“I veltri della morte” di Mary Stewart, condensato – Recensione

[Titolo originale: The Gabriel Hounds]

Il mio giudizio in breve:

Una coppia che si innamora nel bel mezzo di una situazione pericolosa sullo sfondo esotico del Medio Oriente potrebbe essere il più trito dei cliché; invece la Stewart è riuscita a intessere su questa trama potenzialmente prevedibile un romanzo che alterna abilmente suspense e romanticismo (per quanto non mi sarebbe dispiaciuto un peso maggiore di quest’ultimo), il tutto nella cornice davvero suggestiva di un Libano rurale splendidamente descritto.

Una delle più recenti edizioni americane del romanzo
Una delle più recenti edizioni americane del romanzo

Ho scelto di dedicare un post alla riduzione di “The Gabriel Hounds” pubblicata nel volume speciale dell’estate 1969 dei condensati di Selezione del Reader’s Digest con il titolo “I veltri della morte” perché non appena letto il romanzo l’ho giudicato un delizioso mix di avventura, romanticismo e suspense. E ho deciso di pubblicare il post proprio oggi perché nel freddo e nella mattutina nebbia dell’inverno torinese è stato particolarmente bello perdersi nel sole e nel caldo del Libano.

Protagonista indiscussa della vicenda è la ventiduenne Christy Mansel, che sta partecipando ad un viaggio organizzato in Medio Oriente quando d’improvviso si imbatte nel cugino Charles. A parte qualche vivace scambio di opinioni legato al fatto che i due sono più o meno considerati fidanzati dai familiari (per tenere al sicuro la ricchezza dei Mansel, prospera stirpe di banchieri), l’incontro colpisce Christy perché Charles le regala un suggerimento del tutto inatteso: approfittare della vacanza per recarsi da zia Harriet, eccentrica signora di mezza età che vive e si veste da uomo regnando incontrastata nel suo palazzo situato nel cuore del Libano. Christy, incuriosita, al termine del viaggio sceglie dunque di non tornare in patria e si reca a Dar Ibrahim solo per scoprire che la sontuosa residenza sta cadendo in rovina, che un enigmatico giovanotto si è stabilito nel palazzo della zia, che la zia stessa non pare affatto felice di ricevere la visita dei nipoti. In effetti l’intero incontro notturno di Christy con zia Harriet, impaludata in lunghe vesti arabe e intenta a fumare, si rivela a dir poco insolito e il resoconto che la ragazza ne fa in seguito al cugino porta entrambi a ritenere che un mistero aleggi intorno all’eccentrica signora.

La storia, narrata in prima persona da Christy, è interessante soprattutto perché unisce una suspense mai fiacca con splendide descrizioni e una attenta caratterizzazione dei personaggi. Chi cerca in una lettura una scarica continua di adrenalina probabilmente non troverebbe molto appassionante “I veltri della morte“, io invece ho apprezzato enormemente il modo in cui la Stewart ha fatto salire pian piano la tensione, alternando eccitanti momenti di azione alla cauta esplorazione di Dar Ibrahim da parte dell’eroina, alle riflessioni mai del tutto esplicitate di suo cugino, ai frizzanti dialoghi fra i due.

L’aspetto più notevole del romanzo comunque è probabilmente la suggestiva cornice del Libano, cui l’autrice fa quasi prendere vita grazie ai dettagli offerti quasi casualmente al lettore. La prosa della Stewart, un po’ datata nei dialoghi o in qualche manierismo d’altri tempi, risulta infatti non solo scorrevole ma autenticamente affascinante nel descrivere la valle di Adone, le strette strade mediorientali, il lusso ormai decadente di Dar Ibrahim. Io non sono mai stata in Libano ma leggendo questo libro mi sentivo come se l’essenza di quel paese – per lo meno di quel paese negli anni Sessanta del secolo scorso – emergesse dalle pagine dell’opera: il calore e la luce di una terra deserta, il trambusto sconcertante di un souk di Damasco, le glorie ormai declinanti di un sontuoso palazzo prendevano vita in maniera quanto mai evocativa.

Anche i personaggi sono molto ben caratterizzati; Christy, la figura a cui viene dato più spazio nel romanzo, manifesta una certa dose di arroganza (plausibilmente causata dalla ricchezza della sua famiglia) che viene però compensata dalla sua inesperienza e dal fuoco che la anima quando si imbatte in un mistero e crede che la zia sia in qualche modo maltrattata. La personalità di questa eroina impulsiva, non sempre capace di tirarsi da sola fuori dai guai ma comunque consapevole di non poter essere banalmente un’anacronistica “damigella in pericolo” mi ha in parte ricordato la vibrante Tuppence creata da Agatha Christie (anche se con minor intelligenza ed intraprendenza, ma parecchi soldi in più).

Copertine di alcune edizioni in lingua inglese del romanzo, mai tradotto integralmente in italiano.
Copertine di alcune edizioni in lingua inglese del romanzo, a quanto ne so mai tradotto integralmente in italiano.

Il rapporto con Charles – per quanto io non ami le storie romantiche fra cugini – si mantiene sul giusto grado di ambiguità fra l’affetto di famiglia, l’essere inseparabili fin dall’infanzia e qualche sfumatura passionale che si manifesta in occasionali battute o un comportamento particolarmente attento l’uno verso l’altra. Avrei preferito venisse dato un maggior peso allo sviluppo della storia d’amore, che è davvero appena accennata anche perché Charles compare nel libro assai meno spesso di Christy – il che è un peccato visto che la sua intraprendenza ed esperienza avrebbero compensato a meraviglia la minor disinvoltura dell’eroina. Invece la Stewart per la maggior parte del tempo fa agire i due con la familiarità complice di cugini che si conoscono a fondo, le battute scambiate servono per stuzzicarsi a vicenda e l’amore è più che altro suggerito, raramente consapevole ed evidente.

Anche i comprimari contribuiscono comunque a rendere più intriganti le vicende vissute dai protagonisti: perché una giovane serva maleducata porta al dito l’anello preferito di zia Harriet? cosa è andato a fare nella piccola isola del serraglio John Lethman nel cuore della notte? Senza contare che rapimenti, sparizioni misteriose, inganni e addirittura omicidi vanno a movimentare le indagini di Christy e Charles, mentre la Stewart costruisce un crescendo di tensione che si conclude con una serie di scene spettacolari. Vi sono effettivamente alcune caratterizzazioni un po’ datate (soprattutto l’atteggiamento nei confronti delle donne e l’implicita superiorità con cui gli inglesi sembrano considerare le popolazioni locali), ma sono effetto dell’epoca a cui risale il libro e non mi paiono eccessive al punto da risultare sgradevoli.

Insomma, credo sia chiaro che reputo “I veltri della morte” un romanzo davvero avvincente, capace di ricreare la magia dell’Oriente e la suspense di un romanzo gotico, il tutto condito da un tocco di romanticismo perfetto per alleggerire il tono della narrazione. Non posso dunque che consigliare questo validissimo libro, anche se attualmente è possibile reperirlo in italiano solo tramite i mercatini e le bancarelle dell’usato.

 

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