“Questione di pratica” di Julie James – Recensione

[Titolo originale: Practice makes perfect]

Il mio giudizio in breve:

Altro interessante esempio di legal romance che risulta scoppiettante soprattutto nella prima metà, poi si appiattisce un po’ fino ad una conclusione relativamente prevedibile per chi come me avesse già letto “Deliziosa sfida”. Rimane comunque un titolo piacevole, che sarebbe stato decisamente bello se avesse mantenuto sempre il ritmo iniziale.

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Come già avevo scritto nella recensione a “Deliziosa sfida“, sempre della James (questo il post), avevo intenzione già da parecchio di leggere questo romanzo del quale avevo sentito parlare in relazione al nostrano “Ti prego lasciati odiare” di Anna Premoli (qui la mia recensione). Effettivamente il libro della Premoli ricalca moltissimo, sia come impianto generale che come situazioni, quello della James, che tuttavia risulta meno esagerato, meno improbabile, nel complesso decisamente più godibile.

In questo caso i protagonisti sono J.D. e Payton (nomi che non posso dire mi abbiano entusiasmata ma pazienza), due brillanti avvocati di un prestigioso studio legale di Chicago, lui esperto in class action e lei in cause legate alla discriminazione sessuale. Fra i due decisamente non corre buon sangue ma poiché lo studio è grande e i loro ambiti di lavoro diversi, riescono ad evitarsi con una certa facilità, mantenendo al contempo un rapporto apparentemente (e falsamente) cordiale. Questo almeno finché un cliente importante, di quelli che valgono decine di milioni di dollari, non ha bisogno dei servizi di entrambi, costringendoli ad una pericolosa vicinanza che si fa letteralmente infuocata quando J.D. e Payton scoprono che presto uno – e uno solo di loro – diventerà socio dello studio …

Partiamo da quello che mi è piaciuto in “Questione di pratica“: la chimica fra i protagonisti è indubbiamente buona, quando sono in rotta reciproca i due fanno davvero scintille e si resta, se non proprio col fiato sospeso, almeno molto curiosi di scoprire quale sarà il prossimo tiro mancino che riserveranno all’avversario. Certo alcune delle trovate dell’autrice sono un po’ estreme (penso in particolare alla scena in tribunale durante il processo seguito da Payton) ma ho apprezzato molto il tono più credibile che il rapporto fra i protagonisti mantiene rispetto a “Ti prego lasciati odiare” della Premoli: se infatti mi era difficile accettare che due affermati professionisti trovandosi insieme in una sala riunioni urlassero tanto da far scappare gli altri colleghi, al contrario ho apprezzato che la James abbia fatto recitare ai suoi protagonisti la commedia per mantenere in ufficio un minimo di decoro. Il che ha reso i loro battibecchi a porte chiuse o i sabotaggi verso l’altro ancora più interessanti.

Più riuscito rispetto al libro della Premoli è anche l’evolversi del loro rapporto, in quanto la James si dà la pena di spiegare il motivo per cui i due hanno iniziato a non sopportarsi a vicenda ed anche in fase finale cerca di dedicare spazio all’analisi – o almeno all’enunciazione – dei loro sentimenti. Purtroppo spesso lo fa ricorrendo all’espediente di confidenze fatte dai protagonisti ai loro più cari colleghi ed amici, ma anche se alcune scene sono un po’ sopra le righe il tutto scorre abbastanza da lasciarsi leggere senza fastidio.

La copertina della più recente edizione del romanzo: lui ha un'espressione deludente (occhi chiusi e sorriso a 32 denti), lei un vestito sexy assai poco da avvocatessa e femminista in carriera ...
La copertina della più recente edizione del romanzo: lui ha un’espressione deludente (occhi chiusi e sorriso a 32 denti), lei un vestito sexy assai poco da avvocatessa e femminista in carriera …

Quello che invece non mi è piaciuto molto è stato che la James abbia ripresentato, come già in “Deliziosa sfida“, una rilettura della tradizionale contrapposizione fra un lui ricco, di famiglia altolocata, in apparenza arrogante e orgoglioso, ed una lei di origini hippy, la cui famiglia non apprezza granché la sua carriera, più disinvolta negli atteggiamenti, decisamente preda dei pregiudizi nei confronti di chi è nato ricco. Questo binomio è tutt’altro che originale e se da un lato l’autrice ha cercato di movimentarlo con dialoghi vivaci e dargli un tocco di modernità calandolo nella realtà legale, dall’altro è caduta in quello che secondo me è un grosso errore – il paragone esplicito con “Orgoglio e pregiudizio“. Già la similitudine con l’orgoglio di Darcy e i pregiudizi di Elizabeth era implicita nelle personalità di J.D. e Payton, c’era davvero bisogno di evidenziarlo così nettamente tirando in ballo non solo il libro della Austen ma anche un breve dialogo sulla secondogenita Bennett ed il suo essere caparbia, in anticipo sui tempi e decisa? Personalmente avrei proprio eliminato gli accenni a “Orgoglio e pregiudizio“, lasciando che i protagonisti se la cavassero da soli senza tirare in ballo i loro più celebri alter ego.

L’aspetto che più penalizza il romanzo è costituito comunque dal suo ritmo, che intorno alla metà del volume rallenta in maniera abbastanza drastica e pur senza farsi soporifero perde parecchio mordente. L’inizio è frizzante perché non solo introduce una coppia che si sorride di fronte ai colleghi e poi si punzecchia in privato, ma la costringe con un buon espediente di trama a frequentarsi molto oltre il normale, tessendo per di più uno le lodi dell’altro. Anche l’introduzione dell’elemento “una sola promozione a socio dello studio” è ben studiata, perché proprio nel momento in cui, conoscendosi un po’ meglio, i due iniziano a non trovarsi più così antipatici ecco subentrare un elemento di disturbo nel loro rapporto, che lo vivacizza di nuovo. Il rallentamento arriva dopo l’escalation di tiri mancini fra Payton e J.D., perché obiettivamente sarebbe stata dura mantenere su binari credibili ulteriori scaramucce così pesanti, d’altra parte la relativa tregua fra loro rende effettivamente meno interessante la lettura, che procede sempre scorrevole ma con poco entusiasmo fino alla trasferta in Florida. A questo punto la narrazione torna a farsi movimentata, ma qualcosa della “magia” iniziale si è persa e non lo si recupera nemmeno nel finale, che risulta non eccessivamente scontato ma un filino troppo inverosimile.

In definitiva credo che “Questione di pratica” sia un piacevolissimo romanzo leggero, decisamente più interessante rispetto a “Ti prego lasciati odiare” di Anna Premoli e nel complesso anche più avvincente per me del libro d’esordio della James, “Deliziosa sfida“. Eppure anche questo come la precedente opera dell’autrice mi ha un po’ delusa, soprattutto per la caduta di ritmo della seconda metà del romanzo, che sarebbe stato davvero degno di essere classificato fra i belli se avesse mantenuto sempre il frizzante e divertente tono iniziale.

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