L’estratto della settimana: “Cara cognata, ti odio!” di Corinne Savarese

Come promesso qualche giorno fa, eccomi qui ad inaugurare una nuova rubrica del blog. La mia esperienza online non ha ancora festeggiato il suo secondo compleanno, dunque per ora non posso dire che esistano vecchie rubriche nelle quali non scrivo da tempo (quella sugli autori e quella con le recensioni dei romanzi condensati sono le meno aggiornate, ma più per mancanza di tempo che di volontà) eppure avevo proprio voglia di rinnovarmi un po’, di dare una rinfrescata a questo mio spazio virtuale.

caracognatatiodioL’estratto con il quale ho deciso di inaugurare questa nuova sezione del blog è quello citato nel titolo del post: “Cara cognata, ti odio!” della milanese Corinne Savarese. Avevo scelto questo libro, catalogato su Amazon sia fra i romanzi rosa che fra quelli humour, in parte per la vivace copertina ed in parte per la trama, leggera e divertente. Protagonista della storia è infatti una brillante donna in carriera che insieme all’amore trova una scomoda cognata, non soltanto invadente e gelosa degli affetti fraterni, ma talmente inviperita da fare di tutto per mandare all’aria il nascente idillio di cui è testimone. Come dicevo la trama non brilla per originalità ma in questi giorni ero alla ricerca proprio di un chick-lit scanzonato e divertente, così “Cara cognata, ti odio!” mi sembrava un ottimo candidato. A conti fatti invece non posso che tenermi il più possibile alla larga da un romanzo del quale ho faticato a finire persino l’estratto!

Tre sono stati gli aspetti che mi hanno subito reso poco gradevole la lettura del volume: il primo è l’estrema incoerenza che si riscontra fra passaggi diversi del testo. Per esempio in un certo momento la protagonista Daphne afferma che lei viene dalla semplice borghesia (non è ben chiaro nel XXI secolo cosa questo implichi, ma sembra sottintendere che i genitori sono gente senza troppe pretese che si è fatta da sé): peccato che in svariati altri punti si dica che lei è abituata a frequentare l’alta società perché con la famiglia ha partecipato spesso a prime dell’Opera oppure serata di gala e beneficenza, senza contare che suo fratello Carlo vive in maniera dispendiosa senza una concreta fonte di reddito (parrebbe un gigolò o qualcosa di molto simile), ed infine Daphne stessa ripete con snervante frequenza “io sono una Borgia” come se stesse dicendo “appartengo come minimo ad una famiglia di sangue reale”.

La stessa incoerenza l’ho ritrovata nel ritratto fatto della malvagia futura cognata, Annabella: apparentemente di famiglia povera (visto che lei e la gemella hanno rinunciato a studiare per mantenere il fratello minore), anche ora che il fratello ha soldi da buttare via non sembra pensare a migliorare il suo aspetto con trattamenti tutto sommato assai poco stravaganti come farsi la tinta o una maschera di bellezza – salvo poi essere a dir poco entusiasta dell’esperienza quando Daphne la accompagna dal proprio parrucchiere. Né pare più logico il fatto che Annabella voglia farsi strada lavorativamente senza sfruttare il nome famoso del fratello stilista, ma poi sia più che felice di appoggiarsi alle altolocate conoscenze di una semi-sconosciuta come Daphne …

Il secondo aspetto che mi ha lasciata a dir poco perplessa è la superficialità della protagonista che sembra curarsi solo dell’aspetto esteriore: Andrea è bellissimo, Annabella bruttina, e su questo binomio lei torna ad insistere ogni volta che pensa o parla ad uno dei due. Anche se nella lettera iniziale sembra sottintendere che la cognata l’ha perseguitata in ogni modo nonostante la loro amicizia, a conti fatti è stata Daphne la prima a cercare un rapporto con Annabella – contrariamente alle sue abitudini e senza una particolare simpatia personale – solo sperando che entrare nelle grazie della sorella le rendesse più facile frequentare l’uomo del quale si è invaghita. L’odiosa cognata sarà possessiva e nevrotica, ma anche la protagonista pare più che altro fissata con il proprio successo e la propria importanza (“sono una Borgia!“) , inoltre con la sua perenne spocchia si fissa solo in insulse e monotone descrizioni legate all’esteriorità (cosa viene indossato da chi incontra, com’è l’automobile sulla quale sale, che borsa aveva al braccio una persona).

Per finire non mi ha convinta troppo neppure lo stile usato dalla Savarese, che in certi punti mi pare scimmiotti una realtà assurda e stereotipata. A parte la scelta di dare cognomi celebri ai suoi personaggi (Borgia e De Michelis non sono proprio Bianchi e Rossi nell’immaginario italiano), perché al primo incontro Daphne si rivolge alla sorella del suo cliente chiamandola “signorina Annabella“? Capita davvero che qualcuno nell’Italia contemporanea associ l’appellativo signora al nome anziché al cognome di una donna, per di più in un ambito lavorativo decisamente formale? Non parliamo poi delle risibili schermaglie con Andrea del tipo “può darmi del tu ma io continuerò a darle del lei perché lei ama sentirsi superiore” … mi pare un discorso da dodicenni, altro che adulti realizzati e di successo.

Insomma, credo sia ormai chiaro che “Cara cognata, ti odio!” non mi ha convinta affatto e che dopo averne cancellato l’estratto dal mio kindle mi sono affrettata a cercare una lettura che mi risultasse maggiormente congeniale.

Giudizio dell’estratto:reading_book-sad_smiley

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