“La signora dei funerali” di Madeleine Wickham (Sophie Kinsella) – Recensione

[Titolo originale: The Gatecrasher]

Il mio giudizio in breve:

Deludente rispetto alle mie aspettative: il ritmo pur senza essere incalzante è scorrevole e la narrazione sciolta, ma i personaggi e le situazioni troppo estremizzati per piacermi. Anche il finale, secondo me affrettato, non mi è piaciuto molto. Nel complesso poco interessante.

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Con lo psudonimo di Sophie Kinsella l’autrice ha pubblicato un certo numero di libri spumeggianti, briosi e vivaci; avevo sentito dire che i romanzi d’esordio della scrittrice, pubblicati con il suo vero nome (Madeleine Wickham) erano di genere diverso, più introspettivi e satirici, ma finora non mi ci ero accostata proprio perché della Kinsella avevo apprezzato la leggerezza di volumi come “La regina della casa” o “La ragazza fantasma”. Siccome il più recente “Fermate gli sposi” mi aveva profondamente delusa (a questo link la mia recensione), ho allora deciso di dare anche io una svolta e dedicarmi proprio alla lettura di uno degli “altri” volumi della Wickham; abbastanza casualmente la scelta è caduta su “La signora dei funerali“.

Lo spunto è intrigante: la bella e sofisticata Fleur per soddisfare il proprio bisogno di confort e lusso – che va purtroppo al di là dei suoi mezzi – ha individuato una tattica forse eticamente discutibile ma di successo quasi certo. Sfoggiando un elegante abito nero firmato, si reca alle commemorazioni e ai funerali di ricche donne londinesi con l’intenzione di entrare in amicizia coi loro mariti in lutto. Una volta affascinata la potenziale “vittima” grazie alla propria bellezza, Fleur carpisce al vedovo non esattamente inconsolabile una somma di denaro sufficiente per vivere fino al funerale successivo e mettere qualcosa da parte. Questo si prospetta (almeno per il lettore, reso consapevole del meccanismo dal fatto di aver assistito alla fine dell’ultimo rapporto sentimental-monetario di Fleur) essere il destino di Richard Favour, che dopo trent’anni monotoni a fianco della rigorosa Emily viene letteralmente abbagliato dalla protagonista e dal suo spensierato approccio alla vita.

Che cosa mi aspettavo da questo libro? Che con stile scorrevole, magari punteggiato da qualche episodio più divertente e spiritoso, tratteggiasse un ritratto pungente ma realistico dei costumi e della morale moderna. Che cosa ho trovato? Non esattamente quello che speravo, piuttosto una commedia britannica agro-dolce guastata da una protagonista troppo superficiale e da alcune esagerazioni (che ho fatto fatica a digerire) intervallate da troppe pagine in cui non accade nulla di interessante.

L’autrice ha scelto di ambientare la sua storia fra la upper-class britannica e questo le permette di alternare cappellini costosi, partite a golf, giornate di ozio e shopping, in modo da creare una cornice al tempo stesso raffinata e scanzonata che è assolutamente perfetta. Non sembra il mondo reale, anche se magari i ricchi inglesi vivono davvero così, ma gli somiglia abbastanza da fornire credibilità e se ne discosta a sufficienza da ammantare di una nota vagamente fiabesca la narrazione. Ciò che impedisce al tutto di farsi insulso sono i personaggi, accattivanti nel loro essere “umani”, ambigui, pieni di luci ed ombre.

Sembrerebbe quindi che le premesse siano tutte valide, eppure in qualche modo il quadro viene guastato – almeno in parte – già dall’inizio a causa della protagonista. La scrittrice sembra affezionata all’idea di presentare eroine che sbagliano (Samantha di “La regina della casa” tanto per fare un esempio), ma finora si è sempre trattato di figure che nonostante i loro errori avevano una carica positiva e per le quali ci si augurava arrivasse un lieto fine. Verso Fleur invece non ho provato né grande empatia né immedesimazione, né speranze. Posso accettare la premessa iniziale di una donna che vive – in relativo lusso – sfruttando il dolore degli uomini: non è un personaggio con cui simpatizzare ma mi aspetto che abbia i suoi motivi, le sue incertezze, un’evoluzione. In Fleur non ho ritrovato nulla di tutto ciò.

La caratteristica saliente che emerge dal suo comportamento e dalle sue riflessioni è un profondo egoismo, una mancanza di sentimenti autentici che la rendono superficiale, vuota, tutta esteriorità. Ha una figlia tredicenne della quale non solo non si preoccupa, ma che non esita a rendere parte attiva dei suoi raggiri se la cosa può aiutarla; ha tradito la fiducia della sua migliore amica perché la spaventava la prospettiva di doversi mettere a lavorare (che disonore!) o di ridursi ad essere “la moglie di un commesso viaggiatore inglese qualunque” (dunque meglio sposarsi senza sentimenti ma per interesse pur di non lavorare?); si comporta con dolcezza e apparente sensibilità perché recita una parte ma non dimostra di tenere realmente alle altre persone.

Col progredire del romanzo Fleur rimane a lungo in casa di Richard, ed è evidente che questa convivenza fa scattare qualcosa in lei. Quell’uomo scelto quasi per caso è gentile, dolce, riflessivo ma non pedante, genuino: il lettore arriva a pensare che per Fleur sia sempre più difficile portare avanti la propria truffa, ma il motivo non sembra (fino all’ultima pagina) l’affetto. Io non ho avuto la sensazione che la protagonista si stesse innamorando, o quanto meno affezionando seriamente a Richard: la vita che lui le ha posto di fronte ha semplicemente scosso la sua fiducia in sé stessa, nello schema con cui accaparrava soldi, portandola a chiedersi se potesse essere meglio una vita benestante “a lunga scadenza” piuttosto che tante avventure di pochi mesi. Ed il finale mi è sembrato deludente, non tanto per la scelta fatta, ma perché tutto è stato condotto in maniera affrettata, accavallando le situazioni in modo da non spiegarle compiutamente.

Questo è uno dei pochi romanzi in cui non vedo maturità né crescita del personaggio principale: questa donna è ingannevole, una cattiva madre, una donna di 40 anni che non si assume alcuna responsabilità per le sue azioni e si preoccupa soltanto di se stessa. Eppure tutti si innamorano di lei, non solo “a prima vista” per la sua bellezza, ma anche standole accanto perché l’impressione che riesce a dare di sé è completamente diversa da come Fleur è in realtà.

Se dunque Fleur come personaggio mi ha convinta poco, lo stesso posso dire delle figure secondarie. Ho apprezzato la caratterizzazione che la Wickham ha fatto dei comprimari principali, cercando di dipingerli tutte come persone reali e non stereotipi, persone con i propri dubbi e le proprie fragilità. Ma non apprezzo che, sotto la patina di benessere e normalità, ne abbia fatto una somma di disadattati ed infelici senza esclusioni, relegando poi tutti gli altri a nomi privi di personalità. Non è vulnerabile soltanto Zara (il che è perfettamente prevedibile visto lo stile di vita cui è costretta), in fondo tutti i personaggi di rilievo per la storia hanno problemi emotivi o caratteriali seri: Richard (che ha messo la moglie defunta su un piedistallo e per questo si è costretto a vivere solo secondo le regole di lei), Gillian (condizionata dall’affetto a sacrificare la sua vita per la sorella), Anthony (in conflitto con se stesso e col mondo come il tipico adolescente), Philippa (così sognatrice da non accorgersi della realtà), Lambert (ansioso solo di mantenere un tenore che non può permettersi).

Ed ecco che, per completare inadeguatamente l’opera, a questa massa di infelici fanno da contorno personaggi a mala pena introdotti. Il gruppo di amici e vicini membri del golf club per esempio: l’autrice cita relazioni dei personaggi ed eventi passati in tutta fretta, riducendo la comunità di Richard ed Emily ad un mucchio di pettegole coppie che non sono assolutamente essenziali per la trama. Risulta inoltre difficile scindere opportunamente le storie (passate e presenti) o i pensieri dei vari personaggi perché lo stile di scrittura mescola spesso i punti di vista, non solo all’interno di un medesimo capitolo ma addirittura in un paragrafo.

Purtroppo oltre a non essermi affezionata ai personaggi, col progredire della storia ho notato un rallentamento del suo sviluppo: nella seconda metà del romanzo non accade nulla di decisivo, perché il libro diventa soprattutto un approfondimento caratteriale dei protagonisti. Non c’è davvero la possibilità di dire molto sulla trama, che si concentra completamente intorno a “The Maples”, la proprietà di famiglia dei Favour, e non si alimenta altro che con se stessa e le esagerazioni che l’autrice inizia sempre più copiosamente a spargere nella narrazione.

Quale donna, per quando svampita e persa nelle sue fantasie, dopo essere stata praticamente strangolata dal marito si limita a telefonare in casa del padre chiedendo di parlare soltanto con la sua nuova fiamma? Lambert (che al di là del pessimo carattere e della sciocca idea di vivere oltre i propri mezzi non pare un idiota, visto il lavoro che fa) può davvero convincersi che un futuro fondo segreto della moglie possa salvare i suoi debiti, o che un furto di 50000 sterline lo aiuterebbe? Anthony già deve fronteggiare, con rabbia e frustrazione, l’improvvisa morte della madre: possibile che al sentire da Zara delle reali intenzioni di Fleur persista nello sperare comunque che la donna decida di “ravvedersi” e rimanere con loro? Non dico che una di queste situazioni non avrebbe potuto accadere, ma il susseguirsi di tutte quante mi è sembrato forzato e poco credibile, come se la Wickham le abbia fagocitate per movimentare una trama che altrimenti si stava appiattendo troppo.

Suggerirei dunque ad un’amica di leggere “La signora dei funerali” o no? Questo romanzo è tutta una questione di intrighi, di mentire e cercare di (non) affrontarne le conseguenze. Non è così ottimista come ci si aspetterebbe da un chick-lit e sicuramente (per stile, caratterizzazione dei personaggi e trama) è molto diverso dai volumi firmati con lo pseudonimo di Sophie Kinsella. Cinico ma non graffiante, presenta delle figure interessanti (fra tutte Gillian, tanto pronta al sacrificio, e Zara, tutto sommato normale a dispetto della madre che si ritrova) ma una protagonista vuota e poco carismatica. Scorrevole ma un po’ banale e prevedibile, mi sento alla fin fine di dire che è una lettura senza lode e senza infamia, che non ingrana mai come ci si aspetterebbe.

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