e realistica rispetto ad altri chick-lit, ebbene allora questo titolo fa sicuramente per voi.

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