“L’inarrestabile Sophy” (Sophy la Grande) di Georgette Heyer – Recensione

[Titolo originale: The Grand Sophy]

Il mio giudizio in breve:

Bel romanzo un po’ fuori dagli schemi: non una debuttante timida e diafana, ma una giunonica bruna più che consapevole di cosa sia accettabile in società, che getta scompiglio con la sua irruente vitalità. Questo libro ha tutto quello che serve per farne un capolavoro: colpi di scena, fughe, collere dell’eroe, fratelli da soccorrere, amanti da ricongiungere.

Copertina dell'edizione Mondadori, la prima pubblicata in Italia
Copertina dell’edizione Mondadori, la prima pubblicata in Italia

Ho deciso di scrivere questo post perché in libreria mi sono imbattuta in una copia della recente edizione Astoria di questo romanzo (il cui titolo è stato cambiato in un più letterale “Sophy la Grande“): a quanto ho capito da circa 4-5 anni questa piccola casa editrice sta ristampando alcuni classici della Heyer in versione integrale. Già, perché pare che la “storica” traduzione anni ’70-’80 della Mondadori, ripresa poi da Sperling & Kupfer una decina d’anni fa, presentasse alcuni tagli. Avendo letto solo l’edizione Sperling & Kupfer non posso sapere quanto i tagli siano effettivamente rilevanti nell’economia della trama, in ogni caso giudico “L’inarrestabile Sophy” un titolo davvero splendido.

Sophy è l’unica figlia di un diplomatico, che per anni ha seguito in giro per l’Europa. Ora però al gentiluomo è stato assegnato un importante incarico in Sud America, luogo dove appare meno semplice condurre Sophy, che trascorrerà dunque alcuni mesi a Londra in casa della zia, Lady Ombersley. Fin dal suo arrivo, accompagnata da un levriero, un pappagallo e una scimmia, Sophy dimostra di essere una giovinetta fuori dal comune – per quanto di buon cuore e ottime maniere – caratteristica che rende piuttosto difficile alla zia trovarle marito come si era inizialmente riproposta. Sophy d’altra parte si integra perfettamente e rapidamente nella vita degli Ombersley, affezionandosi ricambiata a tutti i parenti eccettuato forse Charles, il primogenito, giovanotto estremamente responsabile che ha assunto la gestione delle finanze di famiglia.

D’altra parte Charles sembra proprio un tipo rigoroso (esattamente come la sua altera fidanzata Eugenia), mentre Sophy pare fatta per creare scompiglio ovunque vada: seguita da una variegata corte di amicizie maschili, è diabolicamente intenzionata a migliorare la vita di chi le sta intorno, prima fra tutti la sua bellissima cugina Cecilia, innamorata di un pretendente che i familiari non le permettono di sposare …

Non voglio rivelare altro della trama (soprattutto considerando che le trovate della protagonista e le reazioni del suo esterrefatto parentame sono una delle ragioni per cui il libro risulta essere tanto godibile), mi limito ad osservare che l’atteso lieto fine non mancherà e che la Heyer è stata abilissima nell’appaiare tutte le possibili coppie e nel chiudere ogni parentesi aperta durante la narrazione. Un po’ come nelle commedie di Shakespeare, la scrittrice lega tutti i fili che ancora pendevano dalla trama, garantisce un perdono benaugurante o un futuro sereno a ogni personaggio, chiudendo il libro in modo che ogni fittizia figura possa andare meravigliosamente avanti con la sua vita anche dopo che la parola “Fine” ha posto termine alle loro avventure letterarie.

Che cosa mi è piaciuto soprattutto in questo romanzo? Indiscutibilmente i dialoghi: non riesco nemmeno a trovare un’interazione fra Charles e Sophy che sia monotona o poco pertinente allo sviluppo della storia. Ogni scena in cui i due protagonisti si scontrano (è proprio il caso di dirlo visto che la reciproca amabilità non è ciò che li contraddistingue) è uno straordinario fuoco di fila di dibattiti, discussioni (pur sempre civili ed educate), insinuazioni che intrattengono il lettore meravigliosamente per righe e righe. Sophy non si controlla mai allo scopo di apparire più femminile o garbata, Charles (che, come l’autrice stessa scrive, con la sua fidanzata ha sempre usato un linguaggio molto castigato) in presenza della cugina si lascia trasportare dalla collera e dall’impulsività. Il risultato sono scene memorabili in cui Sophy sottrae il calesse al dispotico cugino per dimostrargli la sua abilità nella guida, oppure in cui lo provoca deliberatamente sperando di distoglierlo dal rivolgere rimproveri alla sorella.

La nuova versione (integrale) pubblicata da Astoria col titolo "Sophy la Grande"
La nuova versione (integrale) pubblicata da Astoria col titolo “Sophy la Grande”

Se i dialoghi fra Sophy e Charles sono splendidi, altrettanto si può dire per tutti i dialoghi in generale: ogni personaggio dice esattamente la cosa giusta al momento giusto in modo che la narrazione proceda scorrevole, spiritosa e arguta pagina dopo pagina. Le conversazioni sempre meno amabili fra Charles ed Eugenia, le vivaci osservazioni di sir Vincent Talgarth, l’episodio con il poco rispettabile signor Goldhanger, le svagate frasi che escono spesso di bocca a lady Ombersley, le poco rispettose battute rivolte da Charles allo zio, tutto l’episodio conclusivo a Lacy Manor non fanno altro che confermare e approfondire la caratterizzazione dei personaggi, mantenendo al contempo il tono del romanzo su quello deliziosamente leggero della commedia di costume.

Oltre che ben riusciti in se stessi, i dialoghi hanno anche il vantaggio di approfondire ulteriormente i personaggi, tutti complessi e accuratamente disegnati. In questo variegato cast spicca ovviamente la protagonista da cui il titolo stesso prende il nome: Sophy, giovane irrefrenabile ed infaticabile, con una personalità prorompente che stenta a sopportare le limitazioni imposte dalla società dell’epoca. Carismatica e per qualche aspetto stravagante, Sophy riconosce immediatamente i problemi dei cugini e non esita a farsi coinvolgere in essi, ben decisa a sistemare i loro peccatucci e le difficoltà in cui versano. In questo mi ha ricordato vagamente Mary Poppins, la cui determinazione nel prendersi cura di tutti (soprattutto dal punto di vista sentimentale ma non solo) è a tratti quasi sinistra. La protagonista è una fonte di perpetua costernazione a causa della sua determinazione ad essere letteralmente sempre al posto di guida, ma le sue macchinazioni sono divertenti e ben congegnate, cosicché il suo personaggio è comunque tale da suscitare empatia e simpatia.

Splendida dunque questa giovane, che è inarrestabile come promesso dal titolo ma lo è in maniera coerente con se stessa e con la sua condizione. Sophy può essere audace scegliendo di guidare un phaeton a timone alto, avventata nel decidere di recarsi di persona da un usuraio, risoluta nel realizzare il proprio drastico piano per ricongiungere la cugina Cecilia al suo vero amore, ma resta sempre una gentildonna di inizio Ottocento. Lei non si arrampica su un albero incurante dei presenti per catturare un pappagallo né si getta nel Tamigi per scommessa (azioni compiute, tanto per dire, dalle protagoniste rispettivamente di “La dama del diamante nero” di Candace Camp e “Infine, tu” di Lisa Kleypas): Sophy, quando compie un gesto eclatante e scandaloso, guida la carrozza lungo la strada dove i bellimbusti londinesi passeggiano dopo essere usciti dal proprio club. Poco scandaloso per la nostra mentalità, certo, ma in carattere invece con quella che si presume imperasse in epoca Regency.

Ho trovato particolarmente ben riuscita anche la sorprendente somiglianza tra Eugenia e Sophy: entrambe interferiscono nelle vite altrui e tendono ad oltrepassare i confini che buon senso e vivere civile porrebbero alle loro azioni. Ma il lettore è spinto a parteggiare per Sophy e a detestare Eugenia perché Sophy vuole che la gente abbia quello che desidera e sia felice, mentre Eugenia (forse senza nemmeno volerlo) a causa del suo rigido rispetto delle convenienze rende infelice chiunque le stia intorno.

Potrei continuare parlando degli altri personaggi, delle situazioni squisitamente divertenti (ma mai grottesche o irrealistiche) in cui l’autrice li pone, ma sarebbe come portar vasi a Samo: ritengo “L’inarrestabile Sophy” una lettura squisita sotto ogni punto di vista, un libro divertente e ricco di dettagli che si snoda in maniera originale nelle tradizionali maglie dello sfondo Regency. I dialoghi spumeggianti, i personaggi memorabili, un’eroina affascinante ed indipendente sono tutti ottimi motivi per scegliere questo splendido ed imprevedibile romanzo.

 

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2 thoughts on ““L’inarrestabile Sophy” (Sophy la Grande) di Georgette Heyer – Recensione

  1. Ciao Daniela.
    Ho concluso ieri la lettura di “Sophy la Grande” (versione integrale) e, come promesso, ti lascerò un commento.
    Anzitutto ti dico che è proprio un tipo di lettura che amo. Da questo punto di vista sono forse un maschio atipico, ma se in un romanzo di qualsiasi genere c’è una storia d’amore (che non sia, ovviamente, banale) lo leggo con molto più piacere. Come credo ricordi, anche nel libro “appuntamento con l’oro” saltava subito all’occhio la schermaglia tra il signor Carter e Susan Beresford. Ma torniamo a Sophy.
    Già dalle prime rispettive apparizioni si capisce la tipologia dei personaggi con cui si ha a che fare e, almeno a me è parso, si intuisce fortemente chi finirà con chi. Ma è proprio questo che ho trovato meraviglioso, seguire man mano il disegno di Sophy che porterà tutti al momento culminante di Lacy Manor. Ma (c’è un ma) per poterlo fare bisogna che il lettore si cali alla perfezione in quel periodo storico, dal momento che solo in questo modo si riesce a capire quale notevole temperamento ha la nostra eroina e quali “scandalose e impensabili cose” abbia avuto il coraggio di fare per portare avanti i suoi piani.
    Come forse ho lasciato intuire da prima, il crescendo dell’attrazione che Charles prova via via per Sophy è una delle cose che più mi ha divertito; i loro scontri verbali sono stati orchestrati in un modo che rasenta la perfezione (mi sarebbe piaciuto assistere di persona ai loro “duelli”). Ma, in ogni caso, tutti i personaggi sono descritti in maniera efficace, da quelli principali a quelli secondari. Giusto per fare solo un paio di esempi: quando viene chiamato in scena il maggiordomo di casa Ombersley, Mr Dassett, ti dico che mi sembrava quasi di vederlo; come poi il padre di Sophy, che anche se non presente fisicamente, risulta essere una figura che viene sempre tirata in ballo dagli altri personaggi. È tra di lui e Charles che si ha, secondo me, uno degli scambi di battute migliori del libro, verso la fine.
    Vado avanti, altrimenti il mio commento diventa chilometrico. Da alcune cose che ho letto in giro alcuni hanno accostato la Heyer alla Austen. È chiaro che io ho letto, per ora, solo un libro di tutte e due. Ma, basandomi solo su questo, io non credo che si avvicinino poi tanto. Poi, ovviamente, entra in campo la preferenza personale. E a me il dialogo brillante è sempre piaciuto, pensa che a volte vado a rileggermi alcune parti dei miei libri al solo scopo di rivivere quelle situazioni che mi avevano accattivato nella prima lettura… credo che sia una mania! . Ci sarebbero tante altre cose da dire, ovviamente, ma finirei per diventare prolisso e per monopolizzare il tuo blog con i miei commenti .
    Concludo con il ringraziarti per avermi permesso di conoscere questa autrice, il cui libro non credo proprio rimarrà da solo nella mia libreria.

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    1. Buon pomeriggio Pietro,
      che piacere leggere il tuo commento! Sono davvero lieta che il romanzo ti sia piaciuto e constato con gioia che anche tu apprezzi le trame arricchite da dialoghi brillanti e ben orchestrati. Io a volte, quando mi imbatto in letture un po’ insulse portate avanti soprattutto grazie a fraintendimenti e bugie, proprio non riesco a non provare nostalgia per autori come la Heyer che sapevano rendere ogni scena un vero gioiello.
      Sophy e Charles sono – alla pari di tante coppie di questa scrittrice – esattamente nella situazione che descrivi tu: si intuisce che si innamoreranno, ma si è sempre ansiosi di proseguire per scoprire cosa li porterà ad avvicinarsi, come si comporteranno, cosa si diranno vicendevolmente. E secondo me tutti i romanzi migliori della Heyer (anche lei purtroppo ha avuto qualche scivolone in negativo) sono proprio quelli dove il dialogo da solo, insieme alla caratterizzazione dei personaggi, potrebbe sostenere l’intera vicenda: “Venetia”, “La pedina scambiata”, “Il figlio del diavolo” (questo è il seguito ideale dell’altro), “Arabella”.
      Mi rispecchio con le tue osservazioni anche in merito al paragone Austen-Heyer, che reputo tutto sommato poco calzante e probabilmente dovuto soprattutto al comune periodo d’ambientazione delle loro opere.
      Che dire, a questo punto spero che avrai presto il tempo e il desiderio di leggere qualche altro romanzo di questo tipo e che nel caso tornerai a lasciare un commento sul blog, che ritengo tutt’altro che monopolizzato ma al contrario arricchito dalle tue approfondite e interessanti osservazioni.
      A presto!

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