“La dama delle nebbie” di Julie Garwood – Recensione

[Titolo originale: The Bride]

Il mio giudizio in breve:

Era un romanzo che aspettavo di leggere da anni ma si è rivelato una gran delusione; non credibile storicamente il comportamento di lei (e di altri), né realistico il personaggio maschile, il susseguirsi di eventi è incredibile e il progredire del rapporto fra i due solo basato sull’intesa sessuale.

La copertina della vecchia edizione pubblicata da Sperling & Kupfer
La copertina della vecchia edizione pubblicata da Sperling & Kupfer

Come anticipato nel giudizio di sintesi introduttivo, aspettavo da anni di leggere questo romanzo; lo avevo visto in biblioteca poco dopo la sua pubblicazione in Italia, nei primi anni Novanta, attratta dall’evocativa copertina di una bella signora in abbigliamento medieval-rinascimentale, ma quella copia era stata smarrita e poiché la biblioteca non ne aveva altre per molto tempo non ci avevo più pensato. Solo di recente il volume è stato ripubblicato, anche in formato ebook, e così ho subito deciso di acquistarlo, facendogli superare tanti altri libri che sono da mesi nella mia wishlist o sulla memoria del kindle.

La trama de “La dama delle nebbie” è incentrata sulle vicende di Jamie, la più giovane delle quattro figlie di un nobile inglese, costretta come la sorella maggiore Mary a sposare un capoclan delle Highlands perché il padre è incorso nell’ira del re. Dopo una breve introduzione nella casa di Jamie, le due fanciulle vengono praticamente trascinate a nord, in una terra per loro straniera, ma oltre agli ovvi problemi originati da questo imprevisto matrimonio (che nessuna delle parti in causa desiderava contrarre), sullo sfondo aleggia anche la misteriosa morte della prima moglie di Alec, oltre a sinistri indizi che indicano come pure Jamie rischi di venir uccisa.

In un certo senso questo appare come il romanzo perfetto, un compendio completo di tutto ciò che potrei richiedere ad una storia d’amore: ambientazione remota e seducente (la Scozia del 1100), con le sue forre ricoperte d’erica e i castelli arroccati sulle alture; un protagonista forte, testardo, restio ad ammettere anche solo con se stesso di essersi innamorato; un’eroina capace di cavarsela da sola e dotata di una forte volontà; un inquietante mistero del passato (la morte della prima moglie di Alec) che pesa sulla felicità dei due. Insomma, mi attendevo grandi emozioni da questo titolo, che invece si è rivelato terribilmente sottotono rispetto alla fama di cui sembra godere sia in Italia che all’estero.

L’ambientazione è trasparente, nel senso che lo stile della Garwood non è quasi mai descrittivo e non viene ricreata praticamente nulla della fatata bellezza scozzese: il libro avrebbe potuto essere tranquillamente situato in Inghilterra, in Germania o in qualsiasi altro luogo, e non sarebbe cambiato che qualche trascurabile dettaglio. La Scozia appare poco più che un pretesto per motivare l’iniziale odio reciproco dei protagonisti (lui scozzese, lei inglese) e per giustificare almeno in parte il fatto che Jamie non conosca o non si adegui alle tradizioni e regole del clan, che le risultano sconosciute e che lei giudica spesso prive di senso.

Sempre a livello stilistico, la scrittrice si muove spesso avanti e indietro tra i pensieri dei diversi personaggi, il che potrebbe conferire loro profondità ma è fatto così bruscamente che spesso si è a metà di un paragrafo prima di rendersi conto che non ci si riferisce più alla scena precedente. Non vengono fornite pause né segnali in modo che il lettore intuisca che sta per verificarsi uno stacco narrativo o che una situazione è sul punto di mutare, e ciò accade anche con il dialogo: quella che sembra una tranquilla conversazione al termine delle battute si scopre che è stata gridata. Senza contare che i protagonisti paiono spesso dei mentecatti, vista la frequenza con cui reciprocamente si fanno ripetere le frasi appena pronunciate dall’altro.

Questa stessa frammentarietà caratterizza più in generale il progredire della narrazione: scene minori sono accuratamente disegnate nei minimi dettagli, mentre scene critiche sono spesso appena delineate o molto scremate. Una cruciale scena di lotta termina in un battito di ciglia, un personaggio è molto turbato ma alla riga dopo si passa ad un diverso argomento. Per non parlare del finale, che mi pare faccia acqua da tutte le parti: del crudele assassino della prima moglie di Alec non si sa nulla dopo averne rivelata l’identità (è stato giustiziato? bandito? consegnato al re? imprigionato?), la comparsa di Andrew risulta assolutamente priva di legami col resto della storia e il colloquio con il re non solo prevedibile ma assurdo.

Se i personaggi fossero stati ben tratteggiati questi difetti avrebbero potuto risultare meno fastidiosi, ma sventuratamente non è stato così. Il protagonista non coinvolge perché l’autrice ne ha fatto un maschio alpha talmente testardo e dominatore che non sa fare nulla tranne urlare e combattere – salvo poi essere dolce, tenero e appassionato con la sua capricciosa ma bellissima moglie. La Garwood presenta Alec come un autentico campione (un gigante alto e muscoloso, che cavalca senza sforzo per giornate intere, sgomina i banditi, affronta impavido le battaglie) e inizialmente il fatto che consideri una donna come poco più che una proprietà (sua) o una serva è adeguatissimo: rispecchia la mentalità medievale e la lettrice trepidante può immaginare che questa mentalità maschilista sia il preludio a scene brillanti in cui pian piano la protagonista lo spingerà a ricredersi e cambiare opinione.

Purtroppo non accade nulla del genere: Alec resta uno stereotipo bidimensionale del quale non scopriamo praticamente nulla. Al di là delle sue reazioni alle parole e alle azioni della moglie, non è dato spazio a ciò che lui come personaggio potrebbe pensare o fare. Nell’evolversi della storia non impariamo niente della sua famiglia, dell’educazione che ha avuto o delle esperienze significative del suo passato, delle sue funzioni come Laird e della stima di cui pare godere presso re Edgar, nemmeno di cosa provava realmente per la sua prima moglie. A parte i dialoghi con Jamie e le scene di sesso, Alec non ha un reale peso nel romanzo, al massimo interviene per salvare l’eroina dai guai ma sempre senza lasciar trasparire nulla di sé.

La copertina della più recente edizione, pubblicata da Mondadori nella collana Introvabili Oro
La copertina della più recente edizione, pubblicata da Mondadori nella collana Introvabili Oro

Jamie è decisamente più sviluppata come figura, ma non credibile in tutto ciò che la caratterizza. A parte il fatto di essere bellissima (si sa che le protagoniste dei romance sono sempre così belle da mozzare il fiato), ha capacità e responsabilità che semplicemente non sono compatibili con il ruolo di gentildonna del 1100. Che sappia cavalcare è realistico, che lo faccia a pelo anziché con la sella curioso, che sia lei cacciando a procurare la cena per la sua famiglia (baroni inglesi con tasse da riscuotere e un castello dove vivere) del tutto privo di realismo. E poi, perché mai ha imparato il gaelico? Ammesso che un servitore lo parlasse, non è affatto logico che lei abbia voluto e potuto dedicare del tempo a studiare una lingua che in Inghilterra era come minimo giudicata barbara, soprattutto considerando quanti altri compiti doveva sobbarcarsi.

Infatti questa donna, tanto coraggiosa e caparbia da sfidare ogni 10 pagine l’autorità del novello sposo, nonché da pugnalare un bandito, a casa sua era poco più che un’antesignana di Cenerentola, occupata a cucinare e tenere in ordine, mentre le sorelle (che pure lei amava con affetto tutto considerato abbastanza reciproco) ricamavano e si lamentavano. Avrebbe potuto risultare interessante il contrasto fra l’atteggiamento lacrimevole di Mary e quello coraggioso di Jamie, peccato che l’autrice faccia della sorella maggiore una figura di pochissimo peso nell’arco narrativo, poco più che un pretesto (proprio come l’ambientazione scelta) per giustificare alcuni scontri o motivi di disaccordo fra Jamie e Alec.

Il difetto peggiore del libro è dato comunque, a mio parere, dalla frequenza con cui le inesattezze storiche si susseguono, al punto da rendere quasi fantastica tutta la storia. Partendo dall’inizio, che ci mostra (nel medioevo, ricordiamolo) un padre talmente debole che si lascia azzittire dalle figlie e deve sperare nell’intervento della più piccola per ricondurre alla ragione le altre, oppure uno stalliere che chiede a due capi-clan scozzesi se si considerano uomini d’onore (e riceve persino una risposta, invece di una frustata o un manrovescio). Passiamo poi per vari gradi di irrealtà (i soldati delle Highlands che sanno parlare inglese, un guerriero gigantesco e implacabile che inaspettatamente si ritrova a casa la figlia di primo letto della moglie defunta ma lieto la abbraccia affettuosamente facendole superare ogni timore) fino alla conclusione che vede una buona metà almeno dei clan di Scozia rappacificati grazie alle doti mirabili di Jamie.

E come se queste incongruenze e libertà storiche non fossero sufficienti, l’autrice ne dissemina altre di minor peso che non posso fare altro se non ritenere del tutto superflue. Perché Alec avrebbe richiesto alla fidanzata di presentarsi alle nozze con un tradizionale vestito bianco, quando tale colore non era affatto usato all’epoca per le spose? Senza dimenticare la sedia a dondolo (oggetto che si ritiene sia stato inventato da Benjamin Franklin), che la Garwood ha deciso di far possedere a Jamie nel 1100. Oppure il trasferimento delle cucine dentro l’edificio principale del castello di Alec, iniziativa priva di senso in un’epoca in cui il benessere dei servi era decisamente trascurabile rispetto al rischio che un incendio scoppiato nelle cucine si propagasse al resto della dimora. E non ultima la parola “prateria”, che non so se sia usata nell’originale o se sia dovuta a una brutta traduzione, ma leggerla riferita alle colline inglesi e alle aspre alture scozzesi mi ha fatto venire – ogni volta che mi imbattevo nel termine – il desiderio di interrompere la lettura.

Il primo terzo del libro, a parte l’irrealistica scena iniziale col barone Jamison, tutto sommato prometteva bene: un matrimonio forzato, fra i protagonisti c’è una buona dose di chimica, alcuni dialoghi sebbene non perfetti sono un gradevole alternarsi di botta e risposta fra i due. Ma da quando Jamie e Alec consumano il matrimonio pare che la storia entri in stallo e non si evolva più. La conversazione fra i due (che è l’unico altro modo, a parte l’andare a letto insieme, con il quale si relazionano) diventa ripetitiva e gli iniziali conflitti più simili a battibecchi fra adolescenti; la chimica di fatto si azzera perché metà del tempo lo passano separati e noi seguiamo solo Jamie; dopo una notte di passione l’eroina sembra non odiare più il detestato straniero (salvo alternare la risoluzione “non voglio che mi tocchi” a quella “devo cercare di essere accomodante ed essere una buona moglie” nel giro di due pagine).

Non si salvano nemmeno le scene erotiche, a loro volta ripetitive e poco credibili. Che una donna innocente, per quanto passionale possa essere la sua natura, si trasformi in una virago impetuosa già la prima notte di nozze è assurdo, né più sensato che in seguito chieda al marito (che non conosce per nulla e che preferirebbe non la portasse ancora a letto) se a lui è piaciuto quel rapporto. Inoltre la Garwood descrive i momenti di passione in modo così dettagliato che a mio parere ha sottratto loro tutta la poesia che potevano in qualche modo donare alla relazione fra i protagonisti, trasformandole in pure performance amatorie.

Nel complesso dunque ho trovato “La dama delle nebbie” decisamente deludente: alcuni aspetti della storia sarebbero stati accattivanti, mancano però una vera profondità di carattere nei personaggi e un reale, credibile slancio nella storia (le azioni di Jamie paiono tutte poco credibili perché esagerate). Sommando a questi difetti le imprecisioni storiche troppo numerose e talvolta gratuite, nonché una risoluzione della componente “mistery” assolutamente prevedibile e non ben gestita, non posso che sconsigliare la lettura di questo romanzo che è stato considerato un classico all’epoca della prima pubblicazione nel 1989 ma appare oggi datato e poco interessante.

Voto: gifVotoPiccola

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