“Relic” di Douglas Preston e Lincoln Child – Recensione

[Titolo originale: Relic]

Il mio giudizio in breve:

Un po’ libro d’azione, un po’ thriller, un po’ giallo, nell’insieme questo romanzo si legge davvero tutto d’un fiato eppure qualche nota stonata gli impedisce di stagliarsi decisamente sopra la media. Personaggi stereotipati, inizio lento e finale prevedibile (oltre che aperto), luoghi non ben descritti sono i difetti peggiori, controbilanciati da un’atmosfera di pericolo incombente davvero ben resa e dall’intrigante mistero legate alle orrende morti avvenute nel museo di storia naturale.

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E’ questo il primo romanzo della serie dedicata alle indagini dell’agente federale Pendergast, anche se a ben guardare almeno in questo volume l’azione è decisamente di stampo corale e per quanto il contributo dato da Pendergast sia significativo non è davvero possibile considerarlo l’indiscusso protagonista della narrazione. La storia prende il via nel 1987 in Amazzonia per seguire i momenti finali di una disastrosa spedizione naturalistica fra la giungla, alla ricerca di testimonianze legate alla perduta civiltà kothoga, quindi si sposta nella New York del 1995 a ridosso dell’inaugurazione di una attesa mostra presso il museo di storia naturale. Peccato che proprio nella settimana che precede l’apertura della mostra il museo sia teatro di alcuni delitti talmente inquietanti da giustificare non solo le comprensibili indagini della polizia cittadina, ma anche l’intervento di un agente dell’FBI. Eppure questa doppia task force, supportata da alcuni studiosi del museo e persino da un giovane giornalista, non giunge a risultati significativi e l’imminente inaugurazione sembra destinata a tramutarsi in un bagno di sangue …

Come già accaduto per “Marea” e “Maledizione” (che ho recensito rispettivamente in questo e questo post), anche “Relic” ha suscitato in me delle impressioni contraddittorie: il ritmo è serrato, la trama avvincente, eppure non riesco a considerarlo una lettura davvero appagante. Il primo aggettivo che mi viene in mente per descrivere il libro è piuttosto “cinematografico”: con impostazione quasi hollywoodiana gli autori hanno intrecciato, in capitoli brevi e tendenzialmente ricchi di azione, le vicissitudini di molti personaggi, ciascuno dei quali contribuisce a modo suo a far progredire la storia alternando punti prevedibili e ben orchestrati colpi di scena.

L’idea alla base del libro, quella che lo qualifica in un certo senso come un thriller fantastico-scientifico, è secondo me il pregio maggiore di “Relic“, unito all’indiscutibile abilità degli autori di creare un’atmosfera ricca di suspense. Quando diventa evidente per il lettore che qualcosa di misterioso, ai limiti del soprannaturale, è giunto dall’Amazzonia a New York e sta ora minacciando l’intero museo, la tensione è palpabile, assoluta, ben motivata e mai esasperata. L’ipotesi che dietro alle barbare uccisioni ci sia una creatura mai vista, addirittura non completamente umana né completamente animale, non si limita a costituire il filo conduttore della storia: un po’ come in “Jurassik Park” di Crichton diventa lo spunto per indagini al confine dell’incredibile, per dubbi sospesi nell’oscurità dei bui e polverosi corridoi dove i protagonisti si muovono.

Anche se alcuni degli approfondimenti scientifici sono decisamente improbabili (la velocità nel sequenziare del DNA o la possibilità di ricostruire così tante caratteristiche di una creatura estrapolandole fra quelle di altre due specie differenti in mezzo alle quali si presume che si sia evoluta la forma di vita ignota), nel complesso Preston e Child disseminano come di consueto il libro con nozioni tecniche – o pseudo tali – che aumentano il senso di realtà per una situazione altrimenti abbastanza prevedibile ed improbabile.

Questi infatti, insieme alla piattezza dei personaggi, sono i due grandi difetti che ho riscontrato in “Relic“: prevedibilità ed irrealismo. Dopo un inizio un po’ troppo prolungato (che mette in scena tantissimi personaggi e confonde un pochino il lettore, rallentando al contempo il ritmo narrativo), la tensione si accentua e il ritmo si fa serrato, ma questo non impedisce allo svolgersi degli eventi di risultare sostanzialmente privo di autentici colpi di scena.

Dopo l’arrivo di Pendergast diventa abbastanza chiaro che i personaggi chiave del romanzo saranno l’agente investigativo e il tenente D’Agosta, Margo e il dottor Frock, l’impulsivo giornalista Smithback: gli autori possono averci sommersi con tanti altri nomi (sia al museo che nelle forze di polizia), ma è facilmente intuibile che Turow o McNitt sono poco più che comparse, mentre una manciata di personaggi altolocati rivestiranno i ruoli degli ottusi “cattivi” che ostacoleranno le indagini per il proprio tornaconto. Nessuno dei personaggi esce dagli stereotipi e dalla funzione che gli è richiesto occupare nella storia, a parte Pendergast che è relativamente approfondito e maggiormente a tutto tondo. L’agente federale si fa subito notare come carattere particolare, coi suoi costosi vestiti neri e le sue dotte conoscenze nei campi più svariati, e benché non risulti propriamente simpatico è di certo il personaggio a cui ci si affeziona di più e col quale si prova più empatia.

Purtroppo però le altre figure, siano esse coprotagoniste della storia o semplici comprimari, hanno uno spessore quasi inesistente e a dispetto del clima sempre più inquietante degli eventi, la narrazione è davvero prevedibile. Sfido chiunque a non capire fin dalle prime righe, per esempio, che il sofisticato sistema di sicurezza del museo (con le pesanti porte corazzate che calano per suddividerlo in comparti stagni) è messo lì apposta per creare problemi e rivelarsi disastroso, oppure che la ben addestrata squadra d’assalto non sarà in grado di contrastare efficacemente la Bestia del Museo.

A questa prevedibilità si assomma poi la non credibilità di molti comportamenti dei personaggi o di alcune situazioni: se Smithback deve scrivere un libro sulla mostra imminente com’è possibile che stia raccogliendo le informazioni alla vigilia dell’inaugurazione? Perché Frock e Margo si focalizzano sulle capacità olfattive della creatura e trascurano il fatto che sia un predatore notturno? Perché durante la fuga dai sotterranei il gruppo intrappolato nelle fogne resta a mollo nell’acqua fredda e vorticosa invece di sollevare subito almeno un paio di uomini fino all’uscita perché chiedano aiuto?

Ultimi due punti che a mio parere hanno penalizzato il libro sono il finale (chiaramente lasciato abbastanza “aperto” per giustificare un seguito, che è stato infatti pubblicato a distanza di alcuni anni con il titolo “Reliquary“) e la visualizzazione dei luoghi. Come ho già riscontrato sia con il pozzo di “Marea” che con la città perduta di “Maledizione“, mi pare che gli autori non riescano a descrivere con sufficiente chiarezza i luoghi chiave dell’azione. Sanno parlare di una stanza, che sia essa un laboratorio o uno degli ambienti espositivi del museo, ma si perdono nel momento in cui andrebbe tratteggiato il cuore dei labirintici sotterranei dove la creatura si rintana. E’ tutto un susseguirsi di scale e corridoi, ma a meno di non prendere un foglio e tracciare una mappa – cosa che mi rifiuto di fare mentre leggo un libro d’evasione – questo dedalo di percorsi rimane non ben definito e la mia impressione è stata solo di una vaga rete di passaggi e cunicoli più o meno vecchi, umidi e pericolosi.

Insomma, Preston e Child hanno sicuramente la capacità di spingere il lettore a proseguire, a girare ancora una pagina per scoprire se il clima di tensione sta per smorzarsi o se al contrario si intensificherà ulteriormente. Eppure la coppia di scrittori non riesce a produrre un libro che mi faccia desiderare di leggerne subito un secondo, o che mi faccia sospirare perché aveva qualcosa di davvero vincente. Se la prevedibilità e scarsa verosimiglianza delle vicende narrate sono aspetti a cui, nella concitazione creata dagli autori, posso almeno in parte passare sopra, nel mio giudizio abbastanza negativo di “Relic” hanno pesato anche un avvio troppo lento e prolungato, una parte finale altrettanto tirata per le lunghe e soprattutto il capitolo – e la frase finale – che lasciano intendere con chiarezza che la Bestia non è stata sconfitta definitivamente.

D’altra parte questo romanzo mi è piaciuto più degli altri letti in precedenza: più di “Marea” che era penalizzato da alcuni momenti davvero noiosi e inutili (i sermoni del predicatore in particolare), più di “Maledizione” che si è rivelato sottotono nella parte conclusiva. Fra i tre probabilmente consiglierei proprio “Relic” ad un lettore che ancora non conosca le opere di Preston e Child, tuttavia nessuno dei tre libri riesce a guadagnarsi un giudizio davvero positivo.

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