“Poirot e i quattro” di Agatha Christie – Recensione

[Titolo originale: The Big Four]

Il mio giudizio in breve:

Non un giallo classico, ma qualcosa a metà fra lo spionaggio e la raccolta di piccoli misteri, questo libro mi ha parecchio delusa. Non un “vero” delitto, non delle vere indagini, non vero spionaggio. Credo sia uno dei peggiori libri della Christie.

poirotEQuattro

 

Questo post, come altri dedicati ai libri della Christie e al suo investigatore Poirot, fa parte di una “serie” di articoli collegati al telefilm attualmente in onda il sabato pomeriggio in televisione: questo il link al post che ricapitola l’argomento.

Il romanzo si apre con il ritorno di Hastings dall’Argentina (dove si è ritirato con la novella moglie, conosciuta in uno dei libri precedenti) e la sua stupefatta scoperta che Poirot, sempre sedentario e piuttosto cerebrale nelle proprie investigazioni, sta per partire a sua volta per il Sud America. In realtà il meticoloso omino belga dalla testa a uovo finirà per non partire – almeno non subito e non per la meta prevista – perché si troverà a fronteggiare non il consueto omicida mosso dalla gelosia o dal bisogno di ereditare, bensì addirittura una malvagia organizzazione su scala mondiale.

 

Come anticipato già nel giudizio di sintesi, “Poirot e i quattro” è ben lontano dai gialli classici della Christie e si propone più come una commistione fra il romanzo investigativo e la spy-story. L’autrice non è nuova a questi “esperimenti” – dei quali altri esempi (a mio avviso ben più riusciti) possono essere per esempio “Il segreto di Chimneys” oppure “Avversario segreto“, eppure “Poirot e i quattro” non riesce a gestire in maniera soddisfacente le potenzialità della propria trama.

Personalmente sono rimasta sfavorevolmente spiazzata già dall’impostazione generale delle vicende e dall’identità dell’avversario che il protagonista si trova a fronteggiare: una associazione criminale segreta, di levatura mondiale, che controlla una non ben specificata forza scientifica e si è data come scopo la distruzione della civiltà. Mi sembra tutto esagerato, come se i relativamente circoscritti inganni e tradimenti a sfondo spionistico di altri romanzi venissero portati qui ad un culmine talmente eccessivo da non essere nemmeno ben chiaro all’autrice stessa.

Anche il ritmo, frenetico e senza pausa, pare esasperatamente accelerato: l’intera narrazione è un susseguirsi di travestimenti, identità segrete, esplosioni, fughe e inseguimenti, brevi parentesi in istituti psichiatrici o laboratori scientifici. Pare più un libro di James Bond che un romanzo di Poirot …

Inoltre il fatto di aver posto l’investigatore contro una simile organizzazione lo costringe, almeno per quella che è stata la mia impressione, ad uscire troppo dal proprio personaggio: l’uomo celebre per l’uso delle proprie cellule grigie e per la capacità di risolvere un delitto restando seduto in poltrona a meditare, qui si muove da una parte all’altra del pianeta, lancia persino una bomba, salta da una finestra. Tutti comportamenti che mi paiono poco in carattere con Poirot così come ci viene presentato negli altri suoi casi, e che stona anche nell’esasperarsi del rapporto con Hastings.

Solitamente la Christie sfrutta l’ingenuo e sciocco capitano come cassa di risonanza per l’ingegno e l’acume di Poirot, in modo che le deduzioni fallaci di Hastings portino fuori strada il lettore e sviino la sua attenzione dagli elementi fondamentali del delitto. In “Poirot e i quattro” non si può dire che il capitano brilli per intelligenza, ma la mia impressione è stata che al posto della solita spalla qui la scrittrice lo abbia dipinto soprattutto come un carissimo amico, come una persona speciale per Poirot tant’è che in più di una occasione i due si dimostrano disposti a sacrificarsi l’uno per l’altro. Non dico che fra i due non ci possa essere un’amicizia forte e sincera, ma il suo approfondirsi e manifestarsi nel corso del romanzo mi pare – come già altre azioni di Poirot – poco coerente con la descrizione che la Christie ha dato altrove del suo investigatore più famoso.

Altro punto a sfavore del romanzo è la sua poca organicità: l’autrice ha creato racconti godibilissimi, ma questa sequenza di casi – più o meno slegati – che Poirot ed Hastings si trovano a risolvere per sconfiggere le mire dei quattro non si amalgamano bene l’uno con l’altro. Il libro nasce dall’unione di docici racconti precedentemente pubblicati in maniera separata e questa sua genesi atipica si nota: quello che dovrebbe essere il filo conduttore fra le diverse avventure è a tratti debole e pretestuoso, la risoluzione dei singoli “casi” non sempre organica, i riferimenti un po’ a casaccio.

Il tutto reso ancora meno organico per il fatto che il tradizionale impianto giallo (presentazione dei personaggi, delitto, indagine) qui non è rispettato praticamente mai. I protagonisti entrano spesso in scena dopo che il delitto è stato già commesso, oppure lo spunto di partenza delle indagini risiede in un’investigazione precedente. Neppure il variare dei personaggi da un capitolo all’altro giova, perché pur ruotando implicitamente l’intera trama attorno ai capi dell’organizzazione, sono così numerosi i gregari incontrati di volta in volta che se ne perde quasi il conto. Nè posso dire che mi abbia particolarmente convinta la comparsa del pigro fratello di Poirot, personaggio che mi ha fatto subito pensare ad una non molto originale rivisitazione del duo Sherlock e Mycroft Holmes.

In definitiva questo “Poirot e i quattro” mi ha dato spesso durante la lettura l’impressione di un romanzo eccessivamente irrealistico e pasticciato, con un protagonista troppo diverso al Poirot che conoscevo dalle altre opere perché io riuscissi ad appassionarmi realmente alle sue mirabolanti avventure. Un libro dunque che non consiglio, se non agli amanti della Christie che avendo già letto tutti i suoi altri romanzi e racconti vogliano cimentarsi anche con questa intricata ed atipica spy-story tinta di giallo.

Voto: gifVotoPiccola

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