“La sposa di Salt Hendon” di Lucinda Brant – Recensione

[Titolo originale: Salt Bride: A Georgian Historical Romance]

Il mio giudizio in breve:

Mediocre a dir poco, l’ho finito soltanto perché ero decisa a scrivere una recensione sul blog e non mi sembrava onesto giudicare un libro senza averlo concluso. Di storico questo romanzo ha praticamente solo l’ambientazione e le descrizioni dei vestiti: nessun conte si comporterebbe così, nessuna ragazza della buona società nemmeno, non c’è credibilità in nessuna delle situazioni proposte dall’autrice. La trama risulta prevedibile e scontata; il testo inoltre è infarcito di errori grammaticali ed ortografici.

sposaSaltHendon

A volte mi chiedo perché persisto nel leggere i cosiddetti romanzi storici, visto che ultimamente si rivelano quasi tutti mediocri e deludenti (questo per esempio l’ho letto oltre due mesi fa ma l’ho apprezzato così poco che nemmeno avevo l’ispirazione per recensirlo). Deve essere la mia natura romantica, che anela a una storia di intrighi e misfatti in cui gli splendidi protagonisti devono superare ostacoli e difficoltà prima che l’eroe possa prendere tra le sue forti braccia la bella eroina e condurla ad una vita di gioia e felicità. Probabilmente nelle mie scelte riveste un certo ruolo anche il fatto che ci sono autrici come Georgette Heyer o Clare Darcy che hanno regalato ai lettori opere davvero ben scritte, dove situazioni credibili e dialoghi scoppiettanti si mescolano per dar luogo a una trama coinvolgente ed appassionante.

Quale che sia la causa, almeno una volta al mese io cedo alla tentazione e mi lascio attrarre da un romanzo ambientato in epoca Regency o simili. Un paio di mesi fa la scelta è caduta su “La sposa di Salt Hendon” per la combinazione di due fattori positivi: le entusiastiche recensioni lette su Amazon ed il fatto che il romanzo era offerto gratuitamente. Forse si deve diffidare dei regali? Comincio a crederlo, visto che reputo questo ebook davvero scadente. Per fortuna non ho speso nemmeno un centesimo per acquistare questo pessimo libro, ma purtroppo gli ho comunque dedicato del tempo – e questo tempo nessuno potrà mai restituirmelo.

Perché sono così critica verso questo romanzo? Credo che la ragione sia legata alla sua mancanza di un qualsiasi elemento accattivante sia a livello di trama che di stile, caratterizzazione dei personaggi, sviluppo delle vicende. Insomma, non ci sono elementi che mi pare riescano a salvare l’incauto lettore dalla noia e poiché a quanto ho capito l’autrice ha già scritto almeno un seguito della vicenda, ci tengo a mettere in guardia i miei lettori dall’idea di dedicarsi alle opere della Brant.

La trama, per esempio, riesce ad essere al contempo banale e contorta. Banale perché si basa sugli elementi più classici ed abusati del genere romantico: tragico fraintendimento fra i protagonisti, matrimonio forzato a cui entrambi si piegano controvoglia, eroina ingenua e bellissima, eroe tenebroso che si rivela molto meno crudele della sua fama, un paio di personaggi malvagi che lavorano nell’ombra. Contorta perché i primi cinque capitoli almeno si snodano in maniera talmente confusa che non si capisce neppure quale sia il legame tra i cinque o sei personaggi principali: Tom è il fratello della protagonista? fratellastro? con chi è sposato Jacob? e di preciso cosa lega questo uomo dedito agli affari alla nobile famiglia di Jane?

Nè il romanzo migliora nei capitoli successivi: tutto lo svolgersi degli eventi ruota di fatto intorno ad un unico evento, il malinteso fra i protagonisti, che i macchinosi interventi della malvagia Diana tendono a mantenere. Personalmente non apprezzo i libri in cui un importante nodo della trama ruota intorno ad un equivoco che potrebbe essere cancellato con una semplice conversazione, soprattutto se il qui pro quo viene tirato troppo per le lunghe, e in “La sposa di Salt Hendon” accade proprio questo. L’eroe e l’eroina, dopo essere rimasti separati quattro anni, si ritrovano loro malgrado ad essere marito e moglie: persa (evidentemente) l’intesa del passato, paiono entrambi crogiolarsi nell’idea che l’altro abbia avuto dei torti nei loro riguardi senza mai cogliere le numerose opportunità di chiarirsi, anche solo per capire finalmente l’uno perché sia stato rifiutato, l’altra perché l’uomo a cui si era concessa non ha risposto alla nota che gli aveva inviato nel suo medaglione.

Questo divario fra i due sembra accentuarsi a causa della maldestra caratterizzazione dei protagonisti (così come, d’altra parte, dei personaggi secondari): Salt Hendon, un uomo potente e apparentemente intelligente, non capisce né la sua tutt’altro che disinteressata cugina (con la quale fra l’altro ha conversazioni su amanti e mantenute che dubito si possano considerare plausibili) né la sua docile mogliettina. Jane è delineata con ancor meno profondità e il suo carattere (o mancanza di carattere) resta per me un mistero: dolce, in fondo innocente, caritatevole ai limiti dell’assurdo, nonostante tutto ciò che le è accaduto continua a fidarsi delle persone (eccetto che dell’uomo che amava) in modo a dir poco irritante, come se ogni cosa le scivolasse addosso senza toccarla davvero.

Capisco che, per far progredire la storia, l’autrice abbia avuto bisogno di forzare un po’ le cose, perché se quattro anni prima Jane si fosse comportata con un minimo di buonsenso nulla di quanto viene descritto nel libro sarebbe accaduto, ma c’è un limite persino alla stupidità. Trovo incredibile che una fanciulla di buona famiglia, incappata nella situazione di Jane, preferisca essere cacciata di casa e perdere tutto ciò che aveva piuttosto che rivelare – almeno a suo padre – una verità che per quanto non entusiasmante avrebbe permesso di sistemare ogni problema praticamente senza alcuno scandalo né disagio.

A questi difetti, già sufficienti per catalogare il romanzo come tutt’altro che appassionante, si somma uno stile che definire approssimato sarebbe ancora un complimento. A parte una narrazione spesso confusa, fattore accentuato dalla presenza di numerosi personaggi (alcuni abbastanza inutili) con lo stesso cognome, si alternano passi in cui troppe pagine vengono spese per descrivere eventi scontati – i quali in questo modo perdono credibilità e rallentano eccessivamente il ritmo della storia – mentre i dialoghi (di solito poco credibili, non briosi e incoerenti con le personalità dei personaggi) o altri punti che renderebbero più interessante la vicenda, anche dal punto di vista storico, vengono ridotti all’osso.

Non bastano i dettagli sull’abbigliamento, che saranno anche corretti ma a lungo andare monotoni, vi si aggiungono le interminabili descrizioni di stanze e suppellettili (che in una ricca dimora comitale sono davvero troppo numerose per meritare tale attenzione), o ancora i “vezzi” dei personaggi (quante volte la Brant ha parlato del fremere delle nobili narici del conte?). Il libro ha alternato queste informazioni inutili e ridondanti con passaggi che lasciano a dir poco perplessi, come quelli in cui il tè per magia non si beve più nelle tazze usate poche righe prima ma in inaspettate ciotole.

Similmente sono presenti nel testo tanti, troppi errori di grammatica e di ortografia (dei quali probabilmente è responsabile chi ha curato la traduzione, davvero eccessivamente letterale in vari punti, in cui il ritmo e l’impostazione del discorso sono traballanti e farraginosi perché si intuisce che in italiano la frase dovrebbe venir resa in modo differente).

Insomma “La sposa di Salt Hendon” non è altro che la solita ritrita storia d’amore tormentata tra una bellissima e ingenua fanciulla ed un uomo più navigato ed apparentemente crudele, condita imparzialmente sia di personaggi inutili (giovani poveri ma di buon cuore, cicisbei, parenti vari) che di trovate prevedibili e mal amalgamante (famiglie in disaccordo per ragioni sconosciute, lasciti testamentari sconsiderati, incomprensioni di anni), a cui l’autrice ha cercato di dare un certo spessore attraverso gli intrighi di una cugina ossessionata.

Il risultato invece è stata una vicenda piatta e scontata oltre ogni dire, nata forse con l’ambizione di assomigliare agli squisiti romanzi inglesi della Heyer e di altre apprezzate autrici di tale calibro, ma che si riduce ad essere una debole e frivola storiella che di storico non ha praticamente nulla a meno della copertina e dell’ambientazione. Un libro pessimo che non consiglio assolutamente.

Voto: gifVotoPiccola

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...