“Il rifugio” di Catherine Cookson, condensato – Recensione

[Titolo originale: The Dwelling Place]

Il mio giudizio in breve:

Interessante romanzo a metà fra lo storico ed il romantico che svela la vita, difficile eppure a suo modo ricca di emozione, di una ragazza povera dell’Inghilterra vittoriana. Una storia appassionante, che pur evidenziando le dure condizioni di vita della classe lavoratrice dell’epoca non manca di un risvolto sentimentale e di alcuni passaggi davvero molto toccanti.

Copertina di una delle edizioni in lingua inglese del romanzo
Copertina di una delle edizioni in lingua inglese del romanzo

Dopo aver letto recentemente senza grandi soddisfazioni sia un certo numero di romance che di chick-lit, stanca di imbattermi solo in storie che mi lasciavano con l’amaro in bocca ho scelto di cambiare genere. E così mi sono accostata a “The Dwelling Place” di Catherine Cookson, pubblicato nelle edizioni condensate di Selezione del Reader Digest (volume di giugno  del 1974) col titolo “Il rifugio“.

Quando la quindicenne Cissie Brodie perde i genitori durante un’epidemia di colera, oltre al dolore deve fronteggiare anche un inaspettato problema, ovvero la necessità di abbandonare il cottage dove la famiglia viveva, che per legge deve essere lasciato a disposizione dei nuovi affittuari di lord Fishel. Disperatamente intenzionata ad impedire che i suoi nove fratelli e sorelle vengano affidati alla pubblica carità – il che significherebbe la dispersione della famiglia – Cissie cerca da sola di dare una casa ai bambini. Troppo povera e troppo giovane per ambire a qualcosa di più, la volitiva Cissie riesce ad erigere un rifugio di pietra grezza sul fianco di una montagna, ingrandendo una cavità naturale: non certo una vera abitazione, ma sufficiente per permetterle di tenere accanto a sé i suoi fratelli. Nella sua dura lotta per la sopravvivenza Cissie si farà degli amici ma anche dei nemici e giungerà ad un punto in cui né la carità né la tenacia potranno aiutarla a superare un affastellarsi di problemi così seri da minare per sempre la sua speranza di tenere unita la propria famiglia.

Per alcuni aspetti “Il rifugio” mi ha ricordato altri due romanzi dei quali ho già parlato anche sul blog, Il tempio della fortuna” di Madeleine Brent e Le signore di Missolungi” di Colleen McCullough: non nella storia in sé, in quanto le tre vicende sono molto diverse fra loro, ma perché tutte hanno in comune la presenza di una protagonista forte in lotta contro le avversità.

Quasi in contrasto coi romanzi rosa che dell’Ottocento inglese presentano essenzialmente leggiadre debuttanti perse nei loro sogni d’amore o cinici libertini incapaci di resistere al fascino di quelle ingenue e bellissime fanciulle, il romanzo della Cookson ricrea un’atmosfera completamente diversa, e sicuramente molto più aderente a quella che fu la realtà storica del periodo. Niente abiti eleganti, passeggiate nel parco o serate a teatro per Cissie: nonostante la sua giovinezza le circostanze costringono la ragazza a combattere per i suoi cari e così come è dura la vita di Cissie lo sono anche quelle dei suoi fratelli e sorelle. Senza pedanteria o morbosità, ma anche senza edulcorare la triste verità, il romanzo parla di ragazzi mandati a lavorare prima ancora di compiere dieci anni, obbligati a calarsi nei bui e pericolosi cunicoli delle miniere, oppure ad andare a servizio presso le ricche famiglie borghesi. E parla anche di fame, di amori ai quali non viene permesso di sbocciare perché i sogni non danno da mangiare, di rinunce continue per arrivare a stento a sopravvivere.

Eppure “Il rifugio” non è un libro triste, soprattutto grazie alla personalità della protagonista, che con rara forza di carattere riesce a non farsi abbattere dalle circostante, a cogliere il meglio dalla vita, a rallegrarsi per il poco che ha e a lottare – sempre – per costruire un futuro migliore. Il romanzo si configura dunque come la narrazione della sfida di una ragazza coraggiosa, decisa innanzitutto ad allevare nel modo migliore i numerosi fratelli e sorelle, ma altrettanto pronta ad affrontare il dolore più straziante pur di offrire il destino che merita alla creatura che ama più di ogni altra.

Il libro dunque è un ben riuscito mix di veridicità storica, nel descrivere le condizioni di vita delle classi meno abbienti e le loro continue, forzate rinunce, e di finzione letteraria che pure non si spinge mai a trasformare la realtà in una soffice nuvoletta rosa soffusa di gioia. “Il rifugio” infatti non è un libro propriamente romantico e soltanto verso il finale si assiste ad un evolversi un po’ zuccheroso della trama; per tutto il resto della narrazione la Cookson descrive quella che non si stenta a giudicare una vicenda plausibile e realistica.

La parte meno plausibile della trama è legata all’affetto di Cissie per Clive, che non ha molte ragioni di esistere ma che si può probabilmente giustificare calandosi nella cornice che fa da sfondo alle vicende. Che una quindicenne ritrovatasi all’improvviso con l’intero peso del suo mondo sulle spalle, con la responsabilità (senza poter disporre di un reddito sicuro) di occuparsi di nove fratelli e sorelle, con il terrore che una nuova disgrazia le impedisca di tenere con sé la sua famiglia, che dunque una simile figura di donna si innamori di un uomo in condizioni che obiettivamente portano più all’odio che all’amore, personalmente mi pare difficile ma non incredibile. Immagino infatti che al giorno d’oggi non sia più possibile immedesimarsi davvero con il modo di pensare e con l’emotività di una povera ragazza di quasi duecento anni fa, abituata da sempre a sottostare all’autorità nobiliare e impegnata quasi esclusivamente a lottare per non veder smembrata la propria famiglia. E poiché la Cookson ha l’accortezza di non trasformare l’amore di Cissie in uno svenevole fantasticare d’adolescente, il suo contributo alla trama finisce per essere lieve come un filo di speranza in un orizzonte altrimenti troppo spesso cupo e opprimente.

Che non ci sia molto romanticismo nel volume può stupire considerando che sono ben due le controparti maschili di peso nel romanzo, ovvero Matthew e Clive, gli uomini legati a Cissie nonostante il passare degli anni ed il mutare degli eventi. Entrambi si rivelano attratti da Cissie, eppure in nessun caso si tratta di un sentimento da e vissero per sempre felici e contenti. L’amore di Matthew è possessivo, in un certo modo autoritario, e nonostante i sacrifici fatti dall’uomo per Cissie il loro rapporto non è idilliaco né la coppia incarna mai realmente l’epitome degli innamorati. Clive d’altro canto è fortemente segnato dalla propria storia familiare e dal senso di colpa e sono necessari praticamente due decenni perché sappia trovare il coraggio di dare voce ai propri sentimenti.

Il contributo alla vicenda di Matthew e Clive, per quanto significativo, così come a maggior ragione quello degli altri comprimari, non è d’altronde in nessun caso paragonabile a quello della protagonista – ed infatti la storia narrata ne “Il rifugio” è la storia di Cissie. Una sorta di biografia romanzata che alterna momenti molto toccanti e commoventi ad altri più leggeri, il tutto con uno stile scorrevole ed un ritmo sempre avvincente. Il finale è, come già accennavo, la parte forse meno riuscita del romanzo ma non posso fare a meno di pensare che il lieto fine descritto dall’autrice sia in fondo la giusta ricompensa per gli innumerevoli sforzi e sacrifici fatti dalla protagonista durante tutto il resto della narrazione.

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