“I figli di Armageddon” di Terry Brooks – Recensione

[Titolo originale: Armageddon’s children]

Il mio giudizio in breve:

Un’ambientazione cupa e buia, quattro storie relativamente slegate fra loro che si dipanano su binari paralleli per gran parte della narrazione e alcune incongruenze o punti non ben chiariti mi impediscono di considerare il romanzo perfettamente riuscito. D’altra parte le sotto-trame sono in genere intriganti, i personaggi incisivi, lo stile adeguato all’atmosfera di disperazione e pericolo, per cui il libro risulta interessante e invoglia a proseguire con la lettura del secondo volume della trilogia “Le origini di Shannara“.

GS1

Prima di scrivere questo post ho voluto attendere di aver concluso la lettura anche del volume successivo a questo (“Gli elfi di Cintra“) perché i due libri sono strettamente collegati, anzi per essere esatti lo sono tutti e tre i titoli che compongono la trilogia “Le origini di Shannara” (tradotto anche come “La Genesi di Shannara“). Spesso i fantasy presentano grandi epopee che si sviluppano in più tomi, dove ritroviamo i personaggi già incontrati, ma in questo caso sarebbe secondo me più esatto dire che c’è stato uno spezzamento – probabilmente legato a questioni di marketing ed editoriali (ogni libro supera le 300 pagine) – di un unico continuum narrativo in tre sezioni che non risultano se prese a se stanti né indipendenti né autoconclusive.

Questo è infatti il maggior difetto de “I figli di Armageddon“: non c’è un vero finale, le storie (una in particolare) vengono troncate di punto in bianco e per sapere come si concludono il lettore non ha altra scelta se non dedicarsi anche al secondo e terzo volume della saga. Un po’ come nel Signore degli Anelli, in cui “La compagnia dell’anello” ci lascia a metà della strada verso Mordor, senza che nessuna delle vicende sia in qualche modo arrivata al suo termine. Il che può anche andar bene, ma mi preme sottolinearlo perché io non me lo aspettavo e ci sono rimasta davvero male.

Vediamo comunque un po’ più da vicino quest’opera, che a quanto ho capito va a creare un ponte fra i due grandi cicli creati dalla prolifica penna di Terry Brooks, quello del Verbo e del Vuoto e la celeberrima saga di Shannara. Il mondo presentato nel romanzo è un luogo in rovina, dove l’inquinamento è fuori controllo al punto da aver avvelenato ogni cosa, compresa una parte dell’umanità che si è trasformata in mutanti. Dai ricordi dei personaggi si evince inoltre che in passato sono state combattute grandi guerre (probabilmente con l’impiego di armi nucleari), ed in parte come conseguenza di quei conflitti, in parte per la massiccia presenza di creature demoniache, i pochi umani sopravvissuti o vivono rinchiusi in fortezze (poste però sotto assedio dai demoni) o si radunano in piccole tribù composte da ragazzi di strada senza una casa e una famiglia.

In questo scenario post-apocalittico di riscaldamento globale, guerra continua, pestilenze e mutazioni, Brooks sviluppa quattro storie. Una trama è imperniata sulla tribù di bambini di Seattle chiamati Spettri, guidata da un ragazzo (Falco) che dopo aver raccolto dei ragazzi soli come lui sta ora cercando, con l’impegno e la collaborazione di tutti loro, di tenere in vita questa sua famiglia. Due storie riguardano altrettanti Cavalieri del Verbo, Logan Tom e Angela Perez; il primo è stato inviato dalla mistica, fatata Signora a proteggere una creatura ricca di magia, il Variante, mentre ad Angela, dopo aver lottato per anni per salvare i bambini dalle fortezze invase dai demoni, viene affidata una nuova missione anch’essa collegata alla magia. Il quarto filone narrativo riguarda gli elfi, che per centinaia di anni si sono nascosti sia agli umani che ai demoni, ma ai quali d’improvviso l’Ellcrys, loro albero sacro, comunica che devono lasciare la propria terra per evitare la distruzione.

La prima considerazione che voglio fare è quasi una premessa: io non ho letto nessuno dei libri sul Verbo e il Vuoto, e solo il primo romanzo di Shannara (molti anni fa) e dunque lo sfondo de “I figli di Armageddon” mi era del tutto oscuro. Sicuramente questo non mi ha permesso di apprezzare appieno i collegamenti con le altre opere e la visione d’insieme dell’autore (che con questa trilogia è riuscito a collegare una realtà quasi contemporanea e distopica ad un mondo popolato da elfi e altre creature fantastiche dove la magia è la forza primaria), tuttavia non credo che abbia compromesso la godibilità della storia. E’ infatti chiaro fin da subito che il Verbo e il Vuoto rappresentano il Bene e il Male, in incessante e sanguinosa lotta fra loro, ciascuno coi propri campioni e i propri limiti.

Ciò che invece mi ha maggiormente spiazzata, già dalle prime pagine, è stata l’ambientazione: conoscendo Brooks di fama (come celebrato autore fantasy) e per il ciclo di Shannara, non mi attendevo questa cornice tetra, catastrofica, opprimente. Dove mi ero prefigurata una società medievaleggiante arricchita dalla magia, mi sono imbattuta in un mondo lacerato e devastato, dal quale la tecnologia è quasi scomparsa e in cui sono imperanti le lotte mortali fra demoni ed umani. Questo scenario inatteso e decisamente cupo non mi era congeniale, almeno all’inizio, ma ammetto che Brooks lo ha dipinto con abilità, insistendo sulle macerie – non solo fisiche – di una civiltà distrutta dalla propria incoscienza e ha finito per rendermelo familiare, anche se non per questo meno angosciante.

Ad ottenere questo effetto ha sicuramente giocato un ruolo decisivo lo stile dello scrittore, che possiede una notevole capacità espositiva, a volte addirittura poetica e suggestiva. Per quanto soffocanti e terribili, le descrizioni delle città svuotate e in rovina o dei campi in cui gli umani sono imprigionati dai loro nemici sono davvero coinvolgenti ed evocative, così come alcune scene particolarmente commoventi (una fra tutte quella tra Falco e Cheney dopo il combattimento col centipede).

Il fatto che nel romanzo siano sviluppate quattro storie distinte e fra loro indipendenti (soprattutto nel primo volume, sul finire del quale cominciano ad evidenziarsi le relazioni tra personaggi di sotto-trame differenti) rende molto numerose le figure coinvolte. Da questo punto di vista “I figli di Armageddon” risulta un po’ dispersivo: i luoghi dove si svolge l’azione mutano a seconda del filone secondario analizzato in quel momento e Brooks presenta inoltre i diversi punti di vista dei vari personaggi, sia quelli più vecchi e cinici (Logan e Angela) sia quelli più giovani e in qualche modo ancora aperti alla speranza (Falco, Gufo, Kirisin).

Dovendo introdurre così tante realtà e figure, il libro finisce per non riuscire a delinearne con nettezza nessuna. In particolare la storia degli elfi (introdotta circa a metà volume, quando ormai l’ambientazione pareva essere una distopica versione dell’America contemporanea in cui non vi erano segni di simili creature fatate) è assai poco sviluppata e si stacca troppo dal resto delle vicende. Anche i flash-back di approfondimento psicologico e storico dei personaggi mi sono parsi in generale fuori luogo: apprezzo l’intenzione di dare profondità ai vari caratteri e di fornire qualche dettaglio aggiuntivo sugli anni precedenti ai fatti narrati, ma la sensazione che ne ho ricevuto è stata spesso l’impressione che lo scrittore avesse pensato più alla sceneggiatura di un film che alla stesura di un libro.

Nonostante questi limiti, Brooks è riuscito a creare delle storie interessanti (quella che mi ha meno coinvolta è stata la sotto-trama di Angela), ben calate nel mondo descritto dall’autore: non solo i demoni stanno per prevalere, spazzando via dalla terra i pochi, infelici umani rimasti, ma ogni personaggio della storia ha i propri demoni interiori, conflitti, tormenti e ricordi dolorosi. Brooks ha trasmesso perfettamente l’idea che la caduta della civiltà abbia segnato non solo la natura, ma anche il cuore degli uomini stessi.

Il fatto poi che una gran parte della storia ruoti attorno ad un gruppo di bambini che lottano per la sopravvivenza tra le rovine ed al modo in cui loro ma anche i Cavalieri del Verbo (e gli stessi demoni) devono affrontare le mostruosità che li affliggono, rende il romanzo davvero avvincente. Pur non aspettandomi l’ambientazione post apocalittica scelta dall’autore, vederla con gli occhi tanto dell’eroe invincibile (sia buono che malvagio) quanto di chi cerca di sopravvivere in qualche modo l’ha resa a suo modo avvincente.

Concludo ribadendo che questo libro è stato concepito come un’opera nella quale i lettori di vecchia data di Brooks troveranno di certo molti rimandi, richiami e affinità, ma che può comunque essere apprezzato da chi ancora non conosce l’autore e non si sente comunque perso durante la narrazione. Il suo principale difetto risiede purtroppo nell’essere il primo volume di una trilogia, così da un lato Brooks occupa quasi tutto il romanzo nell’impostare caratteri, sfide e ambientazione, senza che nulla venga davvero risolto, e dall’altro soprattutto finisce con un cliff-hanger tanto brusco che queste vicende non possono reggersi autonomamente. Se tuttavia si è disposti a concedere all’arco narrativo un più ampio respiro (coincidente con l’intera trilogia), mi sento di consigliarlo vivamente (anche perché dialoghi e azione si intensificano notevolmente nel secondo volume, “Gli elfi di Cintra“).

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