“Il codice del Quattro” di Ian Caldwell e Dustin Thomason – Recensione

[Titolo originale: The Rule of Four]

Il mio giudizio in breve:

Romanzo promettente che si rivela invece una delusione. Pagine e pagine che non aggiungono nulla alla trama, flash back e digressioni sulla vita in un campus universitario, il vero mistero è confinato in poche pagine. Nemmeno la parte delittuosa convince davvero.

codiceQuattro

Avevo acquistato questo libro parecchi anni fa, credo più o meno nel periodo della sua prima uscita in Italia, attratta dalla bella copertina e dalla sinossi sul retro di copertina che appariva davvero intrigante. La storia inizia a Princeton nel Venerdì Santo del 1999; alla vigilia della laurea, due giovani universitari sono ad un soffio dal risolvere i misteri della Hypnerotomachia Poliphili, un testo rinascimentale sulla corretta interpretazione del quale gli studiosi hanno dibattuto per secoli. La ricerca dei due amici in effetti è in una situazione di stallo finché non viene portato alla luce un indizio vitale, un diario da tempo perduto che potrebbe rivelarsi la chiave per decifrare l’antico testo. Ma quando uno studente viene ucciso poche ore dopo, i due protagonisti saranno presi in una ragnatela di intrighi e complotti che non avrebbero mai nemmeno ipotizzato …

La premessa era dunque davvero interessante, esattamente ciò che io chiedo ad un romanzo d’azione: una storia intrigante che ruoti attorno ad un mistero “reale”, qualche spunto su argomenti che non conoscevo, colpi di scena che movimentino la trama e facciano passare in secondo piano l’eventuale piattezza dei personaggi o uno stile non eccelso. In questa categoria mi sento, tutto sommato, di far rientrare (chi con maggior successo, chi in modo più deludente) un po’ tutti gli autori di thriller conditi d’avventura e basati su un enigma del passato: Clive Cussler, Dan Brown, Douglas Preston, Lincoln Child. Di tutti loro ho recensito qualche opera sul blog e da quei post si intuisce che, pur senza essermi mai trovata a parlare di indimenticabili capolavori, pure alcuni di questi romanzi sono davvero ben scritti e meritano di essere letti.

Il codice del quattro” invece risulta un libro per niente emozionante, tutt’altro che irresistibile, povero nella trama e nei personaggi. La storia si dipana sostanzialmente piatta perché i colpi di scena, che pure sono presenti anche se non numerosi, appaiono poco coinvolgenti, non adeguatamente sviluppati. La sensazione che ho avuto durante la lettura è stata un alternarsi di momenti in cui non accadeva nulla di nulla e la narrazione si trascinava stancamente a introdurre descrizioni, flash back o giudizi che non contribuivano in nulla alla trama principale, ed altri momenti in cui qualcosa accadeva ma come se il lettore non vi assistesse direttamente. Piuttosto come se un duello, un assalto, un pericolo ci fossero stati ma esternamente (fuori dallo schermo direi se questo fosse un film anziché un libro) e poi un attore barcollando esausto venisse a riportarne gli esiti sulla scena – descrivendoli fra l’altro in modo di solito un po’ noioso, raccontandoli più che mostrandoli.

Non so se questa mia sensazione è stata dovuta anche al fatto che la narrazione in prima persona mi ha tenuta più distante dalla storia, impedendomi di perdermi in essa, o forse dalla prosa troppo ampollosa, caratterizzata spesso da metafore o similitudini che sembravano solo voler evidenziare come gli autori siano dotti e acculturati. E’ stato come se ci fosse sempre il filtro della voce narrante (talvolta antipaticamente snob nelle sue critiche e sberleffi legati al mondo universitario, altre volte quasi compiaciuta di sé) a tenermi lontana da quello che stava accadendo nella finzione letteraria.

Altra grave mancanza del romanzo è, come accennavo più sopra, la presenza di interi capitoli che non rivestono alcun peso reale nell’economia della trama. Prolisse e lente, queste pagine si fermano di solito su qualche considerazione vagamente psicologica che stona con l’enigma che dovrebbe rappresentare il fulcro del libro. La storia d’amore (che a me personalmente piace sempre, qualunque sia il genere di romanzo che ho fra le mani) è snervante nella sua scarsa crfedibilità, il rapporto traumatico coi genirori un cliché, gli omicidi – visto il modo in cui non lasciano alcuno strascico nei sentimenti o comportamenti dei personaggi – inutili ed irritanti.

L’Hypnerotomachia Poliphili, che dovrebbe costituire il cardine della trama, è a conti fatti pochissimo sviluppato come aspetto – mentre al contrario una sua inaspettata interpretazione avrebbe conferito a questo titolo una marcia in più. Il testo reale dell’incunabolo viene riportato giusto un paio di volte in tutto; nelle altre occasioni gli autori si limitano a far trarre ai protagonisti indovinelli, ipotesi ed interpretazioni cui il lettore rimane estraneo perché i corrispondenti passaggi del testo originale gli sono sconosciuti. All’inizio della narrazione si ha la vivissima impressione che il manoscritto abbia un significato soprannaturale, ma procedendo con la lettura le scoperte dei protagonisti sono rare, perse fra le buffonate da college e le vicende personali di Tom e Paul.

Un ulteriore difetto del romanzo è che protagonisti e comprimari sono tutti piatti, scarsamente credibili e non ho provato nei loro confronti alcuna empatia. I frequenti flashback, che avrebbero dovuto approfondire la psicologia dei personaggi e spiegare l’effetto (curiosamente potente) che un manoscritto rinascimentale ha su di loro, perdono presto di efficacia perché non rivelano mai nulla di importante. Ci si ritrova così fra le mani un libro che invece di imperniasi sui misteri del Hypnerotomachia si incentra su Princeton e alcuni suoi noiosi studenti. Non c’è niente di speciale, eccentrico, o memorabile in alcun personaggio: la voce narrante con il suo triste passato, la fidanzata perfettina che lo comanda a bacchetta, il cervellone, il ragazzo ricco, quello affascinante, la figura paterna, il mentore malvagio – tutte figure prevedibili e delle quali si intuisce subito il ruolo nella storia.

Senza contare le esagerate coincidenze che contraddistinguono i due protagonisti in rapporto al mistero che vogliono svelare: Tom e Paul sono il figlio e il figlio adottivo di due dei tre ricercatori più importanti al mondo che si sono dedicati allo studio del manoscritto e non solo hanno la stessa età, ma frequentano lo stesso college e occupano la stessa stanza nel dormitorio. I due poi sembrano possedere esattamente le conoscenze necessarie (su arte e filosofia rinascimentale) per svelare il mistero dopo un paio di anni di studio, al massimo trovando (rapidamente) le informazioni mancanti nella biblioteca di Princeton: il che rende assai poco credibile che l’Hypnerotomachia Poliphili sia rimasto un mistero per secoli prima delle investigazioni dei ragazzi.

Uno o due di queste caratteristiche, prese a se stanti, si sarebbero potute perdonare; purtroppo in “Il codice del Quattro” se ne assommano troppe e il libro, in teoria una avvincente ricerca della conoscenza, si trasforma nelle reiterate pontificazioni del protagonista inframmezzate (troppo raramente) da qualche mistero e delle più o meno prolisse lezioni di storia e descrizioni di Princeton.

Voto: gifVotoPiccola

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