“La lampada di bronzo” di Carter Dickson – Recensione

[Titolo originale: The Curse of the Bronze Lamp nelle edizioni statunitensi, The Lord of the Sorcerers nelle edizioni britanniche]

Il mio giudizio in breve:

Un avvincente giallo che ha del soprannaturale e si tinge di rosa; il romanzo si caratterizza soprattutto per le sue atmosfere a metà fra il gotico e l’esotico e riesce a catturare l’attenzione dei lettori grazie a personaggi interessanti ed un delitto che potrebbe (ma forse no) essere soltanto la conseguenza di un’antica maledizione egizia.

lampadabronzo

Lo scrittore statunitense John Dickson Carr è considerato uno dei grandi autori dell’epoca d’oro del giallo classico nonché uno fra i maggiori esponenti del cosiddetto enigma della camera chiusa. Il romanzo del quale intendo parlare oggi, pubblicato sotto il nome di Carter Dickson, si può effettivamente considerare come parte di questa categoria visto che si incentra sulla quasi soprannaturale sparizione – appena posto piede nella sua sontuosa dimora di campagna – della giovane lady Helen Loring. Figlia di un famoso archeologo che ha accompagnato nei suoi più recenti scavi in Egitto, lady Helen torna in patria con una preziosa lampada di bronzo ritrovata nella tomba dell’alto sacerdote egizio Herihor proprio quando il primo ad essere entrato nel sepolcro, il professor Gilray sta morendo per il morso di uno scorpione. La stampa scandalistica si era già buttata a pesce sulla tragica fine del professore per tirare in ballo profanazioni e maledizioni, sicché non sorprende affatto che si getti ancor più avidamente sulla misteriosa sparizione di lady Helen avvenuta nel momento preciso in cui la giovane donna entra nell’atrio dell’opulenta dimora.

Questo libro costituisce la sedicesima indagine condotta da sir Henry Merrivale, grasso ed indolente capo del controspionaggio militare (oltre che medico ed avvocato), personaggio al quale lo scrittore dedicò ben ventidue opere, ed anche se per me era la prima lettura di questo variegato ciclo non mi pare davvero che la mancata conoscenza di qualche dettaglio svelato in altri volumi abbia penalizzato il confronto con “La lampada di bronzo“. Il romanzo infatti è decisamente indipendente ed autoconclusivo e rappresenta a mio parere un riuscitissimo incrocio tra un mistero dal ritmo serrato, una commedia gotica con qualche dettaglio esotico ed una interessante rivisitazione in chiave investigativo-umoristica delle superstizioni legati ai malefici dei faraoni.

L’aspetto che più mi ha colpita durante la lettura è stato constatare come la componente mistery, per quanto centrale, sia stata portata avanti sempre con molta leggerezza ed un certo divertimento. Dopo una scena iniziale abbastanza fuori dal comune, nella quale il Vecchio ha un alterco con un tassista egiziano, Merrivale divide spesso la scena con il giovane Kit Farrell, e questa dualità fornisce un piacevole alternarsi nel punto di vista con cui i personaggi si approcciano alla vicenda.

Il mistero apparentemente insolubile della sparizione di lady Helen inoltre viene presto coronato da altri fatti inspiegabili (come le fosche predizioni di Alim Bey o l’improvvisa mancanza del ritratto di un’antenata di Helen) che da un lato aumentano i dubbi su cosa sia realmente avvenuto alla villa, dall’altro rendono plausibile l’ipotesi di un intrigo di più ampia portata legato agli scavi condotti dal padre della donna. L’archeologia, soprattutto se legata alla scoperta di antiche tombe egizie, è un tema che conserva ancora una notevole dose di fascino e John Dickson Carr ha sicuramente il merito di essere riuscito a svolgere il tema in maniera originale.

Nel presentare infatti non solo la sparizione quasi miracolosa (o maledetta) di Helen, ma anche le indagini in merito, l’autore è stato capace di sottolineare l’indizio rivelatore annegandolo al tempo stesso fra altre considerazioni di tutt’altro genere, voltandolo e rivoltandolo a tal punto che mentre sul momento tutto appare incomprensibile la soluzione parrà altrettanto chiara e semplice. Il movente può forse apparire leggermente esagerato, nel senso che probabilmente sarebbe difficile vedere nella vita reale un simile susseguirsi di eventi, ma il fatto che alla fine del romanzo la spiegazione appaia più psicologica che fisica mi sembra un autentico colpo da maestro nel dipanare l’intero mistero.

Non avendo ancora letto nessun altro dei gialli incentrati sulla figura di sir Henry Merrivale, non posso paragonare questo libro ad altre indagini condotte dal medesimo personaggio. Posso tuttavia affermare con sincerità che questa storia leggera ed imprevedibile, condita di umorismo britannico vecchio stampo e di qualche esotico dettaglio, costituisce sicuramente una lettura avvincente per coloro che non amano le trame troppo violente o splatter e preferiscono un’indagine cerebrale alla Poirot rispetto agli inseguimenti o alle sparatorie.

 

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