“Il destino si chiama Clotilde” di Giovannino Guareschi – Recensione

Il mio giudizio in breve:


Divertentissimo! In genere non amo gli scrittori italiani, ma Guareschi è davvero bravo. Esilaranti le digressioni sulle esperienze adolescenziali dell’autore, spiritosa e carica di colpi di scena comicamente esagerati la vicenda principale. La storia, leggera e surreale, procede con ritmo incalzante e il lettore non può fare a meno di ridere di fronte alle geniali trovate dei vari personaggi coinvolti.

destinoClotildeGuareschi è famoso soprattutto per i suoi personaggi resi celebri anche dal cinema, ovvero gli amici-nemici Peppone e don Camillo che nella Brescello del dopo guerra si danno simpaticamente battaglia tuonando chi dal pulpito e chi dal palco elettorale. Lo stile dell’autore lo ritroviamo immutabilmente irresistibile anche in questo romanzo meno noto, che tuttavia rispetto alle vicende fondamentalmente realistiche di Mondo Piccolo prende un tono assai più esagerato fin dal titolo, che trascritto per intero è “Il destino si chiama Clotilde : romanzo d’amore e di avventura con una importante digressione la quale pure essendo d’indole personale s’innesta mirabilmente nella vicenda e la corrobora rendendola vieppiù varia e interessante“.

 

Titolo eccessivo ma che fa subito intuire quale sarà il registro della narrazione e che qualifica anche alla perfezione i due grandi filoni del libro, la storia principale e la cosiddetta digressione personale. La prima ha per protagonisti ereditiere capricciose che si credono innamorate – ovvero la graziosa Clotilde – e gentiluomini dal forte carattere che potrebbero ereditare a loro volta centinaia di milioni (cifra più che mai ragguardevole in qualsivoglia moneta nel 1885, anno di ambientazione della storia) ma non lo fanno per testardaggine – ovvero il distaccato ed annoiato Filimario. Il loro rapporto potrebbe quasi essere una scontata romanticheria fine a se stessa se i due non fossero circondati da contrabbandieri, pirati, notai che girano il mondo portandosi appresso una bottiglietta ventennale d’olio di ricino, gambe di legno che non sono dove dovrebbero, clamorose sparizioni di interi vagoni ferroviari.

Insomma, Guareschi getta Filimario e Clotilde fra mille disavventure talmente incredibili che non si può non apprezzare la squisita parodia nella quale le loro vicende presto si trasformano. L’umorismo dello scrittore è sempre di classe e i sorrisi che regala ai lettori non hanno fine, si rinnovano pagina dopo pagina mentre si viene travolti dalle avventure imprevedibili che a ritmo sostenuto portano verso un finale davvero inaspettato.

I personaggi sono simpatici proprio come lo sono sempre le figure create da Guareschi. Filimario è superbamente imperturbabile di fronte a qualsiasi avversità, dall’impossibilità di ereditare alla scoperta che una rispettabile signora americana sarebbe ansiosa di divorziare dal marito per sposare lui dopo soltanto cinque minuti trascorsi in sua compagnia. Clotilde è capricciosa come ogni ragazza ricca che si rispetti, eccentrica e cocciuta, desiderosa di averla sempre vinta, indifferente all’ammirazione ormai scontata del fidanzato Giorgino ma gelosa quando questi cambia l’oggetto della propria adorazione.

A questi protagonisti effervescenti e mirabilmente delineati, si affiancano poi dei comprimari altrettanto vivaci ed atipici: il fortunatissimo Settembre Nort, il fedele Pio Pis, una bella contrabbandiera che non disdegna di farsi bionda e fingersi contessa, un avvocato che per liberare dalla prigione un cliente lo fa accusare di un crimine gravissimo, un gentiluomo dalla mentalità più che elastica il quale ingaggia altri gentiluomini per animare le feste da ballo o le case da gioco galleggianti.

Se da un lato non si può non ammirare l’estrema fantasia con la quale Guareschi ha cesellato le personalità delle varie figure, dall’altro è impossibile non accorgersi che in esse l’autore ha al contempo forgiato delle perfette caricature dei difetti umani. Come altro classificare per esempio la testardaggine di Filimario – che contro ogni logica rifiuta strenuamente di bere il famoso olio di ricino che gli impedisce di ottenere l’eredità di famiglia? Ed in fondo la testardaggine impera per tutto il romanzo, dominando le azioni di Clotilde, la passione non corrisposta di Giorgino, la volontà di Ketty di cambiare la propria condizione.

Degno di nota è anche il fatto che ogni personaggio gioca un suo ruolo nella storia; anche le figure che inizialmente sembrano poco più che occasionali comparse, a lettura conclusa – quando il quadro complessivo della trama è svelato – acquistano il loro significato e mostrano di aver giocato un ruolo significativo nell’evolvere degli eventi. Persino i dialoghi dei defunti coniugi Dublè sulla loro nuvoletta si rivelano più profondi di semplici siparietti comici.

Tutti questi personaggi strani, ai quali accadono le cose più strane (spesso al margine della legalità), si muovono in un intreccio di avventure paradossali e colpi di scena tanto inattesi da capovolgere letteralmente la situazione. La trama dunque prende non di rado direzioni imprevedibili, creando storie secondarie in quella principale, prima fra tutte la digressione alla quale allude il sottotitolo. Se mi sento tranquillamente di definire come bizzarre e ironiche le vicende di Clotilde e Filimario, la presunta digressione biografica dell’autore è assolutamente grottesca, uno sfrenato susseguirsi di rocambolesche imprese da parte di un ragazzetto che insiste a dichiarare la propria ingenuità ed innocenza di fronte alle sfortunate coincidenze della vita.

Non posso dunque che consigliare caldamente questo romanzo a chiunque cerchi una lettura coinvolgente, attuale, veloce da leggere ma non per questo priva di spunti di riflessione. Un’opera ironica e travolgente che non cede mai al sentimentalismo ed al contrario proprio nel finale mostra un pragmatismo che quasi capovolge l’intera ottica del libro.

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