“Reliquary” di Douglas Preston e Lincoln Child – Recensione

[Titolo originale: Reliquary]

Il mio giudizio in breve:

Seguito ideale di Relic, del quale riprende sia i protagonisti che l’incredibile fattore scatenante del dramma sfiorato dalla città di New York, ne condivide il ritmo adrenalinico ed il mix di azione e mistero. Tuttavia questo volume risulta sottotono rispetto al precedente sia perché la componente investigativo-scientifica-soprannaturale è fin da subito in parte svelata, sia per il finale un po’ frettoloso.

reliquary

Il romanzo si svolge nella New York contemporanea (o per meglio dire contemporanea all’epoca della prima edizione del libro, alla fine degli anni ’90) e riprende i fatti introdotti nel capitolo conclusivo di “Relic” – romanzo che ho recensito in questo post. Quando dal fiume vengono ritrovati due scheletri senza testa e a questi se ne aggiungono altri, al lettore è immediatamente chiaro infatti che i delitti sono riconducibili agli esperimenti iniziati nell’epilogo seguito alla drammatica inaugurazione della mostra Superstizione di diciotto mesi prima. Le autorità – non altrettanto onniscienti dei lettori e tendenzialmente ottuse più della media – sospettano dei senzatetto che occupano i tunnel della New York sotterranea, oppure un serial killer particolarmente efferato, persino un secondo mostro analogo alla Bestia del Museo. Presto viene dunque ricomposto il team che era stato protagonista della precedente avventura, leggermente ampliato, e dopo una serie di indagini scientifiche e mediche condotte in superficie l’azione si sposterà spesso nel sottosuolo, alla caccia di una misteriosa comunità soprannominata i “raggrinziti”.

Come già era stato per “Relic“, questa seconda avventura dell’eccentrico agente Pendergast si fonda su una storia sospesa tra il classico thriller, numerose e dettagliate speculazioni fantascientifiche e qualche suggestione al confine con l’horror. E proprio come in “Relic” la coppia Preston-Child è abile nell’intessere la vicenda mantenendo un ritmo sostenuto ed avvincente, intrecciando con equilibrio le vicende dei vari gruppi che si alternano chi sopra e chi sotto la superficie di New York, privilegiando le indagini scientifiche, la perlustrazione del territorio, la cronaca di quanto sta accadendo.

Eppure “Reliquary” non è assolutamente a mio avviso all’altezza del volume che lo ha preceduto, essenzialmente perché ai difetti che in generale caratterizzano la scrittura di Preston e Child si assomma in questo caso un fattore non poco penalizzante: la prevedibilità del mistero. Quello che infatti ho sempre ritenuto il principale punto di forza dei romanzi di questi autori, capace di controbilanciare bene personaggi stereotipati e avventure al limite dell’inverosimile, è la natura insolita del nemico da fronteggiare. Non un banale riccone megalomane, non l’ormai abusato scienziato pazzo, non la prevedibile organizzazione criminale che vuole governare il mondo: Preston e Child pongono i loro lettori sul limite dell’impossibile presentando minacce che sembrano affiorare da un passato atavico e per questo affascinante a dispetto del terrore.

In “Relic” la suspense era garantita fin quasi all’ultima pagina dall’inconoscibilità di Mbwum, dall’aura di mistero che circondava una creatura evoluzionisticamente bizzarra, giunta dall’inesplorata giungla amazzonica ed orrendamente selvaggia. In “Reliquary” purtroppo questo tipo di ansia è pressoché annientata perché il lettore sa esattamente fin dall’inizio che i delitti sono legati ancora una volta alla quasi estinta pianta tropicale della quale la bizzarra creatura si nutriva. Certo, non si sa bene come e quanto siano cambiati i raggrinziti rispetto a Mbwum, ma essendo ovvio che i colpevoli sono loro, e conoscendo dall’epilogo del libro precedente come hanno avuto origine e chi li guidava, non rimane molto mistero da indagare.

Verso la metà del libro una piccola svolta sul lato suspense gli autori cercano di darla, svelando l’identità del secondo cadavere e togliendo dalla circolazione l’uomo che per primo aveva iniziato a distribuire la droga ricavata dalla pianta, ma l’identità di chi ha preso il suo posto è talmente prevedibile che il mio unico interrogativo era quando gli eroi lo avrebbero capito anche loro. Inoltre per quanto fino all’ultimo non si sappia bene che effetto ha la droga sull’organismo umano, questo aspetto rimane sempre abbastanza in secondo piano e personalmente non mi ha mai intrigato tanto quanto era stato in “Relic” per le sembianze e le caratteristiche (fisiche e psicologiche) di Mbwum.

A questo, ed agli altri aspetti che in tutti i libri di Preston e Child mi avevano già lasciata un po’ perplessa, si somma poi un finale che ho trovato davvero affrettato, mal congegnato e pochissimo convincente. Come al solito le forze dell’ordine fanno la loro magra figura e tutto riposa nelle mani di un manipolo di eroi che – tanto per cambiare rispetto a quanto avvenuto diciotto mesi prima nel museo di storia naturale – invece di far tutto bene e senza intoppi, finisce prigioniero dei cattivi. Espediente, questo, utile anche per svelare qualche retroscena in più sui raggrinziti, sulla droga, sulle motivazioni dell’antagonista, ma appena ho iniziato a leggere di Pendergast e compagni trascinati vivi davanti alla capanna di ossa e fatti rudemente inginocchiare di fronte allo sciamano incappucciato non ho potuto fare a meno di pensare con sconforto “ecco, inizia la scena in cui il cattivo invece di sgominare i buoni si mette a fare il suo dotto spiegone così tutti riusciranno a cavarsela“.

Come se non bastasse questa scena inverosimile e prevedibile al massimo, gli autori tagliano corto su tutto il resto: dopo capitoli interi dedicati a scendere nel labirinto di cunicoli fino ai tunnel Astor da un lato, e a nuotare fra condotte altrettanto pericolose dall’altro, al momento di risalita e fuga vengono concesse si e no una decina di paginette striminzite che non spiegano nulla. Chi era sopravvissuto fino ad assistere al cerimoniale dei raggrinziti lo ritroviamo vivo (se non proprio vegeto) quasi per magia nel capitolo successivo, mentre l’epilogo descrive una New York che sta già praticamente dimenticando gli efferati omicidi per cui si erano persino inscenate manifestazioni e marce commemorative.

Considerando infine che non mi ha entusiasmata troppo nemmeno l’ambientazione sotterranea (che come al solito Preston e Child non sono riusciti a rendere con vividezza e precisione), trovo che “Reliquary” sia davvero una lettura che è difficile apprezzare del tutto e che avrebbe ricevuto un giudizio ancor più negativo se non fosse per l’indubbia capacità degli autori di tener vivo l’interesse inducendo il lettore a girare sempre una pagina ancora. Il titolo conserva le caratteristiche del thriller pseudo-scientifico d’azione, ma esaspera troppo – rendendoli o troppo prevedibili o al contrario troppo inverosimili – praticamente tutti gli aspetti che erano al limite in “Relic“, con la conseguenza che il risultato è una trama davvero povera nella quale gli antagonisti sono cloni della minaccia presentata nel volume precedente, aumentati in numero visto che non era possibile potenziarne troppo le caratteristiche fisiche.

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