“Poker di regine” di Stephanie Laurens – Recensione

[Titolo originale: Four in Hand]

Il mio giudizio in breve:

Insolita la trovata del debutto collettivo di quattro sorelle, ma per il resto niente di speciale. Senza contare che mi pare poco gentiluomo un tutore che seduce la propria pupilla. Niente di paragonabile a “Il dandy della reggenza” della Heyer!

POKER-DI-REGINE

Dopo alcune recensioni di libri caratterizzati dall’atmosfera natalizia, da città addobbate di luci e abeti, da paesaggi innevati e freddi, riprendo il corso abituale dei miei giudizi sui libri di narrativa occupandomi di un titolo che ho letto ormai oltre un mese e mezzo fa: “Poker di regine“.

A volte (sempre più spesso negli ultimi tempi) mi ritrovo a chiedermi, terminata la lettura di un libro, perché io insista nel cercare determinati generi o autori. Forse è una vena di masochismo che sfogo in questo modo – tutt’altro che indolore – altrimenti non saprei proprio darmi spiegazioni plausibili. Anche per “Poker di regine” è stato così: girellavo in via Po fra le bancarelle dell’usato e mi sono imbattuta in questo volumetto con una copertina simpatica e una sinossi che mi ricordava vagamente “Il dandy della reggenza” della Heyer a causa della presenza di un tutore che finisce per innamorarsi della sua affascinante pupilla. Senza esitazioni acquisto il romanzo e appena giunta a casa inizio a divorarlo. Dopotutto la sinossi era assolutamente promettente:

Londra, XIX secolo – L’inaspettata eredità dell’anziano zio, il duca di Twyford, ha già sconvolto la vita di Max Rotherbridge, ma scoprire che insieme alle tenute dissestate gli è stata affibbiata anche la tutela di quattro pupille è davvero troppo per uno degli scapoli più incalliti di Londra. Come se non bastasse, le quattro sorelle Twinning sono l’una più bella dell’altra, e tutte in età da marito. Ce n’è abbastanza da mettere sottosopra la buona società londinese. Ma oltre a rinunciare alla sua vita scapestrata e ad assumersi la responsabilità di fare da tutore alle quattro fanciulle, Max si trova di fronte a una scommessa cui non sa rinunciare: conquistare la bella Caroline, la maggiore delle sorelle Twinning, l’unica donna che con un solo sguardo è riuscita a rubargli il cuore …

Intrigante presentazione per un romanzo decisamente sottotono. Non che quest’opera della Laurens sia una schifezza illeggibile, per carità, ma la Heyer è tutt’altra cosa e le mie aspettative sono rimaste penosamente disattese. Immagino che seguire quattro coppie in contemporanea, tutte formate da smaliziati ed affascinanti libertini e da belle e vivaci giovinette, riuscendo a creare delle storie intriganti per tutti questi personaggi, sia un’impresa non facile. Il problema è che l’autrice sembra avere una certa difficoltà anche a scrivere quattro intrecci che non siano uno la fotocopia dell’altro, il che mi fa supporre che forse il risultato finale sarebbe stato più soddisfacente se la Laurens avesse pubblicato una serie di racconti separati o si fosse limitata ad un paio di sorelle soltanto.

La trama in sé sarebbe divertente ma c’è davvero troppa somiglianza nelle figure coinvolte perché l’insieme delle loro vicende possa appassionare e coinvolgere. Innanzitutto i protagonisti (maschili e femminili) sono tutti straordinariamente belli; so che nei romance ci si aspettano dei personaggi affascinanti e fuori dal comune, ma di solito questo si limita a due o tre individui al massimo. E la Heyer, vera maestra nella narrazione di raffinate commedie romantiche, spesso ricorre addirittura a protagonisti interessanti ed affascinanti, più che banalmente “belli”. In “Poker di regine” invece abbiamo una concentrazione di fascino e bellezza assolutamente non credibile: tutte le quattro sorelle sono tali da mozzare il fiato (con, in pratica, solo un diverso colore degli occhi o dei capelli a distinguerle) e tutte si innamorano di uomini altrettanto straordinariamente splendidi.

Anche tralasciando l’aspetto fisico poi, le nostre eroine sono desolatamente simili; l’autrice cerca di convincerci che Caroline è matura, Arabella caparbia, Lizzie innocente e Sarah sensibile. Ma a me queste quattro fanciulle sono sembrate sostanzialmente egoiste, manipolatrici e civettuole. Cosa che per altro combacia perfettamente con l’analoga piattezza delle loro controparti maschili, uomini che la scrittrice ci presenta solo come dei libertini affascinanti che vogliono portarsi a letto una o l’altra delle nostre squisite fanciulle. Per il resto i protagonisti sono un po’ come fusi in un unico insieme indistinto di alta statura, spalle larghe, sopracciglia scure.

Ma ciò che maggiormente mi ha delusa è stato notare che la Laurens ha rappresentato otto personaggi del primo Ottocento con la morale del XXI secolo, il che risulta a dir poco stridente. Pur senza esserci una inutile sovrabbondanza di scene di sesso, il lettore non riesce a farsi alcuna idea del perché eroi ed eroine si innamorino. L’intero romanzo è dominato da uomini che vogliono semplicemente dividere il letto con delle belle donne (scelte dunque, almeno in apparenza, soltanto per il loro aspetto), brama che li fa infine pensare al matrimonio visto che questo è l’unico modo per poterle avere. Da parte loro le fanciulle capitolano così, senza motivi plausibili, per di più tutte nello stesso giorno e tutte dopo un incontro curiosamente privo di chaperon con questi gentiluomini di assai dubbia reputazione.

Un insieme di comportamenti davvero poco credibili, e Max in particolare mi ha infastidita in sommo grado: che razza di tutore è uno che non si cura se le sue pupille vengono compromesse perché si sente più solidale coi propri amici (incuranti dello scandalo che deriverebbe se seducessero delle fanciulle innocenti di buona famiglia)? Orrendo poi che fin dall’inizio decida di fare della maggiore delle giovani a lui affidate la sua amante. Il conte di Worth, protagonista di “Il dandy della reggenza“, aspetta quasi 300 pagine a dichiararsi – offrendo legittime nozze – perché non si sente libero di parlare d’amore a una donna sotto la sua tutela; Max simili scrupoli non sa nemmeno che possano esistere, lui accantona ogni problema d’onore con la motivazione che Caroline non è una ingenua ragazzetta di diciassette anni. E, quando decide che Caroline debba capitolare, la pone – come il peggiore dei malvagi – in una situazione tale da comprometterla comunque, cosicché lei di fatto non abbia scelta se non cedere.

Che cosa dunque salva almeno in parte questa leggera storia d’amore multipla e troppo esile? Le descrizioni vivaci che la Laurens fa dei balli e dei ricevimenti, delle feste scintillanti dove i pettegolezzi dilagano, dove i flirt sono ammessi finché non urtano le apparenze e dove l’esuberanza non deve mai superare la dignità. Anche le interazioni fra i protagonisti sono generalmente ben condotte (per quanto alla lunga ripetitive) e mi è piaciuto lo scarso peso delle scene hot.

Insomma, giudico “Poker di regine” un romanzo che avrebbe tratto notevole giovamento da un minor affollarsi di protagonisti, lasciando più spazio a Caroline e Max (o ad una qualsiasi delle altre coppie), dei quali sarebbe stato possibile in questo modo approfondire un po’ i caratteri, rendendoli meno moderni, ed esplorare l’evolversi dell’attrazione reciproca. Così com’è stato pubblicato dalla Laurens il libro è invece un intreccio non molto riuscito di storie solo vagamente romantiche e divertenti, un titolo che si lascia leggere senza annoiare troppo ma senza nemmeno entusiasmare.

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