“Jane e il segreto del Medaglione: Le indagini di Jane Austen” di Stephanie Barron – Recensione

[Titolo originale: Jane and the Wandering Eye (Being the third Jane Austen Mystery)]

Il mio giudizio in breve:

Libro deludente, ancora meno scorrevole e interessante rispetto al primo volume della serie. Non solo manca dell’arguzia austeniana, ma perde punti anche nella componente investigativa che dovrebbe essere la parte caratterizzante della trama e si riduce invece ad una certa atmosfera goticheggiante risolta sul finale in una spiegazione tutt’altro che ben amalgamata coi fatti precedenti.

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Per chi ancora non conoscesse le opere della Barron (pseudonimo della scrittrice americana Francine Stephanie Barron Mathews) consiglio di leggere la mia recensione del primo romanzo della serie, “Jane e la disgrazia di Lady Scargrave: Un’indagine per la detective Jane Austen” (questo il post al quale mi riferisco), in modo da avere un’idea di quella che è l’ambientazione scelta dall’autrice. “Jane e il segreto del Medaglione” è in effetti il terzo volume della serie, preceduto da “Jane e il mistero del reverendo“, ma non posso dire che averne anticipato la lettura rispetto all’altro episodio abbia significativamente alterato il mio giudizio, in quanto ciascun libro è autoconclusivo e può essere considerato indipendente a patto di rinunciare ad un più accentuato approfondimento dei personaggi ricorrenti. Io avevo letto il primo romanzo, durante le vacanze una gentile vicina di ombrellone mi ha prestato “Jane e il segreto del Medaglione” e non ho esitato a provare questa terza avventura, che purtroppo mi ha appassionata decisamente meno rispetto a quella introduttiva.

In questo libro l’azione prende il via nel dicembre del 1804: Jane vive a Bath, città che non ama ma in cui la sua famiglia ha dovuto trasferirsi a causa di difficoltà economiche che si fanno ulteriormente pressanti durante il romanzo stesso. Il primo capitolo d’altra parte mostra Jane intenta a cogliere una delle poche distrazioni che Bath e le ristrettezze familiari le concedono, ovvero partecipare ad un ballo in maschera. Nel corso della serata Lord Harold Trowbridge chiede alla protagonista di accompagnare (e quindi sorvegliare oltre che possibilmente carpirne le confidenze) sua nipote, Lady Desdemona, rifugiatasi a Bath per sfuggire le attenzioni di un corteggiatore sgradito. Il piano comunque sembra subito subire una battuta d’arresto perché un uomo viene trovato assassinato durante la festa, con un insolito medaglione raffigurante un penetrante occhio grigio femminile appeso al collo, e dell’omicidio è accusato addirittura il fratello di Lady Desdemona.

Non voglio rivelare altro della trama perché si tratta comunque di un giallo e quindi non vorrei accennare a qualche indizio di troppo; d’altra parte la recensione può proseguire benissimo senza altri riferimenti troppo espliciti alle vicende narrate.

A livello di stile la Barron prosegue con la scelta di alternare una narrazione tradizionale a quelli che vogliono essere lettere ai propri congiunti e porzioni del diario personale della protagonista, scelta che non mi sento di appoggiare molto perché il modo di esprimersi della scrittrice si discosta notevolmente da quello della Austen. Non so se ciò sia voluto (per non rischiare, imitando lo stile della Austen, di non esserne all’altezza) o piuttosto sia effetto semplicemente della scrittura della Barron, fatto sta che l’arguzia e il sottile umorismo che permeano “Orgoglio e pregiudizio” o “Emma” non sono assolutamente percepibili in “Jane e il segreto del Medaglione“.

L’ambientazione in sé è resa con molta accuratezza, il miscelare eventi noti della vita di Jane Austen con le vicende fittizie funzionali al progredire della trama è generalmente portato avanti con scorrevolezza ed in maniera fluida, il linguaggio è sicuramente adeguato al contesto, eppure nulla nello stile del romanzo fa pensare che stiamo realmente vivendo un’avventura insieme alla Austen. Soprattutto in quelli che dovrebbero essere gli scritti di suo pugno (missive e diario) non si ritrovano né le frasi brillanti proprie della Austen né l’ingegno che personalmente mi aspetterei venisse dimostrato da una così valida scrittrice: la Barron finisce per dare, semplicemente, il banale ritratto di una zitella del primo Ottocento. Senza contare che le note a piè di pagina sono davvero troppo numerose per i miei gusti.

Anche dal punto di vista investigativo la trama risulta sviluppata senza molta logica e con eccessiva confusione per tutto il libro. Già l’idea di iniziare il racconto gettando Jane (e i lettori) in un ballo mascherato mi pare avventata: vengono presentati numerosi personaggi che non solo sono degli sconosciuti per la protagonista, ma le cui identità si ingarbugliano ancora di più proprio perché sono tutti in maschera. Era davvero il caso di scegliere questa come apertura del romanzo? Anche perché i personaggi rimangono numerosi anche nelle pagine seguenti e sebbene ciò permetta di presentare una variegata carrellata di caratteri non si può dire che il ritmo narrativo se ne avvantaggi molto.

A peggiorare le cose, almeno per quella che è la mia opinione, si unisce il fatto che il mistero da risolvere non sia particolarmente interessante, reso confuso com’è dalla presenza di troppe persone coinvolte, troppi possibili moventi, troppi presunti colpevoli. Ricatti, gelosie, amori non corrisposti: Jane e Lord Trowbridge indagano un po’ su tutti i fronti, non indietreggiando nemmeno di fronte a situazioni spinose (come un’aggressione alla giovane donna), eppure la prima preoccupazione della protagonista sembra scegliere un abito che faccia risaltare la sua carnagione e i suoi occhi piuttosto che raccogliere e vagliare indizi.

Il risultato è che la soluzione del delitto giunge a dir poco inattesa, troppo slegata dagli eventi che l’hanno preceduta e rivelata probabilmente nel momento meno logico dell’intero arco narrativo. Mi ha dato la sensazione di non essere ben sostenuta dal resto della trama e pur rileggendo una seconda volta parte dei capitoli 16 e 17 non sono riuscita a giudicare armoniche e strutturate le spiegazioni su modo e movente dell’omicidio: avere un delitto complicato è intrigante, vederlo trasformarsi in un delitto confuso molto meno.

Concludo dunque con un giudizio che riprende molto da vicino quello che già avevo scritto in merito al primo romanzo della serie: personalmente credo che aver usato la realmente esistita Jane Austen come protagonista sia più un difetto che un pregio per questi libri, nei quali la componente investigativa rimane debole e che si fanno apprezzare soprattutto come scorrevole panoramica della Reggenza inglese. Nessuno dei due volumi letti sino ad ora mi ha entusiasmata, anzi quest’ultimo mi ha effettivamente delusa, e dunque dubito che leggerò presto altri romanzi della Barron.

Voto:gifVotoPiccola

 

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