“Un bambino difficile da rapire” di Rennie Airth – Recensione

[Titolo originale: Snatch!]

Il mio giudizio in breve:

Un libro scritto e ambientato negli anni ’60 del secolo scorso ma che potrebbe dare punti ai più recenti best-sellers; romanzo carico di umorismo dove l’autore con stile acutamente ironico condisce un colpo memorabile ma machiavellico con colossali pasticci e personaggi pieni di carattere. Una lettura assolutamente imperdibile!

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Io non disdegno mai, quando mi capita di andare in montagna a casa di mia madre, di fare una capatina nella sua mansarda o nella soffitta della casa che apparteneva ai miei nonni. Non che contengano oggetti preziosi come un Monet o un Picasso, ma – siccome sia i miei genitori che i miei nonni sono stati lettori accaniti – non mancano i libri, generalmente d’annata. Alcuni proprio non mi ispirano, c’è poco da fare, ma ogni volta ne esco con un piccolo bottino che porto a Torino dove i volumi più meritevoli finiscono stipati negli scaffali già parecchio pieni delle librerie di casa.

Proprio in questo modo ho scoperto “Un bambino difficile da rapire“, libro pubblicato da Garzanti nel 1970, che mi ha colpito per la buffa copertina: esulando dallo scipito tono verde-azzurro dello sfondo, sono rimasta incuriosita da quelle lenzuola annodate – come per un’evasione o una fuga – dalle quali pende non un furfante in divisa a strisce ma una carrozzina con tanto di bebè all’interno. Immagine insolita, alla quale fa da appropriato accompagnamento sulla quarta di copertina una sinossi altrettanto originale. Non mi aspettavo un capolavoro ma ho provato comunque ad iniziare la lettura, scoprendo affascinata una vicenda a tratti prevedibile ma sempre coerente, narrata con uno stile ironico e simpatico che mi ha fatto spesso sorridere o addirittura ridere di gusto.

La voce narrante è impersonata da Harry, giovanotto inglese di moralità sufficientemente elastica da permettergli di indulgere occasionalmente nel mondo del crimine, tant’è che il nostro protagonista per vivere vende passaporti (ovviamente falsi). Non se la cava male Harry con la sua redditizia attività condotta nella ridente cittadina svizzera di Ginevra, per lo meno finché non viene braccato da un vecchio amico – che per lui è piuttosto un incubo ricorrente: Morland, a sua volta allergico alle professioni oneste quanto basta per provare a mantenersi con espedienti sempre al limite della legalità. Peccato che il piano di Morland questa volta non sia solo assurdo come i precedenti, ma anche terribilmente pericoloso: rapire il figlioletto in fasce di Yusuf Rifai, ricchissimo arabo con le mani abbondantemente in pasta nel mondo del crimine.

Nonostante le molte resistenze, Harry si trova invischiato nel piano che lo porta a Roma, dove si riunisce l’intera banda: Paula, una seducente ballerina dai capelli rossi; Hermann, insoddisfatto dipendente di Rifai; ma soprattutto Alberto, il cuore dell’operazione partorita dalla mente folle di Morland. Non voglio svelare oltre per non guastare il divertimento a chi non avesse ancora letto questo romanzo e riuscisse a reperirne una copia nelle biblioteche civiche o nei mercatini dell’usato. Aggiungo solo che il “geniale” piano di Morland, nonostante sia stato organizzato fin nei minimi dettagli, sembra più volte destinato a fallire miseramente, trascinando sempre più in basso gli sventurati che hanno avuto la malsana idea di prendervi parte.

Difficile proseguire la recensione senza svelare altro della trama, visto che gran parte del divertimento del libro deriva proprio dalle situazioni in cui l’autore pone i suoi personaggi. Quello che posso aggiungere è che i colpi di scena, piccoli o grandi, non mancano e sono tutti perfettamente in tono con il cast di figure che Rennie Airth ha scelto per popolare il romanzo, ovvero dei simpatici delinquenti di piccolo calibro limitati non tanto dal loro scarso ingegno – che così scarso non è davvero – quanto dalla sfortuna e da un sempre presente “standard minimo di moralità” sotto il quale non sono disposti a scendere.

Se da un lato dunque, almeno nelle sue linee generali, la storia è relativamente prevedibile, credo che non si possa fare a meno di apprezzare sia lo stile leggero e divertente dell’autore, sia i personaggi da lui creati, tutti dotati di quell’umorismo sottile e non (troppo) sboccato che a me piace tanto. Harry è perfetto nel suo essere in bilico sul margine della legge, più al di là che al di qua in effetti, ma solo in truffe e inganni “per bene” tutto sommato, senza armi violenza o vera cattiveria. L’unico punto in cui decisamente non mi è piaciuto il suo comportamento è stato dopo il malore del socio di sempre: ho apprezzato che Harry non abbia perso la testa, ma giudico stonata rispetto al personaggio (ed anche discutibile come messaggio trasmesso dall’autore) la sua interazione con Paula.

Morland è, se possibile, ancora più riuscito come personaggio: non pago dei numerosi fiaschi già collezionati, pensa sempre ad un colpo grosso che gli permetta di ritirarsi tranquillo all’apice del successo e non si perita di imbarcarsi in un’impresa disperata, ricattando l’amico Harry non solo perché si unisca a lui ma perché sovvenzioni il costoso progetto. Squisitamente caratterizzati sono anche Paula, l’affascinante rossa che rivelerà un carattere caparbio ed un inaspettato senso materno; Hermann, che nonostante sia dipinto come la caricatura del tipico crucco tutto regole e disciplina si rivela coraggioso e leale nel momento del bisogno; Tony, con le sue arie da piccolo gangster e l’incondizionato appoggio di mammona; Giorgio e gli altri socievoli abitanti di via dello Scorpione; Rifai, che per quanto compaia poco allunga sempre la sua ombra sinistra su tutta la narrazione; e naturalmente il neonato, magistralmente caratterizzato a sua volta nonostante sia solo un bebè.

Quando il lettore avrà familiarizzato almeno un po’ con questi straordinari personaggi, non si sorprenderà nello scoprire che il piano non va esattamente come previsto, e da quel momento la vicenda non farà che accavallare uno dopo l’altro improvvisazioni e scelte disperate con le quali i protagonisti cercheranno – se non proprio di uscirne vincitori – almeno di cavarsela limitando i danni. Anche perché a poco a poco anche l’idea di cosa sia un risultato di successo si evolve, almeno per alcuni di loro, e questi sfortunati personaggi rimarranno sempre più senza fiato nello sforzo di mantenere il passo col precipitare degli eventi.

Come dicevo ironia e divertimento costituiscono le fondamenta di questo romanzo, in cui l’espediente della narrazione in prima persona fa si che il lettore si ritrovi sempre al fianco di Harry nelle sue peripezie, scoprendo con lui segreti e colpi di scena, affrontando con lui intrighi e pericoli. Fino ad una conclusione che è perfetta in ogni senso: divertente come le avventure che l’hanno preceduta, scanzonata come il tono della narrazione, assolutamente in carattere con i personaggi.

Inutile che io mi ripeta:  giudico “Un bambino difficile da rapire” un libro squisito, divertentissimo, e non posso fare altro che consigliarlo a chiunque voglia passare qualche ora ridendo di gusto nel seguire lo spassoso susseguirsi di difficoltà che i protagonisti della storia dovranno superare.

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