“Che rabbia!” di Mireille D’Allancé – Presentazione

Dopo parecchi mesi dedicati a volumi pubblicati da altre case editrici, torno oggi a parlare della milanese Babalibri per presentare un volume uscito in edizione con copertina rigida già nel 2007 e poi nuovamente in edizione tascabile nel 2012. Sto parlando di “Che rabbia!” di Mireille D’Allancé, opera che ho avuto modo di sfogliare lo scorso week-end e che mi ha lasciata con impressioni contrastanti.

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Il libro, che come dicevo è disponibile sia in formato tascabile (19×15 cm)e copertina flessibile che con copertina rigida e dimensioni di 21×26 cm, è formato da una trentina scarse di pagine dedicate a raccontare una storia ma soprattutto ad affrontare il difficile tema della gestione della rabbia. Il testo è incentrato su un bimbo che, al termine di una giornata evidentemente storta, viene ripreso dal padre perché non sta mangiando gli spinaci; di fronte al rimprovero il piccolo protagonista si mostra testardo ed indisciplinato, motivo per cui viene mandato in camera sua a calmarsi. In realtà il bambino non si calma affatto, al contrario la rabbia è così dirompente da fuoriuscire come un mostro rosso dalla sua bocca, mostro che inizia a danneggiare tutti gli oggetti presenti nella stanza. A questo punto il bambino cerca di impedire al mostro di devastare tutto, poi raccoglie e risistema le sue cose dando così tempo alla rabbia di ridursi fino alle dimensioni di una cosina abbastanza ridotta da poter essere messa in una scatola: ora che il bambino si è calmato scende di nuovo dai genitori.

La storia, che si compone di poche righe per pagina, è completata dalle illustrazioni, sempre molto pertinenti rispetto alla componente testuale. L’autrice ha rappresentato infatti tutti i passaggi essenziali del racconto: l’espressione corrucciata del bambino a tavola e mentre sale le scale, il momento in cui la rabbia si materializza sottoforma di enorme mostro scarlatto, la devastazione operata in camera, il momento in cui il piccolo rimette ordine fra le sue cose. Lo stile dei disegni, pur senza perdersi in eccessivi dettagli, è colorato e sufficientemente ricco di richiami fra una scena e l’altra da costituire a sua volta un piccolo filo narrativo interno a quello testuale, cosicché le due parti – narrazione ed illustrazioni – sono coerenti e complete.

Il cruciale momento in cui la rabbia esce dal corpo del protagonista, il piccolo Roberto
Il cruciale momento in cui la rabbia esce dal corpo del protagonista, il piccolo Roberto – immagine tratta dall’edizione francese del volume.

Perché dunque non riesco a valutare con chiarezza questo volume? Credo perché – soprattutto a livello di narrazione – vi ritrovo sia elementi ben studiati e ben realizzati, sia dettagli che proprio non mi convincono. A partire dalla storia: nelle sue linee generali è ottima per suscitare nei bambini la sensazione che al piccolo protagonista capiti proprio ciò che accade loro quando si adirano, ma probabilmente l’idea del mostro che esce dal bambino è un concetto troppo astratto perché i più piccoli possano comprenderlo appieno. Il libro infatti viene generalmente proposto per la fascia d’età 3-4 anni, ma non credo che dei bimbi di soli tre anni riescano a visualizzare l’esplosione della rabbia riconducendola a quella cosa che esce dalla bocca del protagonista.

Qui invece Roberto deve rimediare ai danni causati dalla (sua) rabbia
Qui invece Roberto deve rimediare ai danni causati dalla (sua) rabbia

Anche altri particolari del racconto mi sembrano un po’ stonati: non solo la parola “stupido” (gli insulti nei libri per bambini mi lasciano sempre parecchio perplessa), ma il fatto che non sia mai scritta esplicitamente la parola rabbia (ci si riferisce sempre al mostro rosso come “cosa”), e soprattutto la solitudine in cui il bambino è lasciato. Viene mandato a calmarsi in camera e questo mi sta bene, ma sale le scale da solo, da solo affronta questa cosa che gli sbuca di bocca e distrugge tutto, da solo rimette a posto tutto dispiacendosi per la sorte toccata ai suoi oggetti e ai suoi giocattoli. Anche nel finale, quando si intuisce che il bimbo torna al piano di sotto, non c’è un contatto con i genitori – due figure assenti che presumibilmente hanno continuato a mangiare indifferenti la loro cena per tutto il tempo che il figlio ha trascorso a fronteggiare (solo) la propria rabbia.

D’altra parte apprezzo il tono generale tenuto dall’autrice, il fatto che sia riuscita a parlare di rabbia senza demonizzarla, rendendo chiaro il concetto che se pure non è possibile cancellare questo sentimento si può imparare a gestirlo. Importante è a mio parere anche il messaggio che la rabbia ci porta – se non controllata – a compiere azioni delle quali poi, passato il momento di crisi, ci si pente.

La mia esperienza: ho sfogliato questo libro a casa di amici e subito ho chiamato accanto a me mio figlio, che nonostante l’età (otto anni compiuti) ha ancora qualche difficoltà a gestire la rabbia. Lui naturalmente non ha avuto problemi a vedere la rabbia come un personaggio che agisce, come sentimento che ha un’esplosione ed una successiva fine, ma il figlio degli amici – che ha solo tre anni – commentava invece che quel brutto mostro lo turbava un po’ e alla mia domanda se lui non avesse mai l’impulso di rovinare un oggetto perché si sentiva una cosa cattiva dentro, ha risposto che le cose cattive a lui restano dentro e gli fanno male al cuore ma non rompono i suoi giocattoli.

Età per cui lo suggerisco: lettura ad alta voce dai 4 anni – lettura autonoma dai 6 anni 02-reading-a-book

Valutazione: acquisto consigliato

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