“Bon Voyage!” di Marrijane e Joseph Hayes – Recensione

[Titolo originale: Bon Voyage!]

Il mio giudizio in breve:

Libro molto divertente, superato in quasi tutte le situazioni proposte ma che conserva comunque un notevole umorismo, forse anche perché a posteriori è più facile ridere delle usanze e dei modi di fare di cinquanta o sessant’anni fa. Alcuni episodi in particolare sono davvero esilaranti e rendono l’intero romanzo uno dei più simpatici che abbia letto ultimamente.

Copertina di una delle prime edizioni del romanzo (non molto attraente a mio parere)
Copertina di una delle prime edizioni del romanzo (non molto attraente a mio parere)

Katie ed Harry Willard, modesti abitanti di Terre Haute (nell’Indiana), hanno sognato di andare in Europa per anni e proprio a questo scopo hanno iniziato a risparmiare praticamente subito dopo essersi sposati. L’accumulo di risparmi tuttavia è stato messo a dura prova dall’arrivo di tre figli nonché dalla seconda guerra mondiale, dunque è solo alla fine degli anni ’50 – quando i due ragazzi più grandi sono sul punto di lasciare la famiglia per andare all’università o farsi una vita indipendente – che i Willard riescono a realizzare il loro sogno.

Harry, voce narrante del romanzo, pensa che il suo problema maggiore nel Vecchio Continente sarà ricordarsi di bere sempre acqua in bottiglia e non smarrire il passaporto, ma sin da subito l’agognata vacanza si rivelerà decisamente meno rilassante del previsto. La figlia Amy non solo è abbastanza graziosa da calamitare l’attenzione di buona parte dei maschi in circolazione nelle vicinanze, ma sviluppa un’indesiderata simpatica per il ricco, svogliato eppure attraente Nick, figlio di una attrice pluridivorziata che non si sa bene cosa voglia dalla vita. Il secondogenito Elliott, che non avrebbe voluto partire perché a casa aveva una ragazza e pensa che lei per ripicca si metterà con un altro, sembra adoperare tutte le proprie energie per guastare l’atmosfera di gioia degli altri prima, e per mettersi nei pasticci con le ragazze europee poi. Quello meno problematico è decisamente il terzogenito, Cap, che d’altra parte ha la snervante tendenza a ficcarsi nei pasticci arrampicandosi sulle gru di carico del porto o perdendosi nelle fogne parigine. Si intuisce bene a questo punto come la permanenza in Europa sia destinata a logorare pesantemente i nervi di Harry, che deve fronteggiare anche un sempre più consistente ed imprevisto esborso economico, qualche dissapore con la moglie, la vita privata della ribelle cognata Elise (campo al quale il protagonista vorrebbe ardentemente rimanere estraneo), nonché le ingerenze sempre meno tollebaribili del fascinoso ungherese Rudolph.

Questa a grandi linee la trama di “Bon Voyage!“, che in realtà si caratterizza soprattutto per il divertente umorismo con il quale gli autori hanno saputo dar vita al resoconto di una improbabile vacanza di famiglia. La storia in sè non si può dire avvincente, almeno all’inizio, in quanto è soprattutto un susseguirsi di episodi relativamente slegati fra loro e non finalizzati a condurre verso un epilogo comune: vengono presentati i personaggi, quindi il loro arrivo a New York ed il movimentato imbarco sulla Queen Mary, le giornate di traversata dell’Atlantico, l’arrivo in Inghilterra. Come dicevo nessuno di questi fatti sarebbe di per sé significativo, ciò che li rende interessanti sono le disavventure che ad ogni passo attendono al varco lo sventurato Harry, perennemente intento a occuparsi di questo o quell’imprevisto (comprensivi di un presunto annegamento in piscina ed un malvisto innamoramento).

Dopo l’arrivo del piroscafo in Gran Bretagna, ed ancor di più dopo che i Willard lasciano Londra per raggiungere la Francia, la trama si fa più organica: pur rimanendo dominata dall’ilarità legata a singoli episodi incentrati su questo o quel componente della famiglia, si comincia ad intravvedere uno schema nel susseguirsi degli eventi, un ripresentarsi di alcuni personaggi che diventeranno comprimari indispensabili per un compiuto evolversi della situazione. Tre saranno dalla metà circa del romanzo i filoni principali della trama: il rapporto fra Harry e la moglie Katie, messo più o meno seriamente in pericolo dalle galanterie del seducente Rudolph, la presa di coscienza di Amy (tormentata dai dubbi riguardo a Nick) e di Elliott di dover dare una svolta alle proprie vite, ed infine il futuro di Elise.

I temi sono a modo loro importanti, sicuramente lo erano ancora di più quando il libro venne scritto, ma il tono della narrazione non si fa mai pesante o lento, rimane sempre un disinvolto spaccato a metà fra la cronaca scanzonata e la farsa. Disinvolto almeno per l’epoca, anche se adesso fa sorridere che un uomo non si senta a suo agio a sentire per esempio la parola “sgualdrina”. Ed infatti la maggior parte delle situazioni descritte nel romanzo è al giorno d’oggi del tutto improponibile: impensabile immaginare un diciottenne che si gira per filmare tutte le belle ragazze di Parigi (i diciottenni fanno ben altro), una ragazza ventenne che per uscire due giorni (e quindi la notte) con un coetaneo viene accompagnata dalla madre di lui o una donna sulla trentina titubante perché sta per fare un gesto irreparabile e scandaloso come convivere con un artista senza sposarlo.

Avevo letto “Bon Voyage!” parecchi anni fa e ricordo che mi era sembrato più divertente ed umoristico, mentre oggi ho colto maggiormente il peso di situazioni lontanissime dal modo di pensare e di vivere attuali. E forse come madre mi ha colpita anche notare che mentre da un lato c’era molto rigore morale (Amy per l’appunto non può star fuori una notte sola con Nick) dall’altro c’è una certa noncuranza dei genitori verso i figli. I protagonisti infatti non si preoccupano che la ragazza passi ore e ore sole con un quasi perfetto sconosciuto e quando il figlio undicenne si perde nelle fogne parigine non sembrano eccessivamente turbati dall’episodio.

Una più simpatica copertina americana del romanzo
Una più simpatica (anche se altrettanto datata) copertina americana del romanzo

Il libro insomma è molto divertente, in particolare in alcune scene (come  l’episodio in Costa Azzurra fra Elliott ed una madre oltraggiata oppure lo scontro finale al casinò di Monte Carlo) ma risente del suo essere datato e a causa di questo fattore perde una parte del fascino che possedeva probabilmente all’epoca della sua prima pubblicazione. Ciononostante i coniugi Hayes sono riusciti a narrare con stile brioso e umoristico le vicende tutt’altro che tipiche di un tipico padre di famiglia.

A tratti appare un po’ superato anche lo stile narrativo, che pur essendo in prima persona non ha sicuramente l’immediatezza contemporanea e si perde talvolta in qualche giro di parole decisamente poco attuale. D’altra parte è il linguaggio usato all’epoca in cui il romanzo fu scritto e in questo senso si percepisce che non è artefatto o volutamente vintage, il che gli garantisce scorrevolezza.

Che io sappia non ci sono edizioni recenti di questo titolo, che fu pubblicato una prima volta da Garzanti nel 1960 e poi ristampato alcune volte fino all’inizio degli anni ’70, ma nel caso riusciate ad imbattervi in una copia vintage del romanzo il mio consiglio spassionato è di non farvela scappare. Vi garantirà molte risate di cuore e senza dubbio rallegrerà per qualche ore la vostra giornata, portandovi a dimenticare la quotidianità mentre al fianco di Harry vivrete le sue comico-patetiche avventure.

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