“La scatola rossa” di Rex Stout – Recensione

[Titolo originale: The red box]

Il mio giudizio in breve:

Romanzo molto ben costruito, interessante e godibile anche per ui lettori che non conoscano bene l’universo narrativo di Rex Stout. Dopo un inizio un po’ confuso che mette subito in scena la ricostruzione dell’omicidio, la storia procede con maggior linearità ma un ritmo mantenuto alto da ulteriori successivi delitti.

scatolarossa
Copertina di una delle più recenti edizioni del romanzo

Quando posso leggo sempre con una certa fiducia i libri di Stout, sono anni ormai che conosco la coppia Wolfe-Goodwin e generalmente l’apprezzo anche solo per lo stile narrativo e la chimica fra i personaggi ricorrenti. Di recente in casa della mamma mi sono imbattuta in un’edizione decisamente d’annata di “La scatola rossa“, quarta avventura del pachidermico investigatore appassionato di orchidee e buona cucina che ancora non avevo letto, e non ho esitato ad appropriarmi del volume.

La storia prende l’avvio in seguito all’omicidio di una giovane ed attraente modella, uccisa con un candito avvelenato nella pausa di una sfilata newyorkese. Di fronte allo stupefacente assassinio il cugino di un’altra modella decide di capire chi potesse avere un motivo per fare del male ad una ragazza inoffensiva – e indirettamente se fosse proprio lei la vittima designata – e per questo ingaggia il miglior investigatore di New York, Nero Wolfe. Incaricandolo dunque non solo di scoprire l’omicida ma anche di convincere Helen, la bella cugina di cui è segretamente innamorato, a lasciare la casa di mode.

Generalmente i polizieschi non prendono l’avvio a posteriori rispetto al delitto: non accade mai ad esempio nelle opere di Gardner (dal cui abile Avvocato del diavolo i clienti si recano molto prima di essere effettivamente sospettati d’omicidio), capita rarissimamente nei romanzi della Christie (che di solito si prende tutto il tempo di presentare ambiente e personaggi prima di lasciarne uno definitivamente fuori scena), non si verifica nelle avventure di fratello Cadfael che spesso arriva all’estremo di imbattersi nel crimine solo intorno alla metà della storia. Anche Stout generalmente non getta subito in pasto al lettore la morte, cosa che invece fa in questo romanzo il cui avvio è effettivamente un po’ fuori dalle righe: un cliente forsennato che spinge il pigro ed egocentrico Wolfe addirittura ad uscire di casa (evento più unico che raro), una casa di mode elegante e piena di persone, un delitto vecchio di circa una settimana.

I primi capitoli se pure non si può affermare che lascino spiazzati sono sicuramente un po’ confusi, anche perché se da un lato è chiaro che la letale mandorla ricoperta di zucchero era destinata ad una persona ben diversa da quella che ha avuto la sventura di mangiarla, dall’altro non è ugualmente chiaro chi fosse la reale vittima designata. Presto comunque la situazione si fa meno involuta, il ritmo più tranquillo e inizia la parte investigativa vera e propria, che sarà ancora più serrata dopo che un secondo delitto turberà il precario equilibrio dei personaggi in gioco e rimescolerà l’identità del cliente per cui Wolfe e Goodwin si impegnano a lavorare.

A dispetto dei numerosi omicidi che si susseguono nella storia, nonché della girandola di personaggi che si offrono come clienti a Wolfe, la trama rimane comunque relativamente semplice; le confidenze smozzicate di Boyden McNair e un paio di commenti pronunciati da altri sospettati mettono presto in luce non solo chi fosse il destinatario dei dolci avvelenati, ma anche l’unica plausibile ragione che potrebbe giustificare misure tanto drastiche liberarsi di una persona. Certo, il lettore pur avendo risolto una parte fondamentale del mistero continua comunque ad interrogarsi su quale strategia verrà messa in atto per scovare le prove necessarie a chiudere il caso, ma il climax narrativo risente un po’ del fatto che solo le prove manchino – mentre l’identità dell’omicida è presto chiara.

Una delle edizioni americane del romanzo, in cui la copertina è sicuramente più calzante rispetto a quella italiana
Una delle edizioni americane del romanzo, in cui la copertina è sicuramente più colorata e forse un po’ più calzante rispetto a quella italiana

Quello che rimane il grande pregio del romanzo è a mio parere il contrasto e l’interazione sempre vivace fra Wolfe e Goodwin: infatti là dove il principale è misogino, pigro, egocentrico ed abitudinario, il suo braccio destro è auto-ironico, impetuoso, pronto all’azione, felice di trovarsi in una situazione imprevista. I dialoghi non hanno ancora i passi frizzanti che in seguito diventeranno un po’ la firma di Stout, ma gli scambi di battute fra Nero ed Archie ed il modo in cui il comportamento dell’uno è a suo modo complementare a quello dell’altro sono già perfettamente delineati.

Decisamente meno apprezzabile è invece l’atteggiamento – indiscutibilmente conseguenza dell’epoca in cui il romanzo fu scritto – mostrato dai vari personaggi verso quelli che si potrebbero definire i diritti umani. Oltre ad un paio di accenni larvati, in un capitolo si assiste esplicitamente ad un prolungato interrogatorio nel quale la polizia malmena il sospettato senza che nessuno si sogni minimamente di intervenire. E benché Archie biasimi fra sé e sé questo comportamento, sembra quasi che lo faccia più per la sua inutilità che non perché giudica scorretto picchiare qualcuno che è nell’impossibilità di difendersi. Né vanno molto meglio le cose sul finale, nello studio di Wolfe, quando vengono chiariti moventi e modi dei vari delitti e si lascia che il colpevole vada incontro ad un destino non certo allineato con la legalità.

L’aspetto infine che ho trovato più curioso in questo libro è notare come l’affresco della società tratteggiato da Stout sia elitario. Leggendo il romanzo non si ha decisamente l’idea di un’America che sta appena affrancandosi dal dramma della grande depressione: i personaggi hanno belle automobili, case eleganti, lavori stravaganti (ammesso che lavorino). Proprio di recente ho riletto uno dei volumi del ciclo di Don Camillo di Guareschi e non ho potuto fare a meno di notare il panorama diversissimo offerto dai due autori. Certo, Guareschi narra di vicende ambientate dopo la seconda guerra mondiale, ma nei suoi capitoli non è raro che il sindaco stesso si indebiti al punto da ammalarsi per la preoccupazione, oppure che un partito cerchi di accaparrarsi voti regalando ceste di cibo; e i personaggi sono fortunati se possiedono una motocicletta, altro che automobili di lusso.

Stout invece sembra essersi focalizzato su una fetta della società – i ricchi che possono permettersi le costose prestazioni di Wolfe – ben definita e pure nel parlare di delitti, inseguimenti o brutture, non esce dai confini di una realtà dorata dove, paradossalmente, a parte il delitto le violenze maggiori sono perpetrate proprio dai tutori dell’ordine.

In definitiva giudico “La scatola rossa” un romanzo piacevole anche se non entusiasmante, probabilmente proprio perché la relativa mono-direzionalità dei sospetti rende quasi troppo semplice individuare il colpevole prima della conclusione. Il libro resta comunque una lettura interessante, anche se non l’opera che suggerirei ad un neofita per accostarsi a Stout.

Voto: gifVotoPiccolagifVotoPiccolagifVotoPiccola

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...