“Le sette prove” di Matthew Reilly – Recensione

[Titolo originale: Seven Deadly Wonders]

Il mio giudizio in breve:

Avventura ben congegnata come spunto iniziale, in particolare ho trovato bella l’idea delle sette meraviglie e del rito misterioso; troppo frenetiche le parti sul superamento delle trappole, che nel complesso non risultano molto chiare ed il cui ritrovamento è a dir poco irrealistico. A parte questa sospensione dell’incredulità, il libro è scorrevole, sullo stile (ma non all’altezza) di Cussler e Dirk Pitt.

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Credo che questo post risulterà un po’ contraddittorio, ma pur rileggendolo e modificandolo un paio di volte mi sono resa conto che non potevo fare di meglio perché contraddittorie sono le sensazioni che mi ha lasciato il romanzo. Il fatto è che ne riconosco i difetti (poco spessore dei personaggi, stereotipi, situazioni incredibili da cui il protagonista esce miracolosamente illeso o quasi, capitoli brevi che quasi finiscono prima ancora di iniziare, frasi cortissime e di struttura semplicissima, eccessivo uso del corsivo) eppure che dire, a me non è dispiaciuto. Nonostante quegli stessi difetti di solito mi indispongano enormemente, Reilly in “Le sette prove” è riuscito in qualche modo a non farmeli pesare troppo: la trama è interessante nel suo spunto riguardante le sette meraviglie del mondo, il ritmo veloce, lo stile tutto sommato scorrevole (anche se le frasi spesso troppo brevi e ricche di punti esclamativi o sospensioni), l’attenzione del lettore mantenuta viva dall’azione sempre intensa.

Il romanzo parla dell’imminente distruzione del mondo derivante da una congiuntura astronomica plurimillenaria le cui conseguenze sono siccità e morte per la maggior parte della popolazione. Per fortuna gli antichi Egizi, scoperto il fenomeno, avevano ideato un mezzo di prevenzione: una chiave di volta che posta in cima alla Grande Piramide di Giza potrebbe assorbire la maggior parte dell’energia in eccesso proveniente dal sole e convertirla in uno straordinario potere per chi avesse guidato il rito. Il problema è che mancano solo pochi giorni all’allineamento astrale e nessuno sa dove la chiave si trovi, per quanto molte delegazioni la cerchino utilizzando testi antichi e indizi sepolti nei siti delle sette meraviglie del mondo antico.

Come ho accennato all’inizio del post, su questa trama – scientificamente priva di ogni sostanza ma portata avanti con una certa coerenza e resa più intrigante dalla caccia alle meraviglie del mondo antico – l’autore purtroppo innesta tutta una serie di cliché già visti e rivisti. Giusto volendo citare i più eclatanti mi vengono in mente: gli Stati Uniti, quale incarnazione delle superpotenze mondiali, sono avidi criminali pronti a tutto per impossessarsi della chiave; la Chiesa cattolica è vista come poco più dell’equivalente moderno dell’antico culto egiziano di Amon-Ra; i militari coinvolti non hanno il minimo rispetto per qualcosa di diverso dalla loro missione (uno dei protagonisti cattivi non esita a devastare siti archeologici di valore storico indicibile minacciando di morte chi tentenna ad eseguire i suoi folli ordini); una fazione è guidata da un soldato spietato, un’altra da un sacerdote gesuita fanatico. Insomma, tutto altamente prevedibile e decisamente stereotipato.

Né Reilly riesce a risollevare la situazione dando profondità e spessore ai personaggi, privi di background e personalità se si esclude il buffo soprannome dato loro da Lily e una evidente aderenza alle caratteristiche generalmente associate alla loro nazionalità. Si capisce subito chi sta da quale parte, fino a dove ognuno è disposto a spingersi, quali sono le sue abilità (che pensa un po’ saranno proprio quelle vitali a un certo punto della missione). In questo senso la storia non è certo originale, al contrario sembra adagiarsi nella prevedibilità come in guscio che permette allo scrittore di soffermarsi su altri aspetti – l’azione – ignorando completamente o quasi lo sviluppo di protagonisti, avversari e comprimari.

Un altro problema del romanzo è che pochissimi degli elementi fantastici della storia vengono supportati da un qualche tipo di spiegazione. Da dove una bambina di dieci anni prende la capacità di leggere antiche lingue morte da millenni? (lo può fare semplicemente perché è figlia di un “oracolo”). Le intricate e mortali trappole che proteggono i pezzi in cui Alessandro Magno divise la chiave, come potrebbero funzionare oltre duemila anni dopo la loro creazione? (considerando per di più che a volte comprendono la presenza di animali vivi come coccodrilli e serpenti, di liquidi ribollenti o di ingranaggi precisi al millimetro). E’ così, fine della questione; il lettore (peraltro trascinato dal ritmo sostenuto delle avventure vissute dai personaggi) non deve porsi troppe domande.

Eppure, nonostante tutti i suoi problemi, il libro è scorrevole e invoglia a proseguire la lettura. La teoria del complotto non sarà molto convincente, i personaggi poco approfonditi, la sospensione dell’incredulità assolutamente necessaria, eppure è facile voltare un’altra pagina. Forse perché Reilly ha avuto l’idea vincente di mescolare azione e archeologia, le leggendarie sette meraviglie del mondo e le moderne tecnologie. Il romanzo è pieno di malefici, codici complessi, numerose scene di inseguimenti, scontri sanguinosi, trappole che ricordano i film di Indiana Jones (massi che rotolano, lava fusa, coccodrilli affamati, sabbie mobili, soffitti discendenti). Purtroppo il ritmo quasi forsennato dell’azione rende poco chiari i dettagli di come queste trappole sono costruite e superate, né aiutano più di tanto i disegni che l’autore ha sparso nel libro, ma ciononostante il lettore si sente trascinato dalla narrazione.

Potremmo dire che i personaggi hanno lo spessore del cartone (i cattivi sono assolutamente malvagi, i buoni addirittura eroici), ma nel complesso risultano simpatici e alcuni momenti del rapporto tra Lily e suoi protettori quasi teneri. Non c’è approfondimento psicologico, è indubbio, ma la mia impressione è che Reilly scriva intenzionalmente una situazione impossibile resa paradossalmente possibile da sequenze d’azione adrenaliniche che non vanno prese sul serio: una grande dose di azione seguita da una dose ancora più grande di avventura – e così via per la maggior parte del libro.

Non saprei definire cosa renda accettabile una trama così inverosimile, anche perché nemmeno a livello stilistico “Le sette prove” brilla particolarmente (la prosa è tutt’altro che ricercata), eppure non è un libro che abbia faticato a terminare – come mi capita spesso coi titoli avventurosi troppo improbabili. In fondo se si è alla ricerca di una lettura leggera, in cui tutto è portato all’eccesso ma con una certa logica interna, se si vuole una storia di “caccia al tesoro” (con tutti gli annessi e connessi avventurosi che quella ricerca comporta), allora questo libro è una scelta non entusiasmante ma nemmeno disprezzabile.

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