“La carta vincente” di Georgette Heyer – Recensione

[Titolo originale: Faro’s Daughter]

Il mio giudizio in breve:

Equivoci e vendette movimentano la trama mentre i dialoghi spesso umoristici rendono affascinantissima questa battaglia dei sessi ambientata in epoca Regency. I protagonisti sono entrambi caratteri forti e i loro scontri garantiscono una buona dose di divertimento prima del sospirato lieto fine, nel quale la Heyer riesce a riannodare ogni filo scoperto durante la narrazione.

LA-CARTA-VINCENTE

Deborah Grantham, nonostante una nascita inappuntabile, si trova a gestire la casa da gioco della zia, concorrendo con la sua bellezza ad attrarre gentiluomini nelle sale parate di seta della non più molto rispettabile dimora. Le attenzioni ricevute da Deborah sono per lo più del tipo sbagliato per una vera signora, ad eccezione dell’onorevole proposta di matrimonio fattale dal giovane Adrian. Nonostante tutte le proprie difficoltà, Deborah non ha nessuna intenzione di sposare un ragazzetto di cinque anni più giovane di lei e per il quale sa di essere il primo interesse romantico, sicché si sente profondamente oltraggiata dall’offerta di Max Ravenscar – cugino di Adrian – di pagarle 10000 sterline purché rinunci ad ogni proposito di nozze.

Come ogni lettrice della Heyer può facilmente immaginare, questo primo incontro-scontro non può portare a nulla di buono, al contrario segna l’inizio di una battaglia senza esclusione di colpi nella quale entrambi i contendenti ostinatamente fanno del loro meglio per mostrare il peggio di sé.

La Heyer ha descritto eroine stupide, viziate e vagamente ridicole, ma anche altre spiritose, sagge ed accattivanti: Deborah Grantham è un ottimo mix fra i due. Fondamentalmente intelligente e di buon cuore, cade preda del suo temperamento non proprio pacato quando si rende conto della pessima opinione che Ravenscar, un perfetto estraneo, si è fatto di lei senza nemmeno conoscerla – ed in questo modo emerge il peggio di lei, sempre più esasperato man mano che la situazione sembra sfuggirle di mano. La scena ai Vauxhall Gardens o quella nella cantina di lady Bellingham sono emblematici sia dell’irrazionalità della donna sia di come il suo comportamento riesca ad abbattere completamente il controllo di sé che generalmente Max riesce ad esercitare su un’indole autoritaria e poco conciliante.

Indiscutibilmente in questo romanzo l’autrice propone due protagonisti forti, prototipi perfetti di una battaglia dei sessi ante litteram. Deborah, oltre cher compassionevole e leale, è grintosa, fieramente indipendente, pronta a battersi per i suoi familiari. Max oltre che ricco e potente è arrogante, autocratico, assolutamente non abituato a qualsiasi resistenza. Ma a differenza di quanto potrebbe accadere in una storia contemporanea, la Heyer non abbandona mai la leggerezza che contraddistingue tutti i suoi libri e Max non cede mai ad atti di vera crudeltà verso Deb (o qualsiasi altra donna), non importa quanto desideri torcerle il collo. E’ un maschio alpha, sicuramente, ma le sue buone maniere da aristocratico inglese sono troppo radicate per permettergli di essere deliberatamente malvagio. E’ spietato, di parte, a volte anche odioso, ma le sue soluzioni sono intelligenti, non brutali, vuole vincere magari con qualche espediente non proprio ortodosso ma sicuramente senza ricorrere alla violenza.

Si potrebbe obiettare che portare avanti per un intero libro la tematica dell’opposizione fra protagonisti sia un modo ripetitivo e non molto entusiasmante di procedere. Non nego che sia così, ed infatti la Heyer movimenta la trama e le conferisce ritmo affiancando alle lotte verbali (e non solo) dei suoi eroi le loro interazioni con i rispettivi parenti. Ecco dunque che il pragmatismo di Deborah si scontra con la svampitezza di lady Bellingham, priva di ogni senso pratico (ma sconvenientemente interessata a saldare i propri debiti); e la collera infuocata di Max deve placarsi quando sente tessere le lodi dell’odiata signorina Grantham da un infatuatissimo Adrian.

A mio parere queste parentesi sono altrettanto godibili degli scontri diretti fra i due e concorrono a fornirne un’immagine a tutto tondo che smorza alcuni loro atteggiamenti decisamente poco realistici. Sembra infatti che Deborah e Max non possano avere a che fare reciprocamente senza comportarsi scioccamente: lei è divertente, intelligente e di buon cuore; lui (benché un po’ autoritario e sdegnoso) affezionato come cugino e premuroso come fratello. Ma quando si fronteggiano (o parlano l’uno dell’altra) entrambi diventano irrazionali – il che risulterebbe a mio giudizio esasperante se non ci fossero “pause” nel loro battibeccare. Perché effettivamente dal primo all’ultimo momento insieme i protagonisti non fanno altro che cercare di prevaricare l’altro, come se giocassero perennemente una partita della quale volessero aggiudicarsi la mano in corso, al punto da arrivare spesso anche agli insulti (nemmeno troppo velati).

Benché la maggior parte di questa storia ruoti dunque intorno alla ben riuscita opposizione tra Max e Deborah, va notato come anche i personaggi secondari siano magistralmente tratteggiati. L’innocente Phoebe è un capolavoro di mancanza di carattere; il dissoluto lord Ormskirk è il prototipo del libertino reso cinico da una vita troppo privilegiata; Kit è il peggiore di tutti i fratelli; la viziata e capricciosa Arabella è perfetta nella noncurante abitudine di far sempre a modo suo ignorando i divieti altrui. Come già fatto in altri libri la Heyer è capace inoltre di giostrarsi fra due diverse coppie di innamorati, anche se il peso maggiore è dato alla coppia più matura.

Che altro aggiungere? Posso dire che mi è piaciuta la trama di fondo, che su un fraintendimento ha basato un disastroso primo incontro fra Max e Deborah ed ulteriori incontri sempre alimentati dal pregiudizio iniziale e dal desiderio di sanare le proprie ferite (d’orgoglio o emotive) ponendo l’altro in posizione di inferiorità. Ho definito questi scontri come battaglia dei sessi ma è ugualmente interpretabile come uno scontro di volontà, stemperato da dialoghi spumeggianti in cui l’umorismo non è mai del tutto assente e da situazioni improbabili ma superbamente dipanate.

La carta vincente” non è probabilmente il libro che consiglierei a chi non abbia ancora mai letto nessuna opera della Heyer, tuttavia rimane un piacevolissimo romanzo Regency i cui piccoli difetti sono più che ampiamente compensati dal divertimento che le disavventure dei protagonisti e le loro battute al vetriolo offrono in ogni capitolo.

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