“Harry Potter e il calice di fuoco” di J. K. Rowling – Recensione

[Titolo originale: Harry Potter and the Goblet of Fire]

Pur seguendo lo schema consueto per cui un romanzo di Harry Potter coincide temporalmente con la durata dell’anno scolastico e prende l’avvio in casa dei Dursley, questo quarto romanzo si caratterizza subito come un po’ diverso dai precedenti e molto movimentato. Dopo una brevissima incursione dei Weasley nel salotto di Privet Drive, Harry e compagni sono tutti catapultati nella realtà magica della Coppa del Mondo di Quidditch, evento sportivo di altissimo livello funestato dalla comparsa di alcuni mangiamorte che fanno brillare nel cielo il marchio nero, simbolo del Signore Oscuro.

Copertina della nuova edizione con la traduzione rivista da Bartezzaghi
Copertina della nuova edizione con la traduzione rivista da Bartezzaghi

Risolta in qualche modo la situazione, la scena si sposta ad Hogwarts, dove presto gli studenti scoprono che si terrà un altro notevolissimo evento, il famoso Torneo Tremaghi, per il quale sono invitati al castello anche rappresentanti di altre scuole di magia. A dispetto di quanto lasciato intuire dal nome e dalla tradizione, quest’anno i partecipanti al torneo saranno quattro, visto che anche il nome di Harry viene risputato fuori dal calice di fuoco e il resto dell’anno sarà dunque scandito dalle prove del torneo e dalla necessità per il protagonista di capire come affrontarle e superarle. Questo almeno finché l’ultima prova non lo condurrà ad una sfida di ben maggiore importanza, niente di meno che uno scontro inatteso con Voldemort stesso.

Anche in questo romanzo, come nei precedenti, la Rowling non tradisce le caratteristiche basilari del mondo magico da lei creato e dei personaggi ricorrenti che lo affollano. Continua d’altra parte la crescita di tutti, colpendo con maggior forza il trio di protagonisti, che inizia ad essere preda delle instabilità emotive tipiche dell’adolescenza. Insomma, l’autrice oltre ad introdurre nuovi personaggi offre un maggiore spazio anche alle relazioni fra quelli già noti, rendendole meno lineari e più conflittuali. Harry esita a rivelare che talvolta la cicatrice sulla fronte si accende di dolori improvvisi perché inizia a preoccuparsi dell’opinione altrui. Ron comincia a provare invidia per l’amico tanto brillante e sempre al centro dell’attenzione, diventando al contempo sempre più insofferente delle difficili condizioni economiche della sua famiglia. Hermione da bambina inizia a trasformarsi in donna, risentita perché gli amici di sempre non la trattano come tale e – per esempio – non la invitano al ballo del ceppo se non come ultima scelta.

Se dunque da un lato l’autrice approfondisce il concetto che crescendo si fanno più complesse sia le personalità individuali sia i rapporti con gli altri, uno dei messaggi sicuramente centrali nel libro è la componente collaborativa e la sua importanza nel risolvere i problemi. A differenza di come accadrà nel libro seguente, “L’ordine della Fenice“, in “Harry Potter e il calice di fuoco” è infatti assolutamente chiaro che il protagonista non è capace di fare tutto da solo né è sempre baciato dalla fortuna. Tanti episodi si riveleranno frutto delle macchinazioni del sedicente Moody, ed in ogni caso è probabile che Harry non avrebbe superato nessuna delle prove se non fosse stato per l’aiuto altrui.

Hagrid rivela ad Harry quale sarà la prima prova, dandogli il tempo di studiare una strategia; Diggory lo aiuterà a decifrare il segreto dell’uovo di drago e Dobby fornirà al suo amato signor Potter l’algabranchia indispensabile per affrontare la seconda sfida. E per quanto Harry riesca a superare il labirinto senza troppe interferenze esterne, è chiaro che non riuscirebbe a salvarsi durante la lotta con Voldemort se non fosse protetto dal sacrificio dei propri genitori.

Questo aspetto della trama mi ha davvero soddisfatta, compensando almeno un po’ l’eccessiva tendenza del protagonista di trovarsi sempre al posto giusto nel momento giusto (o, a seconda del punto di vista con cui si esamina la cosa, al posto sbagliato nel momento sbagliato). Analogamente mi è piaciuto il modo in cui la Rowling ha stravolto creature mitologiche dell’immaginario collettivo – per esempio le sirene, che non appaiono come splendide fanciulle ma piuttosto come esseri dai capelli ingarbugliati e affilati denti giallastri.

La scena del ballo del ceppo
La scena del ballo del ceppo

Altra nota positiva del romanzo è l’espansione della realtà magica al di fuori dei confini britannici e l’introduzione di nuovi personaggi particolarmente carismatici e ben riusciti. I miei prediletti in questo senso sono sicuramente Rita Skeeter e Moody. La Skeeter è forse un pochino sopra le righe come figura in sé, ma i suoi articoli sono geniali, esilaranti e divertentissimi. Magistrale il modo in cui questa donna cinica e priva di scrupoli trasforma Harry in un eroe tragico basandosi su molti silenzi e qualche “ehm”, soprattutto se si pensa che in seguito lo dipingerà invece come uno psicopatico con manie di persecuzione e di grandezza.

Moody poi è magnificamente rappresentato nella sua duplice veste di auror e di imbroglione. Il professore descritto nell’intero libro è in realtà il falso Moody impersonato da Crouch, eppure (ipotizzando che costui ne abbia assunto le abitudini oltre che l’aspetto, per ingannare chi lo conosceva) possiamo considerare realistico il ritratto che ne emerge. Ritratto che nelle parole di Harry si traduce come il miglior insegnante che il ragazzo abbia mai avuto; un auror infaticabile che conosce e pratica incantesimi difficili e pericolosi, un individuo apparentemente non più equilibrato la cui reputazione si basa non solo sulla sua indiscussa abilità ma anche sulla sua altrettanto innegabile eccentricità.

L’unico dettaglio che non mi spiego in relazione a Moody è come possa un impostore usare la sua bacchetta: nei romanzi seguenti apprenderemo che solo sconfiggendo in un duello magico un mago si può avere l’obbedienza della sua bacchetta (sennò Piton avrebbe semplicemente potuto offrire quella di Silente a Voldemort) … ma come ha fatto Crouch a sconfiggere il vero Moody? Che bacchetta ha usato prima? Quella del padre forse, ma non era sua nemmeno quella … d’altra parte la regola dell’obbedienza delle bacchette è un’idea che in sé mi ha convinta sempre poco – possibile che in un mondo basato sulla magia sia sufficiente sconfiggere uno stregone per indebolire il suo legame con la bacchetta? Ma allora i maghi mediocri come se la cavano?

Lo stile della Rowling in questo libro è paragonabile a quello del terzo volume, un ideale ponte fra la semplicità dei primi due e la raffinata complessità degli ultimi tre. Come corposità invece “Harry Potter e il calice di fuoco” con le sue oltre 600 pagine si discosta parecchio dai primi tre capitoli della saga e cessa definitivamente di appartenere alla narrativa per ragazzi. Anche perché in questo volume malvagità, tradimento e morte sono davvero all’ordine del giorno: i mangiamorte alla coppa del mondo (che agiscono per divertirsi ma scatenano il terrore), un bell’omicidio a sangue freddo proprio in apertura, la pericolosità delle prove del torneo, l’evidente sfruttamento degli elfi domestici ben sottolineato da Hermione e il suo CREPA, gli inganni di Crouch, tutta la parte finale nel cimitero. Qui non è solo la morte di Diggory a poter impressionare dei ragazzi (non parliamo dei bambini), tutto il tono della narrazione si è fatto adulto e pieno di complicazioni.

Che cosa dunque rende il libro soltanto bello e non un capolavoro? Anche qui, come per il romanzo precedente, i fattori sono secondo me due, entrambi (purtroppo) abbastanza rilevanti. In primo luogo il torneo Tremaghi in sé, un evento scenografico al massimo e attorno al quale ruota quasi tutto lo sviluppo della trama, ma che è pieno di incoerenze dal principio alla fine. Perché se il Torneo ha sede di volta in volta nelle varie scuole, poi si sostiene che il luogo dove esse sono situate viene tenuto segreto? Le delegazioni di Beauxbatons e Durmstrang sono riuscite ad arrivare a Hogwarts, quindi penso valga anche il viceversa. E poi, perché far durare il torneo un intero anno? Non bastava un mesetto, massimo due? Cosa fanno nel frattempo gli studenti stranieri? Studiano a Hogwarts, con presumibili problemi di comprensione linguistica e diversità delle materie trattate? Si sono portati dietro i propri libri e i propri calderoni (ma non gli insegnanti)? Perdono disinvoltamente un importante anno di istruzione magica?

Alcune copertine italiane e inglesi
Alcune copertine italiane e inglesi

Parliamo poi delle prove: i maghi sono evidentemente individui che alla vita tengono poco, considerato come mettono i propri giovani figli alle prese con sfide dichiaratamente difficili e rischiose, così difficili che gli studenti dei primi anni hanno il divieto di candidarsi al torneo. Immaginare delle prove in stile con le Olimpiadi era poco interessante? Evidentemente sì, meglio gare pericolose ma di spettacolarità assolutamente nulla. Già perché le tre sfide sono interessanti, la Rowling le descrive bene, Harry ci fa la sua solita discreta figura, ma se mi metto nei panni di uno spettatore sono assurde.

Prima prova: rubare l’uovo d’oro al drago. Pericolosità a parte, almeno in questo caso chi sta seduto sugli spalti qualcosa può vedere. Non da vicino, ma insomma un po’ di azione c’è. Seconda prova: i campioni si tuffano nelle profondità del lago. E gli spettatori? Restano chiaramente sulla riva del lago per un’ora a girarsi i pollici. Ultima prova: il labirinto. Questa è la prova finale, quella decisiva, abbiamo anche i parenti come ospiti, ma cosa vedono tutti a parte le siepi esterne che delimitano il labirinto stesso?

E poi perché tre prove, visto che di fatto le prime due sono quasi inutili ai fini della terza? Hanno solo determinato un lieve ritardo nell’entrare nel labirinto, dettaglio quasi insignificante se pensiamo che – impedimenti magici a parte – in un qualsiasi labirinto il problema più grosso è trovare la strada giusta. Cosa che, senza particolari indizi in un senso o nell’altro, è soprattutto questione di fortuna e non di abilità. D’altra parte a questo punto ci si potrebbe anche chiedere perché Crouch-Moody sia ricorso al torneo per portare Harry dal suo signore: visto che ormai era ad Hogwarts e tutti si fidavano di lui, non poteva condurre via l’ignaro Harry con un trucco qualsiasi? Non dico materializzazione o cose simili, generalmente “bloccate” nel castello, ma si fa accompagnare a Hogsmeade con una scusa e da lì o con una passaporta o con una materializzazione il gioco è fatto.

Due precedenti edizioni italiane
Due precedenti edizioni italiane

Questo ci porta dritti dritti al secondo aspetto zoppicante del libro: lo scontro con Voldemort. Da un lato è una scena ricca di pathos (commovente soprattutto la parte in cui emergono le immagini delle vittime del Signore Oscuro), ma dall’altro ci troviamo per l’ennesima volta di fronte ad un promettente cattivo che si comporta da idiota. Perché deve essere proprio lui a battere Harry da solo? Voldemort è potente (questo non è mai stato messo in dubbio da nessuno nell’intera saga), ha sconfitto la morte spingendosi oltre gli altri maghi, ha già i suoi accoliti – che si sono riuniti lì intorno a lui e apparentemente non sono proprio i maghi più imbranati della nazione – perché dimostrare a ogni costo che può vincere Harry Potter da solo?

Considerato che non sa esattamente cosa abbia fatto sopravvivere Harry 13 anni prima, considerato che lui ha appena riavuto un corpo, considerato (il lettore ancora lo ignora, ma Voldemort assolutamente no) che Harry dovrebbe essere il ragazzo indicato dalla profezia come il predestinato a causargli guai, perché ostinarsi a combattere da solo? A quanto sembra, fare il gradasso è più importante che perseguire lo scopo per il quale da anni e anni stava tramando e uccidendo.

A parte queste due grandi falle, fastidiose a mio avviso ma non tanto da rendere illeggibile il romanzo, “Harry Potter e il calice di fuoco” conferma il talento della Rowling nel portare avanti una storia di più ampio respiro, arricchendola ad ogni volume non solo di nuovi dettagli, ma dandole corpo in vicende specifiche di minor calibro che si chiudono all’interno del singolo libro. Quest’opera è più che mai intrisa di magia, suspense e avvenimenti misteriosi, di personaggi ricorrenti dei quali si intuisce un’evoluzione imminente, di un ben dosato mix di ingredienti che con la loro forza suggestiva impressionano il lettore, tenendolo avvinto dalla prima all’ultima pagina.

 

Età per cui lo consiglio: dai 14 anni 

Giudizio in breve, per un pubblico adulto: Libro molto buono, con una trama ricca ed articolata che non manca di colpi di scena inattesi e di divertenti sotto-trame. Mi sono piaciuti l’impostazione particolare (con un antefatto misterioso ed un torneo apparentemente scollegato dai piani del cattivo) e la sottolineatura data agli aiuti che Harry riceve dagli altri per superare le prove, così da dimostrare che si può essere l’eroe della storia pur senza essere imbattibile. 

 

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Locandina del film
Locandina del film

Paragone tra libro e film: L’adattamento cinematografico di “Harry Potter e il calice di fuoco” è un film in sé molto scenografico e ben realizzato, che però inizia a discostarsi abbastanza pesantemente dal romanzo (troppo corposo per essere ridotto ad una pellicola di lunghezza accettabile). Ecco dunque che alcune scene sono tagliate e rimaneggiate, personaggi chiave del libro (come Dobby e Winky) non compaiono nemmeno, ed in compenso vengono aggiunti passaggi nuovi – tipicamente perché di grande impatto visivo come l’inseguimento fra Harry e il drago durante la prima prova. Nel complesso il film è ben fatto, fedele alla storia, comprensibile anche da chi non ha letto il romanzo; ho apprezzato in particolare la scelta di alcuni attori (come Cedric, Krum e Crouch-Moody) che mi sembrano davvero allineati con le descrizioni e caratterizzazioni fatte dalla Rowling.

 

 

 

 

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2 thoughts on ““Harry Potter e il calice di fuoco” di J. K. Rowling – Recensione

  1. Mi è bene o male piaciuta tutta la tua recensione, l’unica cosa su cui ho da ridire è sul pensare che Voldemort abbia sbagliato a voler affrontare Harry da solo. Si è vero, non sa cosa l’abbia fatto sopravvivere e bla bla bla, ma affrontarlo con un esercito non avrebbe invece fatto sentire Voldemort meno potente? Deve dimostrare che può sconfiggere Harry proprio per poter essere definito il mago più potente, Harry è una sfida da superare, mi sembra ovvio che lo voglia fare da solo!

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    1. Benvenuta cosewannabe, e grazie del tuo commento che mi permette di approfondire un po’ la questione.
      Sono d’accordo con te che per Voldemort sconfiggere Harry rappresenti una sfida, se non addirittura LA sfida per eccellenza, e in parte posso anche giustificare il suo impulso a batterlo da solo. Non so se tu abbia già letto tutti i romanzi della saga, dal mio punto di vista l’atteggiamento di Voldemort è comprensibile (anche se un po’ troppo spavaldo e illogico) quando si legga il quarto volume senza conoscere i successivi, poi diventa davvero meno condivisibile. Dopotutto Voldemort è potente, sa di esserlo e non ha mai avuto chiari segni di un cedimento nel suo potere occulto e nel terrore che ispira: la comparsa dei Mangiamorte (persino in un momento in cui del ritorno del loro signore ancora non sa nulla nessuno a parte Harry e Silente) suscita angoscia, al primo illuminarsi del marchio nero i Mangiamorte tornano da Voldemort (e direi che lo fanno più per paura che per fedeltà, visto che i più fedeli al momento sono ancora prigionieri ad Azkaban), dopo oltre dieci anni dalla sua scomparsa ancora la gente non osa pronunciare il suo nome … insomma, che Voldemort sia potente non pare messo in dubbio da nessuno. Ragion per cui, sapendo quello che Voldemort sa della profezia e considerando che non ha capito bene perché Harry neonato sia sopravvissuto, personalmente avrei giudicato più coerente che lasciasse ai suoi sgherri il compito di sbarazzarsi del ragazzo, senza rischiare un fallimento – che in effetti c’è stato e nonostante ciò non pare aver minato la sua autorità malvagia. Naturalmente questa è solo la mia opinione, ma non posso fare a meno di pensare che avrei preferito uno svolgersi del duello un po’ diverso, in modo da far risultare più obbligata la scelta di Voldemort di combattere da solo.
      A questo punto comunque sarei molto curiosa di conoscere il tuo parere sui volumi conclusivi della saga, per capire se in quei casi condividi o meno le mie riflessioni …

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