“Un marito all’ora del tè” di di Marjan Kamali – Recensione

[Titolo originale: Together Tea]

Il mio giudizio in breve:

Libro molto bello che a dispetto di una copertina (e una sinossi pubblicitaria) un po’ scontata da banale romanzo rosa si sviluppa con notevole profondità, toccando tanti temi interessanti fra i quali soprattutto il vivere riuscendo a far coesistere due culture diverse e molto lontane fra loro. Una lettura meno spensierata del previsto per gli argomenti approfonditi, eppure sempre leggera e a tratti persino ironica nello stile. Davvero una piacevole sorpresa.

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Sono sincera: dopo aver concluso la lettura dell’estratto iniziale di “Un marito all’ora del tè” non mi aspettavo di imbattermi in un capolavoro, invece proseguendo con i capitoli mi sono resa conto che la Kamali è stata capace di emozionarmi e farmi riflettere pur conservando sempre una scrittura scorrevole e non cadendo mai in considerazioni scontate o in semplici stereotipi. Forse anche in virtù del fatto che ho letto “Un marito all’ora del tè” senza troppe speranze e senza grandi idee preconcette, al termine del volume ho scoperto di averlo proprio gustato.

La storia è quella che ho già accennato nella presentazione dell’anteprima, eppure per riassumerla al meglio secondo me sarebbe più corretto guardarla da una prospettiva diversa e considerarla un viaggio di introspezione compiuto da donne diverse per capirsi ed accettarsi, e possibilmente migliorare la propria vita. Tanto la problematica del matrimonio combinato voluto da Darya e rifiutato da Mina quanto la mai sopita passione della madre per la matematica non sono infatti altro che punti di partenza per sviluppare ricordi, tradizioni, speranze, confidenze di un universo femminile che svela se stesso attraverso il confronto fra realtà diverse.

La parte iniziale del romanzo, quella ambientata nella New York dove la famiglia Rezayi si è (tutto sommato) integrata decisamente bene, è fondamentale per preparare i capitoli successivi ma in un certo senso è quella che mi ha meno coinvolto. Da queste pagine emergono di fatto i ritratti di due donne a modo loro insoddisfatte e più o meno consapevoli di esserlo, ma non è un presupposto che mi abbia davvero toccata. Mina è infelice perché la madre cerca per lei un marito sottoponendola a continui incontri con sconosciuti che non le interessano e perché, nonostante frequenti gli studi economici per ottemperare alle aspettative dei genitori, sogna un futuro da artista – ma sinceramente l’ho percepita soprattutto come una figura ancora un po’ infantile e non sono entrata molto in sintonia con lei.

Darya in effetti mi ha colpita di più: una donna che con l’appoggio del marito è riuscita a dare una svolta alla sua vita dopo aver messo da parte i sogni di ragazza; una moglie devota a colui che ha sposato senza averlo scelto ma che d’un tratto si sente attratta da un uomo affascinante; una persona che si sente ancora straniera in America un po’ perché lei ci tiene davvero a mantenere vive le tradizioni persiane tanto fuori luogo a New Yor, un po’ perché le mancano i parenti e l’ambiente che ha lasciato in Iran. Fra le due figure Darya è stata a mio parere quella che fin dall’inizio si è caratterizzata come più a tutto tondo, più ricca di sfaccettature, il vero perno della storia.

Un'immagine di bellezze iraniane prima della rivoluzione del 1979
Un’immagine di bellezze iraniane prima della rivoluzione del 1979

L’intera narrazione comunque si è fatta più coinvolgente quando è iniziati il lungo flash-back sulla vita che la famiglia Rezayi aveva nella sua terra d’origine negli anni finali della monarchia, l’avvento della rivoluzione, la decisione di scappare in America con il primo periodo di vita negli Stati Uniti. Ho trovato davvero interessante questa parte centrale del romanzo, apprezzando in modo particolare la figura della nonna Mamani – che pur essendo stata spesso ricordata da qualche oggetto, gesto, paradossalmente persino dai sensi di colpa di Mina per aver chiesto in quel giorno lontano le melagrane, finalmente diventa un personaggio pieno, autentico.

Altrettanto interessante ho giudicato l’ultimo spezzone del libro, quello del viaggio effettivamente compiuto da Darya e Mina in Iran, in cerca di una realtà probabilmente perduta per sempre, aspettandosi di trovare qualcosa che non sempre era la realtà e scontrandosi con un Paese che nonostante le differenze profonde sia dall’America sia dalla Persia dei loro ricordi ha permesso ad entrambe di crescere e scoprire qualcosa che pareva perso dentro di loro. Già, perché grazie a questo viaggio ed al riallacciarsi (o formarsi) dei rapporti con le persone viste in Iran, Mina ha potuto trovare se stessa e Darya ritrovare se stessa. Ed a questo punto entrambe mi sono sembrate figure autentiche, cresciute, più consapevoli e realizzate – anche se, forse per motivi anagrafici, mi sono comunque sentita più vicina a Darya.

Ecco una suggestiva immagine del tè servito alla moda persiana con le tipiche tazzine estekan - che ricordano una clessidra è vero, ma ovviamente con un'assai meno accentuata strozzatura ...
Ecco una suggestiva immagine del tè servito alla moda persiana con le tipiche tazzine estekan – che ricordano una clessidra è vero, ma ovviamente con un’assai meno accentuata strozzatura …

Chiudo questa recensione con un’osservazione legata essenzialmente al motivo per cui avevo scelto di leggere il romanzo, ovvero soddisfare una traccia della sfida di lettura che chiedeva di selezionare un’opera incentrata sul tè. E’ stato davvero così in effetti: tutti i momenti salienti della storia (di una delle due protagoniste così come degli altri personaggi di rilievo) sono sempre accompagnati dal rito del tè. In maniera così sistematica che ad un certo punto inconsciamente ho iniziato a collegare la comparsa sulla scena delle estekan (le tazzine a forma di clessidra) con un episodio decisivo, di svolta.

Consiglio sinceramente la lettura di “Un marito all’ora del tè” perché con la leggerezza di un chick-lit (del quale conserva la scorrevolezza di stile, il leggero umorismo, il finale rosa) riesce a parlare e far riflettere su temi profondi come l’emigrazione, la percezione che si ha della propria vita, il senso di appartenere a un luogo o ad un gruppo di persone, l’importanza di riscoprire le proprie radici, il vivere quasi in bilico fra mondi dominati da tradizioni diverse (ma entrambe ragionevoli se guardate con gli occhi di chi ha una diversa storia alle spalle).

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