“Il codice” di Douglas Preston – Recensione

[Titolo originale: The Codex]

Il mio giudizio in breve:

Ottime premesse e spunto interessante, che purtroppo si perdono un po’ nella realizzazione. Nonostante il ritmo sostenuto e i frequenti imprevisti, la narrazione è da “sopravvivenza nella giungla” piuttosto che da “esplorazione archeologica” e i personaggi troppo stereotipati. Nonostante questo la lettura prosegue spedita e il libro rimane, benché poco credibile, un piacevole mix di azione e avventura.

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Avendo letto due libri della coppia Preston-Child (“Marea” e “Maledizione”, che ho recensito rispettivamente in questo e questo post), che nel complesso mi erano sembrati buoni libri di avventura e azione, quando ho visto negli scaffali di un mercatino dell’usato una copia de “Il codice” – opera del solo Preston – ho pensato di acquistarlo e vedere come questo autore se la cava in solitario. Il giudizio, in estrema sintesi, non è poi molto differente da quello che ho già dato alla coppia: lo spunto è buono, i personaggi un po’ troppo stereotipati, la narrazione scorrevole che tuttavia cede a qualche colpo di scena prevedibile e ad una manciata di eventi incredibili. Niente di strano per il genere “romanzi d’avventura” ma in qualche modo anche questo titolo non mi ha convinta fino in fondo.

Il codice” si apre con tre fratelli che ritornano a casa dopo assenze più o meno lunghe su richiesta del padre, malato di cancro, ma invece di un malconcio genitore in vestaglia trovano una casa vuota e una videocassetta di saluti. Già perché il suddetto padre, Maxwell Broadbent, a suo tempo famigerato cacciatore di tesori nonché depredatore di tombe, dopo aver accumulato oltre mezzo miliardo in opere d’arte, pietre preziose e artefatti di antiche civiltà ha deciso di lanciare una sfida finale ai figli (che non si erano mai fatti strada nella vita come da lui auspicato): Broadbent ha nascosto se stesso ed il suo favoloso tesoro da qualche parte nel mondo, proprio come un moderno faraone sepolto insieme alle proprie ricchezze. Se i figli vogliono rivendicare la loro eredità, devono trovare la tomba – sulla cui ubicazione ovviamente il padre non ha lasciato indizi. La sfida ha dunque inizio, ma i tre fratelli non sono gli unici che competono per il tesoro; un incredibile segreto di così travolgente portata non può infatti essere taciuto a lungo. Con mezzo miliardo di dollari in gioco, oltre ad un antico codice Maya che contiene descrizioni mediche per cui le case farmaceutiche ucciderebbero, altri contendenti si uniscono presto alla caccia – e alcuni di loro non sembrano disposti a fermarsi davanti a nulla pur di impossessarsi dell’eredità di Broadbent.

Il primo aspetto – purtroppo non positivo – che mi è balzato agli occhi durante la lettura è stato il fatto che, come nei romanzi della coppia Preston-Child, i personaggi sono artificiosi, poco sviluppati, monodimensionali. Cosa ci aspettiamo da un libro d’azione e avventura? Un Cowboy onesto e leale? Un hippy idealista ma ingenuo manipolato da un avido “santone”? Un esteta materialista che vive al di sopra dei propri mezzi confidando in una cospicua eredità? Un patriarca arrogante dalle idee eccentriche, abituato a far sempre di testa propria ma non malvagio? Una studiosa bella, intraprendente e femminista, decisamente priva di senso dell’umorismo? Un saggio indigeno che percorrendo la giungla più fitta dispenserà importanti consigli e lezioni di vita? Un indigeno più giovane, che parla un inglese approssimativo, il cui sogno è andare in America? Un magnate della finanza che per salvarsi dalla bancarotta accetta di impossessarsi illegalmente del prezioso Codice Maya? Uno scagnozzo sadico (per non dire psicopatico) temprato dal Viet-Nam ed equipaggiato di ogni possibile arma? Dei soldati ottusi e non particolarmente capaci? Tutti presenti, Preston non si è dimenticato di nessuno.

E poiché credo che sia davvero difficile creare personaggi originali a partire da stampi stereotipati, non sorprende che la maggior parte di queste figure abbiano scarsa consistenza e si relazionino con dialoghi tutt’altro che frizzanti. Perché Tom deve portare proprio gli stivali da cowboy e il suo raffinato fratello Philip delle giacche di tweed? Vernon non poteva trovare l’illuminazione senza farsi crescere barba e capelli? Sally cavalca come un’amazzone e spara meglio di un soldato grazie al fumoso insegnamento di un padre morto quando era molto piccola, si offende per qualunque osservazione o battuta vagamente sessista fatta in sua presenza, ed infine tradisce il fidanzato lasciato a casa – proprio come ci aspetta – dopo che Tom dimostra il suo valore sconfiggendo anaconde ed uccidendo giaguari. E naturalmente i due faranno sesso non una settimana più tardi della felice conclusione delle loro disavventure, tranquilli e beati dopo il ritorno alla civiltà: no no, molto meglio farlo nella giungla, mentre stanno lottando per la loro stessa vita e sono mezzi morti a causa delle vicissitudini patite.

Considerata la presenza di questi protagonisti poco (o malamente) sviluppati, temevo che non ci sarebbe stato un evolversi della trama sufficiente a sostenere il mio interesse. In questo mi sbagliavo, almeno in parte: non si può dire che ogni pagina sia una nuova avventura, tuttavia ci sono abbastanza ostacoli sulla strada verso il tesoro per movimentare praticamente ogni capitolo. Quelli meno intriganti sono secondo me i paragrafi “esterni”, dedicati alle multinazionali farmaceutiche; ma queste interruzioni sono fortunatamente rare e nel complesso il ritmo si mantiene sostenuto per seguire l’avanzare nel territorio sempre più inesplorato dell’Honduras da parte dei Broadbent.

La trama promette inizialmente che i fratelli Broadbent dovranno lavorare insieme (questa era l’idea del padre nel lanciare loro la sua bizzarra sfida), ma in realtà l’autore sfrutta i diversi caratteri dei tre per dividerli subito e dipanare la storia alternando le vicende di uno e dell’altro. Purtroppo, quasi tre quarti del libro (che pure sono davvero interessanti) vengono descritti essenzialmente dal punto di vista di un solo fratello, Tom, che si contraddistingue quasi subito come il principale eroe del romanzo. Solo nel finale la famiglia, come prevedibile, si riunirà, e da questo momento la narrazione sarà più equamente suddivisa fra i vari personaggi. Mi è dispiaciuto che non abbiano avuto maggior peso le vicende di Philip e Vernon (in particolare) ma immagino che – trovandosi tutti a dover fronteggiare i pericoli della giungla onduregna – la scelta di Preston sia stata legata al desiderio di ridurre la ripetitività delle situazioni.

In questo caso non posso che approvare la scelta dello scrittore visto che uno dei motivi per cui non ho apprezzato di più “Il codice” è dovuto al fatto che lo sviluppo della storia si protrae con relativa monotonicità mentre, nella giungla, pagina dopo pagina non fa che piovere, tutto è fangoso, ci sono ovunque insetti giaguari e serpenti. Da un lato, almeno all’inizio, pare che avventurarsi nell’interno dell’Honduras sia un’azione a dir poco rischiosa ed avventata: non bastano guide esperte, si devono possedere armi e utensili che aiutino a farsi strada in quel muro impraticabile di vegetazione e predatori animali. Eppure il gruppo di Tom se la cava quasi allo stesso modo sia quando è efficacemente equipaggiato (ed accompagnato da due guerrieri di una tribù locale), sia quando si ritrova a non possedere altro che pochi fiammiferi e un vecchio fucile – e non ha più il contributo dei due giovani indigeni. E in queste precarie condizioni perde metà del suo tempo in fatue reminiscenze infantili, nel fare domande sul fidanzamento fra Sally e il suo professore, oppure nelle reiterate lamentele sul viaggio nelle paludi. Per troppe pagine l’azione si protrae deplorevolmente simile a se stessa e la parte del libro che dovrebbe generare pathos per la difficile situazione dei protagonisti di fatto si legge più come la descrizione di un trekking nella giungla.

Questo è stato credo il fattore che più di ogni altro ha penalizzato il mio giudizio sul romanzo: speravo in emozionanti avventure con trappole, enigmi, tombe protette da marchingegni complicati e così via. Mi aspettavo che la storia si concentrasse maggiormente sulla tomba stessa, mostrando trucchi elaborati e millenari stratagemmi che Maxwell Broadbent potesse aver messo in atto per nascondere il tesoro. Preston colloca l’azione in una città Maya sperduta fra la giungla e le montagne – e questo è un colpo di genio perché ha scelto una delle poche zone al mondo che anche oggi possono considerarsi “perdute” e inviolate – ma invece di sfruttare tale impostazione al massimo, esplorando la meraviglia di questo scenario e le potenzialità di un’antica necropoli, è quasi come se sul finale l’autore avesse dimenticato dove tutto stava accadendo.

Con questo non voglio dire che il romanzo sia monotono perché non lo è: ci sono così tanti nativi esotici, battaglie tra l’uomo e la bestia, inseguimenti, fughe di stretta misura e antiche rovine da ricordare un film di Indiana Jones. In realtà, la storia è decisamente adatta a diventare un film – forse di miglior riuscita rispetto al libro stesso. La premessa di questa storia è poco verosimile, ed assolutamente irrealistiche alcune delle imprese compiute dai personaggi, ma questi aspetti sono comuni a moltissimi libri del genere avventuroso e non si può negare che “Il codice” ripaghi i suoi lettori con una significativa messe di pericoli, tradimento e sorprese.

Insomma, non siamo di certo di fronte ad un capolavoro letterario ma questo romanzo di Preston è validissimo come lettura di serale se, pur rimanendo confortevolmente seduti nella propria poltrona, si vuole essere trasportati con la mente fra i pericoli della giungla e le rovine di un’isolata necropoli maya. Clive Cussler ha la straordinaria capacità di prendere strane circostanze, personaggi poco approfonditi, colpi di scena irrealistici e mescolare il tutto in un insieme piacevolmente eccitante; a Douglas Preston manca questo talento tuttavia “Il codice” è un libro che gli amanti del genere avventuroso apprezzeranno e sicuramente non rimpiangeranno di aver letto.

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