“Ricettario amoroso di una pasticciera in fuga” di Louise Miller – Recensione

[Titolo originale: The City Baker’s Guide to Country Living]

Il mio giudizio in breve:

Romanzo nel quale cattura soprattutto l’idilliaca atmosfera ricreata dall’autrice piuttosto che la storia in sé, la quale rimane quasi un sottofondo per le belle descrizioni del Vermont e l’evidente passione per la pasticceria. L’inizio non era male, il finale un po’ troppo sdolcinato, ma quello che ha appiattito la lettura è stata secondo me la parte centrale che era davvero quasi esclusivamente atmosfera e preparazione di dolci squisiti.

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Avevo parlato brevemente sul blog di questo romanzo un paio di giorni fa per presentarne l’estratto; approfittando del fatto di essere a casa malata ho letto più del solito e così passo già alla recensione dell’intero libro. Ed anche ora che ne recensisco la lettura integrale mi trovo sostanzialmente a confermare quelle che erano state le mie prime impressioni: la lettura è scorrevole, leggera, a tratti anche divertente, ma la storia non è mai riuscita a prendermi davvero. Un po’ perché non mi ha convinta del tutto la protagonista, un po’ perché mi pare che le descrizioni spesso risultino soverchianti rispetto alla trama in sé.

Parto dal primo punto, ovvero Olivia e le sue contraddizioni. Già all’inizio la Miller presenta una donna un po’ difficile da inquadrare (e non parlo dei suoi capelli viola o dell’abitudine di indossare gli zoccoli mentre è al lavoro in cucina): una chef pasticciera di successo che però non ha praticamente un dollaro da parte, una donna che ha una relazione con un uomo sposato (che per di più è il suo capo) eppure sbotta quando in pubblico lui la ignora, una persona che fugge dalla sua città senza nemmeno togliersi la divisa da cuoca e tuttavia nel giro di pochi giorni trasforma quella che avrebbe dovuto essere una breve pausa di riflessione in un’esperienza decisamente più a lungo termine.

Il romanzo rispetto all’anteprima approfondisce ovviamente il personaggio (e meno male!), spiegando per esempio che Olivia ha perso i genitori da giovane e che ora è sola – e tale si sente a meno dell’amicizia con Hannah, unico suo legame di un certo peso almeno finché non conosce Martin. Ma ci sono aspetti sui quali l’autrice non si sofferma molto e la conseguenza è che talvolta i cambiamenti di Livvy paiono troppo improvvisi e repentini, di fatto immotivati. Anche il suo rapporto con Martin (personaggio meglio caratterizzato secondo me) patisce un po’ questo difetto: in precedenza la protagonista ha è sempre caratterizzato la sua vita con relazioni che definirei quanto meno sopra le righe, poi d’un tratto cambia drasticamente approccio, preferenze e aspettative senza che ne emerga una chiara motivazione.

Analogamente accetta il lavoro alla Sugar Maple Inn come un ripiego che le consenta di guadagnare qualcosa finché le acque a Boston non si calmeranno, non pare affatto convinta di quel lavoro in una cucina poco professionale per una donna burbera come Margaret, eppure nel giro di pochi giorni non solo si entusiasma per la casetta che le è stata offerta, per il frusciare delle foglie e il profumo delle mele mature, ma sente quasi di appartenere a questo paesino del quale un paio di settimane prima guardava con sufficienza la tradizionale giornata di mercato e i pettegolezzi da comari.

Senza contare che anche la Miller ha ceduto, purtroppo, al difetto che caratterizza quasi tutti gli autori che prendono un eroe di città e lo calano in un contesto rurale: esasperare la diversità di vita facendo sembrare il personaggio quasi un imbecille. Già perché anche Livvy, nonostante a Guthrie lei ci sia già stata quando andava a trovare l’amica, sembra cadere dalle nuvole nel ritrovarsi in Vermont. Che sorpresa, qui ci sono i sentieri un po’ fangosi attraverso i pascoli per andare da una locanda fuori mano ad un cottage ancora più isolato! Altro stupore per i colori degli alberi, il frullare delle ali degli uccellini e il loro cinguettare, oppure per il fatto che si sente ovunque il profumo di erba e mele mature e il ritmo di vita è più rilassato rispetto a Boston.

Insomma, io capisco che il contrasto fra la vita urbana e quella più agreste sia funzionale a motivare certi episodi o atteggiamenti, ma estremizzare tanto le stupite reazioni di Olivia mi pare controproducente. Dopotutto questa donna proviene da Boston – che è a un paio d’ore dal Vermont – non dall’altro capo del mondo, ed è già stata in passato a trovare l’amica: quindi dovrebbe come minimo sapere che deve aspettarsi un paesino dove tutti sanno tutto di tutti, dove non c’è grande vita notturna e dove il termine fretta non ha certo le stesse implicazioni che avrebbe avuto nella capitale del Massachusetts …

L’aspetto che invece ho maggiormente apprezzato in “Ricettario amoroso di una pasticciera in fuga” è il modo in cui la Miller ha saputo incantare con le sue descrizioni, non soltanto con quelle paesaggistiche ma soprattutto con i passaggi culinari. Pur senza scrivere esattamente delle ricette l’autrice ha saputo trasmettere tutta la passione, l’amore, l’entusiasmo provati da Olivia nel poter preparare un dessert, dolce o complicato che sia. Dalle pagine del romanzo traspare bene come la cucina in generale e la pasticceria in particolare siano un mix di istinto e studio, un’arte che è fatta di regole dosi ed ingredienti ben precisi, nella quale la pratica è fondamentale, ma contemporaneamente anche un’attività che almeno in parte deve sgorgare dal cuore.

Peccato che anche in questo caso la Miller abbia un po’ esagerato, rendendo tanto le descrizioni di Guthrie quanto i paragrafi dedicati alla pasticceria quasi preponderanti rispetto allo sviluppo della trama. La lettura prosegue ugualmente scorrevole, senza che si abbia la percezione evidente di un rallentamento, però a libro finito ci si ritrova a notare che in quelle 300 pagine non è successo poi molto, non ci sono stati grandi colpi di scena o approfondimenti particolari dei personaggi. Il romanzo si legge volentieri, ma arrivati all’ultima parola quello che ne rimane sono soprattutto il ben ricreato sfondo del Vermont e la passione della protagonista per un lavoro che ama profondamente, mentre la storia (forse per la sua normalità) pur essendo verosimile non cattura particolarmente.

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