“La vergine nel ghiaccio” di Ellis Peters – Recensione

[Titolo originale: The Virgin in the Ice – The Cadfael Chronicles #6]

Il mio giudizio in breve:

Romanzo davvero ben riuscito che unisce alla classica ambientazione medievale ben resa e fedele non soltanto un delitto su cui indagare ma anche le scorrerie di una banda di predoni e la temporanea perdita di memoria di un monaco aggredito lungo la strada. Finora il più movimentato e complesso fra i misteri di fratello Cadfael, quello meno propriamente solo investigativo e probabilmente per questo il migliore.

vergineNelGhiaccio

La storia ha inizio a Shrewsbury nel novembre 1139, poche settimane dopo la conclusione del precedente romanzo, “Due delitti per un monaco” (del quale ho già parlato qui sul blog), e si apre con una sorta di breve prologo nel quale vengono nominati due giovani esponenti della nobiltà, Ermina e Yves Hugonin, dispersi dopo la loro fuga dalla città di Ludlow durante un’incursione delle forze fedeli alla regina Maud. La narrazione si sposta quindi in avanti di circa una settimana, quando dal priorato di Bromfield giunge a Shrewsbury la richiesta di inviare fratello Cadfael a curare un uomo che era stato rinvenuto quasi in fin di vita sul ciglio della strada la notte prima. Giunto in soccorso dello sventurato, fratello Cadfael è presto in grado di migliorarne le condizioni e durante i deliri del suo giovane paziente lo sente nominare più volte un ragazzo e una ragazza. Dalle parole pronunciate, Cadfael ritiene che potrebbe trattarsi degli Hugonin, motivo per cui appena possibile si avventura nelle campagne circostanti alla ricerca di indizi che lo portino dai giovani o dalla monaca che li accompagnava nella fuga.

Come tutte le avventure di fratello Cadfael, anche questa sua sesta incursione nel mondo del delitto è ambientata nell’Inghilterra tormentata e divisa a causa della guerra civile fra re Stefano e la regina Maud. Analogamente a quanto ho già scritto per ciascun libro della Peters, l’atmosfera medievale è resa con grande accuratezza e molta verosimiglianza; in particolare questo volume dominato dal gelo e dal ghiaccio invernali trasmette bene il senso di lentezza che caratterizzava la vita dell’epoca. Lenti sono i viaggi delle persone, lentamente vengono diffuse le informazioni, dopo un certo tempo giungono aiuti e chiarimenti, con placida tranquillità si affrontano anche le maggiori difficoltà.

Se il lettore abituale non è sorpreso di ritrovare in questo libro lo stile della Peters e le sue approfondite, realistiche caratterizzazioni dei personaggi, quello che invece lo stupirà è la ricchezza di trame secondarie che si intrecciano all’enigma investigativo dal quale la vicenda trae il proprio titolo. Non solo si ritrovano infatti i personaggi ricorrenti, qui limitati al solo Hugh Beringar in quanto l’azione si sposta rapidamente da Shrewsbury allo “sconosciuto” priorato di Bromfield, ma le vicissitudini di Cadfael lo mettono a contatto con tante persone tormentate e particolari. Come di consueto la Peters è abile nel fornire ritratti interessanti e curati dei suoi personaggi, ed in questo libro essi assumono quasi sempre un notevole spessore.

Innanzitutto il monaco ferito al quale il protagonista presta le sue abili cure, un uomo che dopo aver interessato per la sua condizione in bilico fra la vita e la morte soprende con la quanto mai inopportuna (o opportuna, a seconda dei punti di vista) perdita di memoria e che giocherà infine un ruolo cruciale nel dipanarsi degli intrighi. Poi i tre fuggiaschi attorno a cui ruota tanta parte della trama: la bella e volitiva lady Ermina, troppo caparbia per lasciarsi comandare e apparentemente circondata di molti zelanti pretendenti; Yves, coraggioso ma ancora tanto giovane, che con la sorella condivide la capacità di mettersi nei guai proprio mentre agiva sperando di fare del bene; sorella Hilaria, una delicata e buona monaca che avrebbe voluto rifugiarsi a Bromfield ma non è stata abbastanza forte da imporre la propria volontà ai pupilli che era incaricata di sorvegliare.

Ad essi si uniscono poi i predoni, una indistinta massa di violenti e ribelli che si fa via via meglio definita e finisce per raccogliersi intorno al loro energico condottiero; il giovane ragazzo bruno dalle fattezze di falco, sfuggente ma determinante nel salvare chi era in pericolo; nobili della zona sulla cui lealtà al resa pesa l’ombra del dubbio; contadini che hanno perso ogni avere durante tremende notti di saccheggio. Insomma, questo è – fino ad ora – sicuramente il romanzo della Peters più ricco di azione, di colpi di scena, di svolte.

Ammetto che per un momento, intorno alla metà circa del libro, quando il giovane Yves è uscito dalla capanna nel bosco e ha fatto il suo incontro più o meno nello stesso punto in cui il monaco era stato lasciato per morto all’inizio della storia, ho provato un certo disappunto: mi pareva che la Peters stesse cedendo alle coincidenze poco credibili. Ma la sensazione è sfumata quasi subito perché con grande sagacia l’autrice, invece di persistere in un gioco di fughe e ritrovamenti che avrebbe rischiato di farsi monotono e inverosimile, ha lasciato dominare i cattivi per un po’, allungando è vero la storia ma sempre con realismo.

La parte legata alla lotta contro i briganti è più da romanzo di cappa e spada che da giallo, così come alcuni passaggi (quello finale in chiesa o quello con Yves nella capanna) occhieggiano più al gotico che al romanzo storico, ma nonostante qualche esagerazione la Peters non è mai stucchevole o esasperata. E le scene sulla montagna, davvero sempre incalzanti, compensano qualche punto precedente in cui il ritmo si era fatto un po’ lento e la narrazione ripetitiva. A differenza di quasi tutti i precedenti volumi su fratello Cadfael, questo si sviluppa con un notevole senso di urgenza e con una buona dose di tensione che lo rendono più completo e godibile. Come sempre, Cadfael considera dettagli trascurati dagli altri, il tutto senza perdere di vista i problemi più piccoli, ed al termine della lettura si ha l’impressione che tutta la vicenda sia stata davvero un susseguirsi di azione, corse, indagini.

L’aspetto che, insieme ad un ritmo un po’ altalenante e ad una certa esagerazione di alcune situazioni, mi ha più infastidita è stata il rivelarsi sul finale dell’identità del giovane “falco”. E’ una nota piacevole per un lettore abituale, quasi un premio offerto a Cadfael per la sua saggezza e la sua attenzione agli altri, ma mi sembra davvero un po’ stiracchiata come coincidenza ed avrei preferito che l’autrice non avesse aggiunto questo dettaglio – per altro trascurabile – alla storia. Mi è piaciuta invece la spiegazione data al delitto, che di solito rischia di costituire l’elemento debole nelle opere di questa scrittrice, mentre in questo caso è davvero ben condotta.

Ho deciso di assegnare una valutazione alta a questo libro perché è quello che più mi ha appassionata finora ed anche se ammetto che potrebbe non essere esattamente all’altezza di altri romanzi che ho giudicato bellissimi, si tratta comunque di una lettura davvero sopra la media. Un vivace racconto di aiuto reciproco, di fiducia e di tenacia in un’epoca in cui la violenza non era estranea alla vita quotidiana, e dove l’influenza dei potenti – per diritto o di prepotenza – sulla vita della gente comune era pressante ed innegabile.

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