“Congo” di Michael Crichton – Recensione

[Titolo originale: Congo]

Il mio giudizio in breve:

Storia che avrebbe potuto essere davvero avvincente se Crichton ne avesse sviluppato maggiormente la parte nella perduta città di Zinj e soprattutto se avesse sfrondato il libro di quasi tutti i passaggi esplicativi su tecnologia, antropologia, studio dei primati, esplorazioni dell’Africa che ha disseminato praticamente ad ogni pagina. Così com’è stato scritto invece il romanzo ha un ritmo davvero lento, che affossa la componente avventurosa e mette il desiderio di saltare interi paragrafi pur di proseguire con l’azione.

congo

Nonostante Crichton sia scomparso da circa quindici anni, quando mi capita di imbattermi in una delle sue opere la leggo sempre con interesse perché ho davvero apprezzato uno dei suoi lavori più celebri – “Jurassik Park” – e più in generale mi piace il mix che lo scrittore sapeva creare fra realtà e fantascienza, avventura e thriller, morte e sopravvivenza. Così quando mi sono imbattuta in una vecchia copia di “Congo“, romanzo che vide la luce nell’ormai lontano 1980 e dal quale alcuni anni dopo fu anche tratto un film, questa lettura ha scalzato altri titoli che da tempo aspettavano di essere letti.

La storia narrata nel libro è ambientata nel giugno 1979, ovvero pochi mesi addietro rispetto alla prima pubblicazione dell’opera, ed è incentrata sulla ricerca da parte della società americana ERTS (ma anche di un consorzio euro-giapponese rivale) di alcuni giacimenti diamantiferi alluvionali nella foresta tuttora inesplorata intorno alla catena dei vulcani Virunga, nel Congo sud-occidentale, al limite della Great Rift Valley.

Dopo che una prima spedizione viene attaccata, probabilmente da animali feroci, e massacrata nel giro di pochi minuti, la ERTS invia sul luogo una nuova spedizione, guidata da un abile e risoluto mercenario, il capitano Munro, ma ufficialmente agli ordini di Karen Ross, un’esperta di computer e prospezioni geologiche membro dell’ERTS. Del gruppo fanno parte anche lo studioso di primati Peter Elliot ed il suo gorilla Amy, allevata in cattività fin da quando aveva pochi mesi in modo da insegnarle a comunicare con gli umani usando la lingua dei segni. Dopo non poche difficoltà superate per raggiungere Zinj prima del consorzio euro-giapponese, i protagonisti si troveranno a dover fronteggiare una minaccia della cui portata non avevano avuto affatto piena consapevolezza e che, unita a sconvolgimenti politici e geologici, rischierà di portare alla morte tutti i membri della spedizione.

Riassunta in questo modo la trama pare davvero emozionante, incalzante e ricca di pathos. In effetti la storia è sicuramente il punto di forza del romanzo, un mix che riesce a non perdere (troppo) in credibilità pur prendendo praticamente tutti gli spunti più usati della narrativa d’azione: puntatori ed armi laser, scimmie capaci di comunicare e gorilla allevati per uccidere, cannibali e rivoluzioni africane, sinistri uomini d’affari pronti a tutto in nome del profitto, super-computer capaci non solo di meraviglie tecnologiche per difesa e comunicazioni ma persino di predire il futuro, attacchi di ippopotami, eruzioni vulcaniche, un’antica città perduta da secoli. Solo sul finale il realismo va letteralmente in frantumi, comprimendo in poche ore catastrofi che nemmeno in tutta la vita ci si aspetta (mentre avrei preferito fosse dato più spazio alla scoperta di Zinj e della sua perduta civiltà) ma per quanto mi riguarda ero già abbastanza delusa dal romanzo e quindi non vi ho dato eccessivo peso.

Locandina del film tratto nel 1995 dal romanzo di Crichton
Locandina del film tratto nel 1995 dal romanzo di Crichton

Come accennavo, in “Congo” c’è davvero un po’ di tutto, eppure Crichton ha saputo mescolare questi ingredienti con abilità, al punto che il lettore al massimo può pensare ad una serie di sfortunate circostanze più che ad una inverosimile sequenza di scene d’azione una più irrealistica dell’altra. Anche perché tendenzialmente la componente avventurosa è gestita da un esperto (il capitano Munro) e non – come purtroppo capita spesso nei romanzi d’avventura – da qualche eroe capitato chiamato a ricoprire un ruolo per il quale nulla delle sue precedenti esperienze di vita o conoscenze lo hanno preparato.

Munro invece è perfetto per fare il condottiero nella giungla impenetrabile (deciso ma non spietato, conosce la realtà locale di prima mano, cerca un tornaconto economico ma che capisce di non potersi godere nulla se morirà) e risulta a mio parere più convincente sia di Peter che di Karen. Lei in particolare è la tipica scienziata brillante che di fronte al raggiungimento dei propri obiettivi non ragiona più, dimostrandosi pronta a qualsiasi follia. Peter è un po’ meno forzato e reso più simpatico dal suo attaccamento e dalla relazione con Amy – gorilla decisamente umana nei suoi comportamenti, simpatica per i suoi capricci come per il coraggio e l’intraprendenza con cui affronta il pericolo celato nella giungla.

Se dunque, almeno nel complesso, storia e protagonisti sono promossi, che cosa affossa il mio giudizio del romanzo? Innanzitutto il pessimismo che l’autore associa al progresso ed alla tecnologia, che a causa della sete di denaro e potere finiscono per originare disastri di proporzioni epiche ai quali fa eco una specie di contro-ribellione della natura contro la minaccia rappresentata dall’uomo. Mentre però in altri romanzi il fattore scatenante che sfugge ad ogni controllo è una tecnologia eclatante, effettivamente pericolosa visto il modo in cui permette all’uomo di manipolare le leggi stesse della fisica (per esempio ri-sequenziare il DNA per riportare alla vita creature estinte, oppure viaggiare nel tempo), in “Congo” questo pessimismo è fine a se stesso.

Due edizioni in lingua inglese, entrambe a mio parere con copertine più accattivanti rispetto a quella italiana
Due edizioni in lingua inglese, entrambe a mio parere con copertine più accattivanti rispetto a quella italiana

Qui non ci sono scoperte sbalorditive, solo l’uso che si vorrebbe fare dei diamanti blu è futuristico, le altre tecnologie presenti (per quanto all’avanguardia e difficilmente compatibili con le reali capacità di calcolo, comunicazioni, armamenti del 1979) non sono tali da sconvolgere l’umanità. Eppure in “Congo” uomini e donne diventano quasi folli, incuranti di pericoli e morte, pur di impossessarsi dei diamanti celati nelle profondità di Zinj – e questo avrà come ovvio conseguenze tragiche.

Ma l’aspetto che soprattutto mi ha reso spesso poco coinvolgente e quasi forzata la lettura sono le troppo frequenti digressioni che l’autore si concede su ogni tema storico-scientifico toccato dalla narrazione. Qualche spiegazione per inquadrare una tecnologia insolita (e magari parzialmente inventata) oppure per chiarire come sia possibile che la foresta fluviale africana sia ancora in massima parte inesplorata hanno il loro perché, ma a tutto c’è un limite. In quasi ogni pagina (eccetto quelle di pura azione) Crichton cede alla tentazione di indottrinare il lettore e dispiega paragrafi interi fin troppo documentaristici, che interrompono la narrazione per approfondimenti da bibliografia.

In definitiva io credo che “Congo” sia un libro davvero ricco di potenziale, che se fosse stato sfrondato di quasi tutte le parentesi esplicativo-didattiche (e quindi di un buon 30% delle pagine totali) avrebbe potuto risultare un avvincente romanzo d’avventura ricco di tensione. Invece la narrazione procede lenta e frammentata, troppo tecnica per avvincere, troppo inverosimile nella conclusione: non una totale delusione, ma di certo un libro che non consiglierei.

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