“La città sepolta” di James Rollins – Recensione

[Titolo originale: Sandstorm]

Il mio giudizio in breve:

Romanzo che è praticamente tutto azione (interrotta da un po’ troppe digressioni tecnico-scientifico-militari) e non concede molto né all’approfondimento dei personaggi, né alla credibilità. I pregi maggiori della storia sono secondo me l’intrecciarsi di archeologia, misteri da scoprire, indovinelli da risolvere ed il fatto che su tutto aleggi un che di inquietante e sovrannaturale. Peccato per alcune note stonate come la prevedibilità di fondo dell’intreccio ed il ricordo ad una spiegazione pseudo-scientifica un po’ tirata per i capelli, che non giustifica l’alto grado tecnologico raggiunto da una società di oltre 2500 anni fa.

cittasepolta

Avevo già parlato sul blog di questo romanzo quando ne avevo presentato l’estratto iniziale, che giudicavo davvero interessante; purtroppo il libro nella sua completezza non mantiene le buone premesse poste nei primi capitoli. Soltanto uno sfondo da mille e una notte ed un intreccio ben orchestrato fra scienza e superstizione, archeologia e tecnologia, intrighi politici e disperate lotte per la sopravvivenza permette al romanzo di elevarsi dalla mediocrità in cui lo gettano una scarsa e stereotipata caratterizzazione dei personaggi ed una sequenza sempre più inverosimile di azioni al limite dell’assurdo.

La strana esplosione che ha sventrato un’intera ala araba del British Museum, richiamando l’attenzione del governo ed anche quella di una potente organizzazione segreta che ambisce a controllare il mondo, si rivela ben presto come un evento la cui portata va ben oltre gli antichi manufatti dei quali ha causato la distruzione. La perduta città araba di Ubar infatti sembra celare il segreto che permetterebbe l’accesso ad una fonte di energia immensa e quasi inesauribile, i cui potenziali utilizzi in campo bellico sono tali da far temere qualcosa di più devastante persino di una terza guerra mondiale.

Ecco allora che la squadra protagonista della ricerca di Ubar risulta essere composta in maniera assai variegata: Safia al-Maaz, archeologa responsabile della sezione araba del British Museum ed esperta di storia araba; Painter Crowe, abile agente della Sigma supportato dalla collega Coral; Kara Kensington, sovvenzionatrice della Galleria curata da Safia, sua amica d’infanzia e personalmente desiderosa di far luce sulla devastazione al museo sperando che ciò la aiuti a comprendere un tragico evento del suo passato; Omaha Dunn, archeologo che non si ferma di fronte a nulla per impadronirsi di un reperto, nonché ex innamorato di Safia, al quale fa da spalla il fratello Denny. Sul versante degli oppositori si schierano ben due nuclei diversi, una strana confraternita tutta al femminile che pare dotata della capacità di passare attraverso i muri e rendersi invisibile, ed una potente oltre che spietata organizzazione segreta che sfrutta la tecnologia stessa della Sigma Force per giungere prima degli altri al sito della sepolta Ubar.

Come anticipato nelle prime righe di questo post, la trama è sicuramente il principale punto di forza del romanzo. Benché la ricerca e l’esplorazione dei mondi perduti sia un concetto tutt’altro che nuovo nella narrativa (basti pensare al viaggio al centro della terra ed alle forsennate esplorazioni del capitano Nemo scaturiti dalla fantasia di Jules Verne, oppure al mito di Atlantide e a quello di Lemuria), a mio parere Rollins ha saputo svolgerlo con una certa originalità, mescolando elementi storici ad altri decisamente più fantasiosi. Ecco allora che gli indizi per raggiungere Ubar risultano ben celati nelle antiche rovine e nei luoghi sacri disseminati nella penisola araba, rendendo la ricerca da parte dei protagonisti un’adrenalinica caccia al tesoro oltre che una lotta contro il tempo – visto il serio pericolo che un’esplosione simile a quella londinese si verifichi su più ampia scala se l’energia che si ritiene celata nelle profondità della terra non venisse recuperata in tempo.

Personalmente ho apprezzato davvero molto questo mix di archeologia ed ardite speculazioni, sempre un po’ in bilico fra reale e possibile. probabilmente a causa della mia laurea in fisica, ho apprezzato meno invece l’introduzione dell’antimateria per spiegare questa immane quantità d’energia e sebbene questo spunto a dir poco fantascientifico mi avesse già resa un po’ titubante, il colpo finale alla credibilità dell’intera vicenda si è avuto sul finale, quando si sono rivelati i poteri delle Rahim e quando si è finalmente scoperto lo splendore di Ubar, città che la ragione stenta a concepire. Solo la più totale sospensione dell’incredulità può infatti permettere l’esistenza di un vasto centro abitato sotterraneo, tutto di vetro e sabbia, modellato 2500 anni fa facendo ricorso ad un’energia che persino le apparecchiature più moderne riescono a stento a misurare, figuriamoci a contenere … né la vaga spiegazione sulla mutazione genetica mi pare aiuti, soprattutto se si pensa che Rollins cade in qualche contraddizione davvero fastidiosa, come quando fa usare alle Rahim i walkie-talkie per comunicare pochi capitoli dopo aver detto che queste donne hanno praticamente il dono della telepatia …

Varie edizioni italiane del romanzo
Varie edizioni italiane del romanzo (le prime tre a sinistra praticamente identiche a meno della posizione del titolo)

Altri colpi alla credibilità sempre più vacillante della storia li danno le troppe coincidenze (spesso inutili o quasi) cui l’autore fa ricorso. Ma davvero dei nomadi del deserto accettano di unirsi ad un assalto probabilmente mortale solo perché la bisnonna di un membro della spedizione aveva lavorato in Lawrence d’Arabia proprio come il nonno del capo dei beduini? E la prova della vipera che prova sarebbe se non rimane nessuno a verificarne l’esito? Non parliamo poi del finale, quando due tempeste di dimensioni incredibili si scontrano proprio sopra Ubar, un fenomeno che da due millenni non si era ripetuto e che rischia di distruggere l’intero pianeta, ma poi grazie alla brillante trovata dei protagonisti si risolve in poco più del crollo della misteriosa città perduta.

Non hanno risollevato le cose nemmeno i personaggi, che da un lato mi sono sembrati troppo numerosi e dall’altro troppo poco approfonditi per potersi davvero affezionare loro. A parte Safia e Painter, gli altri sono poco più che etichette per il ruolo che compete loro e soprattutto sul versante dei cattivi si rasenta il ridicolo: possibile che nel XXI secolo un’organizzazione segreta si faccia chiamare Gilda e usi nomi in codice come Eminenza grigia e Ministro? E la malvagia antagonista, a metà fra il sadico e il folle, che per rifarsi di abusi subiti nell’infanzia non trova di meglio che dare la scalata ad una società fanatica e intransigente quando avrebbe potuto fare una vita ricca di sfide ma decisamente meno psicopatica … né ha aiutato ad offrire una più accurata caratterizzazione dei protagonisti il troppo frequente cambio di prospettiva, per cui una scena spesso veniva interrotta sul più bello in modo da presentare le azioni di un altro gruppo di personaggi, tornando poi al discorso precedente più volte.

Insomma, “La città sepolta” racconta con buona suspense di un’appassionante sfida al tempo ed agli enigmi del passato, ma se Rollins avesse moderato un po’ il sensazionalismo a favore dell’esplorazione dei sentimenti personali e avesse limato le parti in cui si lancia in dissertazioni decisamente troppo tecniche su armi, antimateria e marchingegni vari, sono certa che il romanzo ne avrebbe tratto un notevole giovamento.

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