“Il pozzo dell’oscurità” di Margaret Weis e Tracy Hickman – Recensione

[Titolo originale: Well of Darkness]

Il mio giudizio in breve:

Inizio davvero lento per una vicenda che dalla metà del libro in poi prende un ritmo piacevolmente sostenuto e sorprende per la presenza di un protagonista decisamente malvagio. Purtroppo il finale si trasforma in un’ecatombe ingiustificata e soprattutto il romanzo (primo volume di una trilogia) non ha una vera conclusione.

Chi sarà questo aitante giovanotto? Non certo il protagonista, che ha i capelli rossi …

Secondo nella linea di successione al trono del più potente regno umano, il principe Dagnarus sembra disprezzare il suo studioso e pacato fratellastro Helmos almeno fino al giorno in cui costui con una sbalorditiva cerimonia di Trasfigurazione non entra a far parte dei Signori del Dominio, una decina di cavalieri che gli stessi dei (riconosciuto il loro valore straordinario) ricompensano con una magica armatura dai poteri straordinari. Da questo momento il risentimento di Dagnarus per la sua posizione di secondogenito non fa che crescere insieme all’interesse per il Vuoto che ha intravvisto il giorno della Trasfigurazione, quello stesso Vuoto che un tempo aveva il suo posto fra le religioni e i maghi del tempio. Più cresce più Dagnarus ha due sole ossessioni: soppiantare il fratellastro sul trono e diventare come lui un Signore del Dominio – anche se presto a questi desideri si aggiunge la passione per una bellissima dama elfica.

A dispetto del considerevole numero di pagine che lo compongono, questo libro si può realmente riassumere con le poche righe che ho scritto nel paragrafo precedente. Infatti “Il pozzo dell’oscurità” soffre della più penalizzante fra le criticità caratteristiche del genere fantasy: un inizio davvero descrittivo e lento, privo di azione. Per circa metà del libro sembrerà al lettore di assistere ad un lungo antefatto che mostra non solo i protagonisti ma anche le quattro razze (umani, elfi, nani e orchi) che popolano l’universo in cui le vicende si svolgono e delle quali vengono forniti dettagli dei più svariati.

Sicuramente una certa abbondanza descrittiva è quasi necessaria per farsi un’idea non troppo fumosa del mondo nel quale la storia è ambientata, ma la mia impressione (sia nei primi capitoli, sia proseguendo con la lettura) è stata quella di un eccesso di informazioni, troppi dettagli che non sono rilevanti per la trama e che hanno l’effetto di rendere noioso quanto poteva essere interessante, rallentando il ritmo per la maggior parte del tempo.

Mi è piaciuto per esempio che tutte le razze (in particolare quelle non umane) fossero dipinte un po’ diversamente rispetto a quanto la tradizione più seguita del fantasy non delinei normalmente: gli orchi sono un popolo marinaro che sul mare vive, dal mare si fa guarire, nel mare invia i propri morti; i nani più che degli infaticabili scopritori di grotte e tesori sono dipinti come una razza nomade sempre a cavallo; gli elfi, con il loro ossequioso rispetto per gli antenati e un cerimoniale che nasconde le emozioni e gli aspetti più personali della vita (come il mangiare) mi hanno ricordato più i vulcaniani di Star Trek che non Legolas.

Eppure non ho potuto fare a meno di chiedermi se fosse davvero indispensabile (e non piuttosto nocivo) riportare i detti di una razza, quelli che considera presagi favorevoli oppure infausti, il modo in cui dispone le stanze di un’abitazione e i giardini che la circondano, l’arredamento di una stanza. Probabilmente in una riduzione cinematografica questi particolari sarebbero utilissimi perché permetterebbero di ambientare opportunamente la scena senza appesantirla, in un romanzo invece dilatano all’inverosimile l’azione e rendono difficile al lettore sentirsi davvero preso dalla storia.

Due copertine dell’edizione in lingua inglese del romanzo, direi più azzeccate di quella italiana …

Tant’è che la prima metà del libro di può di fatto riassumere in una semplice frase: Gareth, il figlio di un cortigiano della corte del re umano Tamaros, viene scelto come compagno per il secondogenito del sovrano, un bambino dal carattere forte e ribelle che forse per indole, forse perché viziato dalla madre ha sviluppato una forte rivalità verso il fratello maggiore che vorrebbe spodestare come futuro re. Certo ci sono personaggi minori, descrizioni del palazzo e delle abitudini di vita a corte piuttosto che fra elfi orchi e nani, si introduce addirittura un brutale omicidio a sangue freddo, ma tutto poteva essere condensato in forse metà delle pagine spese per narrarlo.

Se dunque il libro è penalizzato da un avvio troppo lento, l’altro fattore che mi rende difficile valutarlo più positivamente è legato alla scelta di fare del protagonista un autentico villain. Dagnarus non è un giovane viziato dal suo rango e dall’idolatria materna, ma fondamentalmente di buon cuore e di moralità integerrima come era per esempio Gerardo in Magalì; né vede il suo odio per Helmos approfondirsi a causa di torti subiti ad opera del fratellastro o dal desiderio di essere un re migliore per il proprio popolo. Dagnarus è malvagio in tutto e per tutto, costringe gli altri a piegarsi ai suoi voleri con l’unico scopo di uguagliare e quindi sovrastare un fratello che non lo mai trattato crudelmente ed al quale il trono spetta di diritto. D’altra parte il protagonista è egoista in tutti gli aspetti del proprio stile di vita: che si tratti di tiranneggiare il compagno di sempre (spregiativamente chiamato Macchia a causa del volto deturpato) oppure in campo amoroso, Dagnarus pensa solo a sé.

Io non sono una sostenitrice dell’eroe angelico, anzi sono la prima a ritenere che un protagonista con dei chiaroscuri sia tipicamente più intrigante di uno troppo buono, ma qui si va all’estremo opposto. Inutile chiedersi, pensare o sperare che Dagnarus possa ravvedersi, lui non si cura di devastare una prospera città pur di ottenere ciò che brama così come non si cura delle piaghe che la magia del Vuoto impone a Gareth, relegandolo ad una vita di solitudine e menzogna.

Il pozzo dell’oscurità” infine non termina con una vera conclusione, aspetto immaginabile trattandosi del primo libro di una trilogia, ma che lascia comunque un po’ di amaro in bocca visto che la storia si arresta sul più bello, proprio quando finalmente sembrava che stesse ingranando. Probabilmente se il romanzo fosse stato meno prolisso e avesse lasciato intravvedere uno spiraglio di luce nel comportamento dei suoi personaggi principali, avrei provato la curiosità di scoprire il seguito delle vicende narrate. Considerato invece quanta fatica ho fatto per proseguire la lettura nella parte iniziale e come l’ecatombe finale abbia spazzato via praticamente tutte le figure a cui mi ero bene o male affezionata, il mio interesse per le peripezie di Dagnarus si è talmente assottigliato che non ho davvero alcuna intenzione (almeno sul breve periodo) di dedicarmi al secondo volume della saga dedicata alla Pietra Sovrana.

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