“La fiera di san Pietro” di Ellis Peters – Recensione

[Titolo originale: Saint Peter’s Fair – The Cadfael Chronicles #4]

Il mio giudizio in breve:

Finora il mio preferito della serie su fratello Cadfael; un romanzo avvincente, che pur limitando a poche persone la rosa dei sospetti progredisce con colpi di scena e sorprese fino ad una conclusione che fa quadrare tutto, compresa la componente romantica.

fieraSanPietro

Voglio subito citare il motivo per cui questo è, finora, il romanzo che più ho apprezzato fra i quattro su fratello Cadfael: perché è quello in cui la componente mistery ed investigativa è più sviluppata. Tutti gli ingredienti a cui la Peters ha abituato i lettori nelle storie precedenti si ritrovano anche qui: beghe politiche, intrighi personali, gli interessi dell’abbazia (e questa volta anche della città di Shrewsbury), una storia d’amore, e – naturalmente – un omicidio. Ma a differenza dei precedenti capitoli sul saggio monaco erborista, questa volta il delitto è più che un mero accadimento quasi annegato fra pittoresche descrizioni della campagna e buone caratterizzazioni dei personaggi: questa volta esso è l’indiscutibile motore di tutto il libro.

Il quarto mistero di fratello Cadfael è ambientato nell’estate del 1139, in una Shrewsbury che ancora si sta riprendendo dall’assedio dell’estate precedente e dove è imminente la fiera per San Pietro in Vincoli. Proprio in vista della fiera (e dei profitti che essa fornirà all’abbazia), una delegazione di notabili cittadini prima e un gruppo di loro figli poi cercano di sensibilizzare monaci e mercanti sull’opportunità di destinare un decimo di quelle entrare ai finanziamenti per le ricostruzioni di strade e mura. Purtroppo se la richiesta all’abate ha come risultato soltanto un nulla di fatto, quella rivolta ai mercanti sfocia in una brutta rissa che termina addirittura con un omicidio. Né sarà questo l’unico delitto a turbare una fiera insolitamente tranquilla se si escludono i danni alla vita e alla proprietà di un ricco mercante di Bristol e della sua avvenente nipote.

Non mi sento di dire altro relativamente alla trama del romanzo perché, in giallo più che mai, ulteriori dettagli potrebbero rovinare la lettura a chi non conosce ancora il libro; quello che sicuramente si ritrova in “La fiera di san Pietro” è la meticolosa attenzione ai dettagli dell’epoca e le accurate descrizioni con cui la Peters caratterizza ogni suo romanzo, elementi che si accompagnano a loro volta ad una ben intessuta rete di inganni ed intrighi che (seppur non rende più difficile la risoluzione dell’omicidio) tuttavia rende movimentato e non scontato lo svolgersi delle vicende.

I libri della Peters sono tutti a mio avviso più fondati sulla caratterizzazione dei personaggi e dell’ambientazione che non sul delitto vero e proprio: non ci sono emozioni violenti né drammi, non inseguimenti o azioni acrobatiche, eppure io credo che la loro forza stia proprio in questo. Nel loro caratterizzarsi quasi più come romanzi storici conditi da un tocco di investigazione che come gialli nel senso più classico del termine.

E’ stato dunque particolarmente piacevole per me trovare in “La fiera di san Pietro” tutti gli elementi che mi aspettavo ma anche una più spiccata componente “delittuosa”. Come accennavo lo schema della Peters non cambia rispetto al solito, l’autrice non getta in pasto al lettore un’orda di possibili criminali (diciamo che i plausibili sospettati sono una mezza dozzina scarsa), ma riesce a mantenere sempre alto il ritmo della narrazione perché all’omicidio iniziale fa seguire altri crimini più o meno gravi, più o meno scoperti, che culminano poi in nuove minacce alla vita di altri personaggi.

Ho apprezzato anche l’evoluzione che la scrittrice ha dato – pur nella cornice dell’abbazia e del borgo di Shrewsbury, ai suoi personaggi e soprattutto alla “libertà d’azione” del protagonista: dopo averlo visto stranamente libero dalle restrizioni dei suoi confratelli (o viceversa tenuto strettamente in riga dal severo priore Robert), in questa vicenda la Peters ha avuto la brillante idea di rapportare Cadfael ad un priore di mentalità aperta e astuta, che concede libertà inaspettate al suo monaco erborista pur di assicurarsi che un occhio vigile sorvegli la turbolenta fiera annuale.

Ulteriore aspetto a mio giudizio positivo sta nella componente romantica, presente pur senza che acquisti mai eccessivo peso, resa particolarmente vivace per la personalità di Emma, apparente archetipo della graziosa donzella in pericolo ma che si rivela quasi subito assai meno debole di quanto non appaia a prima vista, una giovane piena di buon senso e di segreti, capace di mentire (seppur a malincuore) se le circostanze lo richiedono. Anche il ritorno di personaggi già noti – come Hugh e Aline – ed il loro contributo all’evolversi delle indagini è una buona mossa da parte della Peters, perchè rendono le varie fasi investigative più movimentate e realistiche.

Cadfael da parte sua si dimostra ancora una volta un amalgama ben riuscito di saggezza, umanità, placida accettazione dell’inevitabile, testarda ricerca della giustizia. Come già nei capitoli precedenti, il monaco si trova suo malgrado a lottare con questioni etiche che sono raramente solo bianche o nere, al contrario si presentano ricche di sfumature.

Tutto insomma contribuisce a dare profondità e spessore ad una trama relativamente semplice ma avvincente, movimentata dalla presenza di qualche inaspettato colpo di scena e da una gradevolissima vena di romanticismo. Come ovvio in un romanzo d’ambientazione medievale non ci sono tecnologie all’avanguardia (per quanto compaia un bell’inseguimento finale) o sparatorie, ma gli intrighi (personali e politici), le intuizioni di Cadfael e Hugh, la ben riuscita caratterizzazione dei personaggi, rendono il libro la migliore delle avventure della Peters che io abbia letto sinora.

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