“Il cappuccio del monaco” di Ellis Peters – Recensione

[Titolo originale: Monk’s Hood – The Cadfael Chronicles #3]

Il mio giudizio in breve:

L’ambientazione e la resa dei personaggi sono buoni come al solito, ma la parte relativa al delitto ha un’impostazione ed uno sviluppo proprio deboli. Risolvere l’omicidio senza una conoscenza di alcuni dettagli sulle leggi e consuetudini del medioevo inglese e gallese è praticamente impossibile e non ci sono grandi indagini perché di fatto non è possibile farne.

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Nonostante il sottotitolo di questa edizione, il romanzo è il terzo (non il quarto) della saga di fratello Cadfael

Il piccolo feudatario Gervase Bonel è ospite dell’abbazia di Shrewsbury quando inaspettatamente ed improvvisamente cade preda di un male fulminante, che gli fa ardere la bocca e gli chiude il petto impedendogli di respirare. Subito al suo capezzale vengono inviati sia il fratello infermiere che il fratello erborista, ed è in questo modo che fratello Cadfael si trova a fronteggiare due eventi del tutto inattesi: nella moglie di Bonel il monaco riconosce Richildis, che egli amava prima di partire per le Crociate e quindi di prendere i voti, e – cosa ancor più sconvolgente – il malessere dell’uomo non è naturale. Fratello Cadfael infatti intuisce subito che lo sventurato Bonel è stato avvelenato proprio con un olio che Cadfael stesso prepara a scopo medicinale ricavandolo dalla pianta chiamata “cappuccio del monaco”, l’aconito. Gli uomini dello sceriffo si convincono subito che l’assassino sia il figlio Richildis, che il patrigno aveva appena diseredato in favore proprio dell’abbazia, ma Cadfael ha altre idee. Guidato dunque sia dalla sua preoccupazione per una donna a cui era un tempo fidanzato, sia dal dolore al pensiero che un suo medicamento abbia causato la morte di un uomo, il monaco giunge a scoprire il reale svolgersi degli eventi.

Il cappuccio del monaco” è il terzo mistero di fratello Cadfael, dopo “La bara d’argento” e “Un cadavere di troppo” (dei quali ho già scritto sul blog una recensione, qui e qui). L’azione si svolge circa sei mesi dopo l’assedio posto da re Stefano alla città, sul finire dell’anno 1138, e questa volta il racconto viene solo marginalmente sfiorato dalle cruente contese che sconvolgono l’Inghilterra. Il racconto è infatti imperniato sul misterioso avvelenamento di Gervase Bonel e su come Cadfael, sentendo che oltre alla normale compassione ed al senso di giustizia sia in gioco questa volta anche il suo onore (poiché il veleno usato è stato rubato dalle sue scorte), si rifiuti di lasciare l’indagine a coloro che sembrano essere saltati piuttosto frettolosamente alla conclusione sbagliata e non cercano più di andare a fondo nel delitto.

Parto segnalando le note positive, che risiedono essenzialmente nell’ambientazione che è – come sempre ben curata – e nella caratterizzazione dei personaggi. Non c’è dubbio (essendo ormai al terzo romanzo della serie) che la Peters abbia la capacità di ricreare in modo naturale ed al contempo suggestivo lo sfondo dell’Inghilterra medievale, presentandolo con immediatezza e partecipazione eppure ammantandolo di un velo che come la patina lasciata dal tempo non permette di modernizzarlo troppo. E’ vero che alcuni atteggiamenti (di Cadfael in particolare) potrebbero risultare un po’ anacronistici per il comune modo di pensare dell’epoca, ma l’autrice è abile nell’annegare queste piccole “licenze poetiche” in una cornice credibile, descritta con meticolosa (ma non pedante) attenzione ai dettagli storici.

Ellis Peters, procedendo nella narrazione con la sua usuale prosa scorrevole e descrittiva, è riuscita a miscelare il mistero centrale, uno sfondo di intrighi familiari, frammenti di informazioni sulla vita passata del protagonista e qualche nozione anche sulle complesse reti politiche e sociali caratteristiche della vita medievale inglese e gallese, tanto laica quanto religiosa.

Altro punto a favore del romanzo è l’abbondanza di caratteri meravigliosamente assortiti: nessun personaggio è completamente buono o cattivo, tutti hanno i loro punti di forza, le aspirazioni e le mancanze. Dalle pagine di “Il cappuccio del monaco” traspaiono pochissimi giudizi o pregiudizi (fa eccezione forse solo fratello Jerome, per il quale Cadfael sembra proprio nutrire una reciproca antipatia) e questo permette di avvicinarsi alle varie figure con grande profondità. Persino il priore Robert, qui temporaneamente innalzato alla dignità di abate in pectore, non risulta mai sgradevolmente sopra le righe e la sua arroganza viene comunque mitigata dal senso di giustizia e dall’onestà. Che si tratti di personaggi già noti dai volumi precedenti, o di altri introdotti in quest’avventura, il lettore assiste all’interagire di un cast ben calibrato di uomini e donne non stereotipati, ben caratterizzati, mai troppo prevedibili o al contrario innaturali.

Che cosa dunque penalizza il libro? Quello che sarebbe dovuto essere il suo nucleo centrale, ovvero la parte investigativa. Ho già notato nei romanzi precedenti che la Peters non si focalizza sulle indagini con troppa forza, il loro peso nello sviluppo dell’azione passa quasi inosservato e solo in rari momenti – in cui Cadfael fa il punto della situazione – il lettore viene esplicitamente portato a riflettere a sua volta sui dettagli dell’omicidio. Non posso dire di amare questa scelta, ma siccome la scrittura è scorrevole e l’ambientazione ben resa nel complesso il limitato spazio dato alla componente mistery non mi disturba: in questo romanzo però la cosa è estremizzata e l’impostazione stessa del delitto non è molto efficace.

La scelta di usare il veleno e il modo in cui esso viene propinato alla vittima riducono di fatto i possibili sospettati a tre soltanto (dovendo escludere per forza di cose sconosciuti viandanti passati per caso così come l’ex fidanzata di Cadfael e suo figlio, innocente già solo per il fatto di essere stato accusato fin da subito). Una rosa di candidati davvero troppo limitata, anche perché né le ricerche del protagonista né i suoi meditati andirivieni gli permettono di approfondire ragionevolmente la conoscenza con nessuno dei tre, che rimangono quasi nebulosi. Tutti gli sforzi di Cadfael vertono nel discolpare Edwin, che è la figura più sviluppata e alla quale è concesso maggior spazio, mentre gli altri tre possibili assassini rimangono quasi sempre sullo sfondo, protetti in pratica solo dalla considerazione che chi ha avuto l’occasione per commettere il delitto non sembra possedere un movente e viceversa.

Come se questo non bastasse, la soluzione giunge in maniera fumosa e forzata, condizionata da tali coincidenze che la rendono insoddisfacente. Non solo Cadfael arriva alla verità grazie a nozioni che il lettore medio non possiede, ma pur così non è di fatto in grado di presentare prove che rendano incontrovertibile l’identità dell’assassino. Il monaco sospetta del colpevole per ragioni strettamente e profondamente legate alla natura delle leggi dell’epoca ed alla conformazione geografica della regione intorno a Shrewsbury, lo accusa puntando tutto su una speranza (ragionevole ma non certa), ottiene come prova soltanto una fuga e conclude questa mal gestita avventura perdonando un colpevole che – con generosità certo, ma anche con un’arroganza a suo modo superiore persino a quella del priore Robert – preferisce non consegnare alla giustizia.

Al libro manca anche la consueta storia romantica sullo sfondo: in quest’opera l’aspetto “rosa” è legato alla presenza di Richildis, ma se inizialmente l’identità della vedova di Bonel porta un certo interesse nella trama, questo si esaurisce presto. Non possono esserci altro che ricordi ormai lontani fra Cadfael – monaco soddisfatto della sua condizione – e una donna che non vede da una quarantina d’anni quasi, e dunque lo spunto si perde nel resto del racconto senza arrivare a costituirne una vera sottotrama.

Concludendo, questo romanzo può essere letto a mio parere soprattutto da chi, apprezzando la Peters, sia intenzionato a seguire tutte le avventure di fratello Cadfael. In caso contrario il libro non è di per sé particolarmente interessante e benché sia scorrevole non possiede nessuna caratteristica che lo renda un buonn giallo. In qualche modo “Il cappuccio del monaco” mi ha ricordato Jessica Fletcher, personaggio celebre fra gli anni ’80 e la fine degli anni ’90 grazie al telefilm “La signora in giallo“: storie leggere, piacevoli da seguire, ma in cui il delitto sembra quasi un pretesto per ritrovare personaggi e situazioni note e che vede la sua conclusione essenzialmente in un felice susseguirsi di coincidenze o nella immotivata confessione del colpevole, che crolla per senso di colpa più spesso che non per effettive prove contro di lui.

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