“Il settimo bambino” di Erik Valeur – Recensione

[Titolo originale: The Seventh Child]

Il mio giudizio in breve:

Una noia mortale, libro prolisso senza la minima suspense. Per finirlo (ci tenevo in modo da poterne scrivere la recensione a ragion veduta) ho fatto qualcosa che mi ero ripromessa di evitare sempre: saltare interi paragrafi, se non addirittura intere pagine.
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Il modo in cui questo romanzo è giunto fra le mie mani è curiosa (forse persino più intrigante della storia narrata nel libro stesso?): me lo diede un amico, dicendomi che trattandosi di un volume davvero corposo – quasi 800 pagine in effetti – non era certo di voler iniziare la lettura. E siccome, leggendo il mio blog, aveva notato che i miei giudizi sui libri investigativi e d’avventura erano molto simili alle sue opinioni, avrebbe gradito il mio parere. Io non ero molto convinta, perché non conoscevo l’autore e ammetto di avere la tendenza a non gettarmi sull’ignoto nemmeno nella scelta delle mie letture.

Però mi spiaceva deludere il mio amico, e poi avevo trovato anche un’incoraggiante recensione pubblicata da Piero Soria nella rubrica “Tuttolibri” della Stampa. Ho dunque iniziato la lettura, l’ho impavidamente portata avanti fiduciosa che il libro sarebbe decollato presto, l’ho proseguita cocciutamente e faticosamente, ma in tutta sincerità la mia opinione non potrebbe essere più diversa da quella di Soria: io ho visto solo noia e ripetitività, purtroppo.

La storia in sé sarebbe anche intrigante: l’apertura del romanzo è collocata nel 2001, quando il ritrovamento del corpo di una donna su una spiaggia danese cade nel dimenticatoio (nonostante alcuni oggetti rinvenuti accanto al cadavere sembrino indicare un macabro rito come movente per l’omicidio) perché accaduto in concomitanza con i drammatici attentati dell’11 settembre. L’azione si sposta poi a sette anni dopo, quando il giornalista Knud Tasing, sull’orlo de licenziamento perché coinvolto in uno scandalo, riceve una lettera anonima contenente un articolo del 1961 che cita il famoso (ed immaginario) brefotrofio diretto da Martha Ladegaard ed una foto che ritrae sette bambini.

Il brefotrofio, guarda caso, si trova a poca distanza dal punto in cui era stato rinvenuto nel 2001 il cadavere della donna oggetto dell’apertura del romanzo; i sette bambini (che occupavano la cosiddetta Cameretta degli Elefanti) sono ovviamente diventati adulti nel frattempo e alcuni di loro hanno raggiunto posizioni di autentico prestigio: un astronomo, un noto presentatore televisivo, un avvocato e persino l’assistente di un ministro. Uno di loro però, John Bjergstrand, non compare da nessuna parte, come se non fosse mai esistito.

Raccontata così la trama ha davvero molti punti interessanti, ma confesso che sin dalle prime pagine mi ha rivelato una piccola delusione. Dopo aver costituito un’apertura forte, quasi ad effetto, il delitto relativo alla donna non identificata sulla spiaggia non solo non costituisce il fulcro del romanzo (questo me lo aspettavo) ma non è nemmeno menzionato di nuovo fino a molto più avanti. E la coincidenza dell’11 settembre pare davvero niente più che una coincidenza per giustificare il fatto che la polizia danese fosse stata sorprendentemente disposta a considerare quella morte curiosa come accidentale. Il mistero, tutto sommato ben introdotto, rimane come in sospeso: è lì (e finirà per essere svelato), ma è stato congelato per passare ad altro.

Come accennavo mi ha spiazzata, se non proprio delusa, questa scelta di presentare un fatto e poi dimenticarsene per centinaia di pagine, ma ho proseguito la lettura cercando di familiarizzare con quella che è evidentemente la trama principale, ovvero la vicenda legata ai bambini adottati. E qui la mia critica si fa più pesante, motivata soprattutto da due fattori fra loro indipendenti: il ritmo della narrazione e il suo tono oscuro.

Che questo non fosse un libro veloce lo si poteva intuire già dalla sua mole, ma il problema non risiede tanto (secondo me) nel numero intrinseco di pagine, quanto piuttosto nel fatto che si susseguono pagine e pagine in cui non accade nulla. Questo eccesso di parole che sembrano scritte per il puro piacere di riempire capitoli aggiuntivi mi ha lasciata con la curiosa sensazione che le pagine aumentassero misteriosamente al procedere della lettura (invece di diminuire), allontanandomi da una conclusione che si faceva sempre più simile ad un miraggio.

La narrazione tiene a distanza, come se l’autore stesse raccontando una storia che ha sentito da qualcuno che a sua volta ha udito dire da un’altra persona ancora quello che è successo altrove. Non ho mai sentito un collegamento significativo coi personaggi o le vicende descritte. Nonostante l’evidente aspetto drammatico dei fatti narrati, nonostante alcune atroci descrizioni fornite fin nei minimi dettagli, l’emozione era in qualche modo schiacciata da questo inutile appesantimento della prosa, che si faceva prolissa e si dilungava invece di dire effettivamente qualcosa. Il libro decolla infatti solo poco dopo la metà: davvero troppo oltre, quando ormai il lettore è stato annoiato e disamorato da un’imbarazzante quantità di descrizioni, frasi, capitoli inutili.

Dei quali il libro non avrebbe proprio avuto bisogno, visto che Valeur aveva ambiziosamente deciso di intrecciare nel suo svolgimento le storie di ben sei bambini (a cui sommare quella del settimo misterioso bambino ricordato nel titolo). Non solo ho giudicato il romanzo prolisso, ma anche confusionario: i continui salti temporali (che inizialmente consideravo un utile espediente narrativo) si trasformano a lungo andare in un fastidio. Troppe vicende si incrociano ed accavallano in un caos di personaggi che spesso vengono presentati con stravaganza, associando soprannomi e cariche o titoli a figure di cui già i nomi impronunciabili (e spesso abbastanza simili, almeno al mio orecchio non nordico) rendono difficile associare esattamente un volto.

Non dico di aver dovuto scrivere su un foglio di carta nomi e professione dei vari personaggi, ma è certo che ho avuto qualche difficoltà a seguire la “ricostruzione”, sempre alternata fra passato e presente, delle vite dei sei compagni della Cameretta degli Elefanti. Anche il fatto che i luoghi citati non mi fossero familiari (ricordo che il linro è ambientato in Danimarca) non mi ha aiutata a far maggior chiarezza in questo confuso susseguirsi di fatti, personaggi, accadimenti.

Prima di concludere la recensione (mi accorgo che si sta facendo lunga e non voglio diventare prolissa a mia volta!), voglio accennare al secondo aspetto che mi ha poco convinta in questo libro, ossia la sua inquietante ed oscura atmosfera, pesante e soffocante. Non mi aspetto gioia e serenità in un libro giallo, ma qui la narrazione si fa per certi versi così cupa da diventare quasi agghiacciante – e non perché giunga al cuore del lettore, ma semplicemente perché descrive nel suo modo piatto e noioso una realtà dipinta così triste da far sospettare che per lo scrittore (abbandonato a sua volta in un brefotrofio) l’aborto sia forse da preferire alla prospettiva di un’adozione.

Tutti i bambini sono stati caratterizzati in modo tale da far capire che, a causa dell’abbandono da parte dei genitori naturali, sono personalità alienate, incapaci di appagamento, sempre mossi dal desiderio di qualcosa di più. Le loro storie sono interessanti, ma è la loro alienazione a dominare il libro, smorzando l’impatto della risoluzione finale. Non solo la sconosciuta uccisa sulla spiaggia non è il punto focale della storia, non solo l’identità del bambino misterioso si lascia intuire molto prima del termine: ogni aspetto del romanzo pare dominato da quest’aura di alienazione, dall’impossibilità di formare dei legami stabili, dal perpetuo ingannare e mentire a se stessi prima ancora che agli altri.

In definitiva giudico “Il settimo bambino” un libro che difficilmente piacerà agli amanti del giallo classico, dove c’è un mistero da risolvere e indagini da portare avanti. Potrebbe forse interessare chi fosse alla ricerca di schizzi psicologici (forse un po’ troppo oscuri) di ciò che accade all’emotività ed alla psiche dei bambini abbandonati, purché si sia disposti a tollerare un ritmo lentissimo ed una scrittura davvero prolissa.

Voto: gifVotoPiccola

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