“L’amico ritrovato” di Fred Uhlman – Recensione

[Titolo originale: Reunion]

Il mio giudizio in breve:

Commovente ricordo dell’autore su una parte della sua vita; breve ma incisivo e ben riuscito affresco di un pezzo di storia. Nonostante le vicende narrate non è un racconto straziante o opprimente, quanto piuttosto un’evidenza diretta della confusione e dello spezzarsi di legami in cui la propaganda anti-ebraica e le leggi razziali gettarono buona parte d’Europa.

amicoritrovato

 

Quando io ero ragazza in Valsesia sopravvivevano ancora molti uomini e donne, nemmeno troppo anziani, che erano stati partigiani durante la guerra o che comunque di quegli anni duri e sofferti avevano un ricordo diretto. Oggi non è più così, il tempo è passato e ormai a parte casi rari gli “anziani” possono dire al massimo di essere nati in tempo di guerra o poco più. Credo dunque che sia particolarmente importante una ricorrenza come il Giorno della Memoria, che fa riflettere anche i più giovani su quanto accadde in Europa – e nel mondo intero – settant’anni fa. Nel mio piccolo anche io desidero dare un contributo a questa giornata di consapevolezza e ricordo, ed ho scelto di farlo parlando di un romanzo breve ma toccante che pur senza essere un resoconto di guerra approfondisce molti dei tempi legati al secondo conflitto mondiale.

L’amico ritrovato” è una novella lunga (o un romanzo breve, insomma parliamo di nemmeno cento pagine) che descrive il rapporto profondo e particolarmente sentito sviluppatosi fra due adolescenti tedeschi, Hans figlio di un medico ebreo, e Konradin, proveniente da una famiglia aristocratica. Il romanzo è ambientato a Stoccarda, durante gli anni dell’ascesa del nazismo, e mostra come sulla base di due passioni comuni (la collezione di monete antiche e l’amore per la lettura) si approfondisca fra i due ragazzi un’amicizia sincera e salda. A spezzare questo legame in apparenza duraturo quasi come un legame di sangue tra fratelli interviene la Storia: la famiglia di Konradin si dichiara infatti filo-nazista e in Hitler il giovane vede l’uomo capace di salvare la Germania dalla crisi in cui versa; Hans al contrario emigra in America, mentre i genitori rimasti in patria ad un certo punto si suicideranno per sottrarsi alle persecuzioni naziste.

La svolta indicata dal titolo si ha molti anni dopo la fine della guerra, quando ad Hans giunge una lettera proveniente dalla vecchia scuola frequentata in gioventù. Il messaggio (in maniera a dir poco grottesca per un uomo di origini ebree) chiede un contributo economico per la costruzione di un monumento agli studenti caduti durante la seconda guerra mondiale ma nella lista di nomi riportati il protagonista trova un dettaglio che gli farà rivalutare un’amicizia che credeva spezzata per sempre.

Questo libro è una di quelle letture che solitamente si consigliano a scuola, quando purtroppo l’obbligo rischia di renderle poco attraenti e genera spesso l’effetto opposto a quello desiderato, per cui la lettura si conclude il più in fretta possibile (magari addirittura saltando delle pagine). Io ho letto “L’amico ritrovato” ai tempi dell’università, senza coercizioni, e pur senza giudicarlo il capolavoro etichettato da molti lo ritengo un’opera davvero interessante.

Il romanzo in realtà sarebbe quasi senza trama, più un abbandonarsi ai ricordi che una storia vera e propria, e forse da questo gli deriva una certa fatica a descrivere con profondità i protagonisti, che per circa un terzo del libro paiono quasi solo abbozzati. Lo stile è scarno, lineare, quasi ridotto all’osso eppure riesce a trasmettere la sensazione di rivivere nella Stoccolma prebellica, della quale mostra il progressivo cambiamento con il rafforzarsi del nazismo.

Il punto di svolta nel coinvolgere emotivamente il lettore comunque si situa, almeno per me, in un passaggio tutto sommato marginale: quando Hans, portando a casa l’amico un pomeriggio, afferma che in quell’occasione è giunto a vergognarsi del padre (che batteva i tacchi militarmente davanti ad un ragazzetto compagno di scuola del figlio come se si trovasse al cospetto di un eroico generale). E’ in questo momento che si percepisce appieno lo stridore fra le realtà troppo diverse in cui vivono Hans e Konradin, ed il successivo allontanamento sempre più profondo causato dalla politica non ne sarà che la manifestazione più evidente.

D’altra parte quell’allontanamento è venuto dopo ore ed ore passate a parlare, a confrontarsi, a scambiare opinioni nonostante la profonda diversità sociale esistente fra i due ragazzi, e la prova che quelle ore non sono passate invano la offre la conclusione della storia. Il titolo originale dell’opera è “Reunion” ma per un volta anche la traduzione italiana è perfetta e calzante, forse addirittura più dell’originale. Perché se tutto il libro parla di amicizia – un’amicizia cercata e coltivata a lungo, sofferta quando è stata tradita, ma in fondo mai dimenticata – l’amico ritrovato appare solo nelle ultime righe, in un finale spiazzante e commovente.

In una giornata come quella di oggi dedicata a non dimenticare le vittime dell’Olocausto credo che possa essere quanto mai appropriato riflettere su un libro che parla non tanto di guerra ma di un’amicizia vera, capace di non morire nemmeno quando sopraggiunge la morte perché vive ancora nel ricordo dei suoi giorni dorati.

 

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