Il mio rapporto con il fantasy: pregi e difetti del genere

Questo post è decisamente atipico nel panorama del mio blog e nasce soprattutto dalla mia inguaribile prolissità. Scrivendo infatti la recensione del romanzo che ho appena terminato (“Il pozzo dell’oscurità” di Margaret Weis e Tracy Hickman) mi sono resa conto che il paragrafo introduttivo dedicato al fantasy stava occupando quasi tutto lo spazio che sarebbe dovuto spettare alla recensione vera e propria … così ho deciso di eliminare le mie considerazioni dal post dedicato al libro e raccoglierle in un articolo a parte, interamente dedicato al genere fantasy.

Tipico paesaggio d’ispirazione fantasy: cavalieri, draghi, città fantastiche, valli verdeggianti e picchi scoscesi

Genere che, almeno in Italia, è stato sdoganato in parte solo negli anni più recenti, soprattutto dopo che la serie “Il trono di spade” ha raggiunto in un paio di settimane un successo planetario assolutamente inatteso. Draghi, folletti e maghi sono considerati ancora però, almeno dalla maggior parte delle persone, qualcosa che va bene per bambini e ragazzi, massimo adolescenti: così come il gioco di ruolo, anche il fantasy è un argomento di nicchia.

L’italiano medio non conosce a fondo il fantasy o spesso ne ha dei pregiudizi: Tolkien rappresenta un classico del genere, ma al contempo viene ritenuto da molti una lettura impegnata; più numerosi quelli che si sono accostati a Brooks o Eddings, che però spesso sono considerati opere per nerd e poco più. La situazione migliora con la Rowling, ma personalmente pur apprezzando Harry Potter non mi pare che la sua ambientazione nel mondo “reale”, con giusto la comparsa quasi marginale di draghi, troll, giganti ed elfi (domestici), possa considerarsi propriamente fantasy. Di certo è famoso il già citato “Il trono di spade“, che ha dato un fortissimo impulso alla diffusione del genere, ma che è a sua volta un fantasy un po’ atipico visto lo spazio limitatissimo concesso alla magia e a razze non umane.

Uno dei romanzi fantasy per antonomasia: “Il signore degli anelli”

Al di là di quelli che possono essere dei pregiudizi puri e semplici (legati essenzialmente al considerare draghi e magia come argomenti da ragazzini, per cui di solito chi non legge fantasy sceglie di farlo senza essersi nemmeno mai avvicinato al genere), è indiscutibile che proprio come accade per i romanzi storici o d’amore o d’avventura, anche quelli fantasy abbiano delle caratteristiche che li contraddistinguono. E che per quanto mi riguarda mi fanno apprezzare una storia fantastica più facilmente se vista in televisione piuttosto che letta in un libro (cosa che accade davvero raramente).

Su Wikipedia si legge che “Il fantasy è un genere letterario sviluppatosi tra il XIX ed il XX secolo, i cui elementi dominanti sono il mito, il soprannaturale, l’immaginazione, l’allegoria, la metafora, il simbolo e il surreale … Quale genere, il fantasy viene di volta in volta associato o contrapposto agli altri sottogeneri della letteratura fantastica, ossia fantascienza e horror.” Vero, ma personalmente trovo che questa definizione per quanto calzante non metta in luce quelle che io ritengo le peculiarità del fantasy.

Prima fra tutte, ovviamente, l’ambientazione: che ricorda il medioevo o comunque un passato abbastanza remoto, ma nella quale confluiscono spesso elementi estranei e soprattutto fantastici. Che si tratti della magia, di razze non umane, di culti dai riti misteriosi, tipicamente leggendo con attenzione un romanzo fantasy è possibile rintracciarvi un substrato reale (che sia la società europea prima del rinascimento, oppure i barbari delle steppe selvagge, o il lontano Oriente con mercati di schiavi e un forte peso della contemplazione) abilmente trasformato. Il che è a mio parere uno dei più grandi pregi del genere (creare letteralmente nuovi mondi, nuove società, nuove tradizioni e consuetudini) ma anche uno dei difetti più immediati.

Perché per tratteggiare un’ambientazione credibile, nella quale i lettori siano capaci di orizzontarsi e che venga presentata loro come un affresco affascinante più che come un manuale storico-geografico, non basta che gli scrittori siano bravi, hanno anche bisogno di tempo. Una ripresa cinematografica può mostrare in pochi secondi un palazzo, una città, una vallata, un esercito; alla carta stampata occorreranno pagine e pagine per raggiungere i medesimi risultati. Ecco allora che i primi capitoli di un libro fantasy sono generalmente di pura introduzione, sia all’universo che fa da sfondo alla storia, sia ai suoi numerosi protagonisti.

Altre due tipiche ambientazioni fantasy: la foresta incantata (magari popolata di elfi e con qualche antica rovina) e la fortezza del signore oscuro

Ed infatti la seconda peculiarità del fantasy è la presenza di tanti (davvero tanti) personaggi! Forse perché nelle storie fantasy predominano spesso i larghi orizzonti (destino di un intero regno, colossali battaglie, viaggi in lande sterminate, lotta contro un potentissimo signore del male), anche il numero dei protagonisti e dei comprimari di un certo peso è di solito elevato. Con la conseguenza che i primi capitoli del romanzo sono, come già dicevo, una sequenza non sempre avvincente di luoghi e persone dove l’azione è davvero limitata. E mentre non mi dispiace leggere descrizioni anche abbastanza dettagliate di fiabesche città, fortezze inespugnabili, torridi deserti, al contrario incontrare in rapida sequenza decine di nomi impronunciabili mi lascia sempre un po’ spiazzata.

L’altra caratteristica che non mi aiuta ad amare il fantasy è la complessità della storia narrata, che quasi mai riesce ad esaurirsi in un solo volume. Per carità, spesso le saghe sono appassionanti e ben costruite, senza contare che capisco come un autore dopo aver dato vita a un mondo sia restio ad abbandonarlo, quello che mi disturba è l’idea – approcciandomi ad un libro – che le vicende di cui sto per leggere non si concludano in maniera compiuta perché quel libro ha un seguito. Un conto sono le serie come quelle imperniate su fratello Cadfael, oppure i libri di Cussler che hanno per protagonista Dirk Pitt: in questo caso ogni volume è autoconclusivo, nessuna questione rimane aperta e in sospeso. Ben diverso è “Il trono di spade“, che pure trovavo appassionante ma del quale ho interrotto la lettura proprio perché non finiva mai (e soprattutto io leggevo molto più in fretta di quanto Martin non scrivesse, cosicché mi ritrovavo a dover attendere mesi se non anni per veder proseguire la storia).

Copertine di alcuni volumi in lingua inglese del ciclo di Martin dedicato alle Cronache del ghiaccio e del fuoco

Quello che personalmente trovo sia l’ultimo grande difetto del fantasy (condiviso d’altra parte a proprio modo un po’ da ciascun genere narrativo) è la scarsa originalità, per cui quelli che sono diventati stereotipi si trovano una pagina sì ed una no, a dispetto di caratterizzazioni davvero incisive e innovative. Tolkien immaginò una terra di elfi leggiadri e longevi, di nani coriacei come le rocce fra cui scavano, di uomini assetati di potere e ricchezze, di hobbit un po’ ingenui e privi d’ambizione, di maghi potentissimi e guerrieri indomiti. Da allora sembra quasi divenuto un cliché imbattersi in un nemico oscuro (non solo malvagio, deve anche vestire di nero, o avere un’armatura fatta di ossa, o sbranare gli sconfitti), in un eroe “per caso” (privo delle abilità necessarie a vincere la sfida cui è chiamato, ma leale e di buon cuore), in un portentoso talismano che potrà aiutare i buoni – tipicamente partiti in svantaggio nella loro lotta contro il Male – a trionfare.

Dopo aver elencato tanti difetti, ci si potrebbe chiedere perché dunque io legga (anche solo occasionalmente) i fantasy: perché apprezzo enormemente il potere della fantasia, mi piace essere sorpresa dall’inventiva di un autore, dalla sua capacità di creare tanto intrecci e personaggi originali quanto ambientazioni alternative, tradizioni nuove, miti che ricordano un mito reale ma lo rielaborano. In un fantasy è difficile che un comportamento sia poco credibile perché quella realtà non è quella a cui siamo abituati, ha le sue regole (magari strane), un passato, magari persino delle leggi fisiche che non ci si aspetta. E in questa enorme libertà d’azione uno scrittore di fantasy, purché bravo, io credo che possa far coesistere anche molti di quelli che sono gli altri generi narrativi: investigativo, romantico, thriller, avventura – perché un fantasy non deve necessariamente raccontare solo di orfani dal cuore puro che abbattono un potente stregone e salvano una principessa in pericolo.

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