“La donna perfetta” (La fabbrica delle mogli)” di Ira Levin – Recensione

[Titolo originale: The Stepford Wives]

Il mio giudizio in breve:

Una vicenda fuori dagli schemi, raccontata con uno stile essenziale e scorrevole che contribuisce a mantenere viva l’attenzione del lettore e sempre alta la tensione. Un classico ristampato da pochi anni, che nonostante sia datato in qualche aspetto conserva intatto tutto il suo fascino.

La copertina della più recente edizione, pubblicata col titolo "La donna perfetta"
La copertina della più recente edizione, pubblicata col titolo “La donna perfetta”

Circa una decina d’anni fa avevo visto un film, all’epoca fresco d’uscita nelle sale cinematografiche, con Nicole Kidman: “La donna perfetta“. Commentandolo con mio marito era emerso che in effetti la pellicola era ispirata (più o meno liberamente) ad un libro degli anni ’70 scritto da Ira Levin, probabilmente più famoso in Italia per “Rosemary Baby“, intitolato “La fabbrica delle mogli“. Incuriosita di conoscere la vicenda originale, avevo cercato nei mercatini una copia del volume – naturalmente fuori catalogo – ma non ne avevo trovate e dopo un po’ avevo smesso di cercare; con un certo stupore un paio di settimane fa mi sono imbattuta in libreria nel romanzo “La donna perfetta“, che ho constatato essere una riedizione del 2012 del libro in questione. Credo abbiano modificato il titolo per richiamare la trasposizione cinematografica con la Kidman, ma questo tutto sommato è un dettaglio trascurabile. Ciò che conta è la possibilità offerta ai lettori di scoprire o rileggere un classico che nonostante i decenni rimane un ottimo, interessantissimo romanzo.

Il romanzo è ambientato agli inizi degli anni ’70 e si svolge quasi completamente seguendo il punto di vista di Joanna, donna emancipata (se non proprio femminista), con una vita piena e soddisfacente: un marito, due figli, la passione per la fotografia. Intelligente e vivace, Joanna si trova un po’ spiazzata quando con la famiglia si trasferisce dalla vibrante New York alla cittadina di Stepford, che rispetto alla Grande Mela costituisce una realtà decisamente ridimensionata. Stepford d’altra parte è il posto perfetto per una famiglia con dei bambini grazie alle sue file di linde casette in colori pastello, e per fortuna Joanna stringe presto amicizia con Bobbie e Charmaine, le sole donne che – arrivate anche loro da poco nel ridente paesino – appaiono emancipate e brillanti come lei.

Stepford infatti, al di là del piccolo supermercato e dei giardinetti puliti e curati, ha una strana caratteristica: tutte le mogli sono casalinghe curiosamente avvenenti, ben organizzate, felici della propria vita. La dedizione che mettono nella cura della casa è completa, il loro aspetto sempre impeccabile, il loro accordo con le opinioni dei mariti assoluto, le loro frasi quasi prestampate. Donne che appaiono felici, ma di una felicità fasulla, bambole insulse che adorano lo shopping e non hanno opinioni proprie. Solo Bobbie e Charmaine, proprio come Joanna, la mattina appaiono scarmigliate e sono un disastro coi lavori di casa; almeno finché un giorno anche Charmaine non compare davanti alle amiche ben pettinata, appagata di occuparsi delle faccende domestiche, entusiasta del marito che in precedenza criticava. Un cambiamento inquietante quanto lo sono le altre perfette donne di Stepford, inspiegabile quanto le attività del circolo maschile che si erge sulla collina di Stepford, frequentato da tutti gli uomini della città, compreso il marito di Joanna …

Chi ha letto il romanzo, o visto i due film che ne sono stati tratti, sa che l’opera è considerata uno dei capisaldi delle rivendicazioni femministe, ma io non voglio parlare di questo, per quanto sia un aspetto importante e meriterebbe sicuramente un approfondimento. Quello che desidero scrivere nel post è, come per tutte le mie recensioni, il motivo per cui il libro mi è piaciuto: perché per quanto profondo sia il messaggio di un’opera se poi quella lettura risulta noiosa e faticosa il pubblico la scansa, a dispetto di ogni altra considerazione.

Edizione d'epoca del romanzo, col più inquietante titolo "La fabbrica delle mogli"
Edizione d’epoca del romanzo, col più inquietante titolo “La fabbrica delle mogli”

Qual è dunque la mia opinione su “La donna perfetta” (o “La fabbrica delle mogli” che dir si voglia)? A me il libro è piaciuto davvero molto, soprattutto per il modo in cui l’autore riesce a scrivere un thriller che sembra quasi una commedia, almeno in apparenza. Non ci sono assassini armati di accetta o pericolosi serial killer, la tensione e la suspense sono tutte psicologiche ma sono impareggiabilmente mantenute da Levin per l’intero romanzo. La narrazione procede veloce, essenziale, senza sbavature dalla prima all’ultima pagina, con un ritmo che si fa via via più serrato man mano che la protagonista avverte l’inquietante mistero celato dietro le perfette mogli di Stepford.

Purtroppo il mio piacere nella lettura di questo libro è stato in parte ridotto perché, avendo già visto la sua riduzione cinematografica, quello che è il grande colpo di scena io lo conoscevo già. Ma pur mancando l’elemento sorpresa, non ho potuto fare a meno di sentirmi trascinata dal ritmo della storia, coinvolta dalle vicende cui Joanna assiste, sempre più proiettata in questa realtà quasi alternativa fatta di creature incantevoli che prima avevano carriere di successo e quasi di colpo ci vengono presentate più che liete di magnificare i pregi di una determinata marca di detersivi.

Sull’edizione che ho acquistato il romanzo è definito come un thriller divertente ma io non lo definirei divertente. Leggero, forse, almeno nella parte iniziale, ma la storia cessa di essere rilassante nel momento in cui Joanna inizia a percepire una nota stonata nelle donne che la circondano, in quegli esemplari femminili apparentemente senza difetti e senza pensieri. Da qui in poi la narrazione si fa sempre più tesa, culminando in due punti focali quasi agghiaccianti per la loro carica di suspense e per l’intrinseca drammaticità: il doloroso attimo in cui la protagonista si rende conto di come nessuno possa essere certo di essere amato per ciò che è davvero, ed il finale (la conclusione del libro non ha quasi nulla in comune con la più edulcorata versione recitata dalla Kidman).

Incantevole è anche il personaggio di Joanna: una donna comune, che ama suo marito ed è felice della propria vita, ma come coltiva comunque aspirazioni che la aiutano a migliorare la propria realtà. Se a New York l’esistenza di Joanna è piena e non viene messa in discussione, divisa com’è fra il lavoro e le esigenze familiari, a Stepford le cose cambiano e lei si scopre incerta fra la normalità a cui tutto sommato anela e il modello (in apparenza perfetto ma in realtà tale solo per qualcuno) che le donne della cittadina rappresentano.

Altrettanto ben riuscito è il cattivo, che si rivela praticamente sul finale dopo che la sua presenza si è sempre più pesantemente percepita man mano che la narrazione procedeva. La sua identità, la sua stessa esistenza in fondo, dà il colpo di grazia alle speranze che il lettore poteva ancora conservare, facendolo precipitare insieme a Joanna nel baratro di una consapevolezza dolorosa e tremenda.

Insomma, un libro breve (e troppo costoso per il numero di pagine di un’edizione in brossura) ma che vale assolutamente la pena leggere. Forse non un capolavoro ma di certo un classico, una storia davvero raccapricciante scritta con un tocco sobrio e femminista che non si può fare a meno di apprezzare.

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