“Il buio oltre la siepe” di Harper Lee – Recensione

[Titolo originale: To Kill a Mockingbird]

Il mio giudizio in breve:

Molto più che un freddo ed asettico manifesto contro il razzismo, questo commovente romanzo si basa sull’avvincente descrizione della vita nel discriminatorio Alabama degli anni ’30, la cui realtà è vista attraverso gli occhi di una bambina contemporaneamente matura e scavezzacollo.

Copertina della quarantesima edizione Feltrinelli: immagine squisita, retro di copertina deludente
Copertina della quarantesima edizione Feltrinelli: immagine squisita, retro di copertina deludente

Prima di iniziare la recensione vera e propria voglio fare una considerazione un po’ marginale ma che mi sgorga spontanea: chi cura il retro di copertina al momento di pubblicare un romanzo?

La mia domanda sorge a seguito dell’acquisto che ho fatto lo scorso week-end in libreria, e che (come prevedibile dal titolo del post) ha riguardato “Il buio oltre la siepe“. Mi aveva incaricata dell’acquisto una vicina di casa, alla quale il libro serviva come lettura di approfondimento estivo per una delle figlie, e siccome io avevo già in progetto di andare in libreria sono stata felice di farle questo piccolo piacere. Giunta in negozio e preso in mano il volume, sulle prime non ho potuto fare a meno di apprezzarne la copertina, non solo perfettamente a tono con il titolo originale inglese (“To Kill a Mockingbird“, cioè “Uccidere un usignolo“) ma davvero elegante. Poi ho girato il volume e sono rimasta di sasso: nella presentazione scritta sul retro di copertina viene svelata completamente la trama del libro.

Io capisco che “Il buio oltre la siepe” sia ormai un classico, come testimoniano banalmente anche solo i riconoscimenti ricevuti per esso dall’autrice (il romanzo le fece vincere il Premio Pulitzer nel 1960 mentre nel 2007 motivò la consegna alla scrittrice della più alta onorificenza civile statunitense, la Medaglia presidenziale della libertà), ma era proprio il caso di rivelare per intero uno dei filoni principali della storia? E’ vero, il processo a Tom Robinson non è l’unico argomento trattato, ed è altrettanto vero che il libro è famoso soprattutto per i messaggi di cui si fa portavoce, ma che bisogno c’era di dettagliarne tanto il contenuto?

Detto questo, abbandono la polemica e passo alla recensione vera e propria.

La storia probabilmente è nota a tutti (e i pochi che non la conoscessero possono affidarsi lieti alla quarta di copertina dell’edizione Feltrinelli 2013), per sintetizzare al massimo si può dire che la protagonista del romanzo nonché voce narrante delle vicende descritte è una bambina vivace ed intraprendente soprannominata Scout, della quale si seguono le peripezie nell’arco di tre estati. La piccola inizialmente descrive quella che poteva essere la vita “normale” di una ragazzina di buona famiglia nel profondo Sud degli States subito prima della Seconda Guerra Mondiale: occupata in giochi innocenti con il fratello maggiore e l’amico Dill, rassicurante e priva di sconvolgimenti più grandi del mistero che aleggia su un solitario vicino di casa che non si vede mai mettere il naso fuori dalla porta.

Tutto cambia quando al padre di Scout, avvocato, viene affidata la difesa d’ufficio di un nero accusato di stupro nei confronti di una donna bianca. Per la prima volta le discriminazioni razziali toccano da vicino la famiglia Finch e l’autrice le affronta come fa con tutti gli argomenti trattati (centralmente o marginalmente) nel libro, ovvero attraverso il punto di vista di una bambina sincera ed ancora ingenua (prima che l’essere testimone dell’ingiustizia umana spazzi via per sempre la spensieratezza dell’infanzia), priva di pregiudizi e inconsapevolmente sensibile nel parlare di un tema che a dispetto dei decenni trascorsi è ancora attuale – ed era decisamente scottante nel 1960 quando l’opera venne scritta, mentre negli Stati Uniti ancora vigeva la segregazione razziale.

Alcune edizioni, italiane e americane, del romanzo
Alcune edizioni, italiane e americane, del romanzo

La trama è, tutto sommato, semplice e l’affresco che emerge della società americana dell’epoca è una parte integrante di essa perché permette di comprendere meglio non solo i fatti narrati ma anche la mentalità che ha portato al loro verificarsi. I personaggi appaiono credibili, psicologicamente prima di tutto, e la loro caratterizzazione – siano essi protagonisti o comprimari – è sempre molto approfondita, al punto che le figure rimangono impresse e il lettore si trova a provare per loro una forte empatia. Atticus, il padre di Scout, si potrebbe quasi dire che sia un comprimario visto che raramente esce dallo sfondo della narrazione, eppure la sua personalità integerrima, il suo essere genitore con autorevolezza ma senza autoritarismi, le sue convinzioni radicate, la sua onestà balzano prepotentemente fuori dalle pagine del libro. “Tutto quello che faccio in vita mia, lo faccio per poter guardare negli occhi i miei figli” afferma ad un certo punto l’uomo, ed è una dichiarazione forte ma pienamente in carattere con il suo personaggio.

Quello che comunque io giudico il pregio maggiore di questo piccolo capolavoro è il modo in cui riesce a commuovere, ad arrivare al cuore, rappresentando uomini di ottanta anni fa con una tale schiettezza che non si può fare a meno di ritrovarli negli uomini di oggi. La vicenda di Tom Robinson è triste ma non è questo a rendere toccante il romanzo, quanto piuttosto il fatto che senza mai scadere nello scontato o nella retorica l’autrice abbia saputo dar voce ad un disagio che va oltre le considerazioni razziali.

Il buio oltre la siepe” parla infatti più in generale della diversità e della paura che essa genera, istintivamente, negli esseri umani; della tendenza ad assorbire i preconcetti derivanti dalla realtà in cui si vive senza quasi accorgersene (come la maestra di Scout, che critica la politica del lontano Hitler senza pensare che anche nella sua città l’uguaglianza viene similmente violata); dell’ipocrisia di chi non vuole vedere la verità – se scomoda – nemmeno quando questa è autoevidente.

Questo romanzo è dunque, a mio parere, un capolavoro perché con semplicità e senza artifici letterari, con un linguaggio elegante e scorrevole, ricreando un’atmosfera viva ed avvolgente, parla sì di razzismo ed ingiustizia, ma anche di speranza. La speranza che le generazioni future (i bambini come Scout) saranno capaci di comportarsi meglio dei loro genitori e che una maggior presa di coscienza dei problemi della società, senza compromessi come è tipico di Atticus, potrebbe – o dovrebbe – essere il primo passo per cercare di risolverli.

 

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