“Magia d’amore” di Barbara Cartland – Recensione

[Titolo originale: The race for love]

Titolo decisamente banale (mi vengono in mente un libro della Balogh esattamente identico, oltre ad un fin troppo simile “Magia di un amore” della Kleypas) per un romanzo insolito il cui tratto saliente è costituito dalla nascosta identità della protagonista e dai vivaci dialoghi che eroe ed eroina si scambiano non solo a cavallo ma ogni volta che restano soli. Un romanzo dunque che a dispetto di una presentazione non particolarmente accattivante si rivela scorrevole e avvincente.

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Il libro, ambientato nel 1885, si apre mostrando Alita, classica parente povera tollerata nel castello dello zio, un duca di antico lignaggio ma decisamente impoverito, perché è abilissima ad addestrare i cavalli che il nobiluomo alleva per arrotondare le entrate. Al contrario della bella ed elegante cugina sua coetanea, Alita non ha tempo per ricevimenti e corteggiamenti: la fanciulla infatti lavora dall’alba al tramonto nelle scuderie, indossando vecchi abiti più volte rammendati e stivali consunti troppo grandi per i suoi piedi. La sua vita, dura e monotona ma in fondo non priva di piccole soddisfazioni, viene improvvisamente travolta dall’arrivo di un ricchissimo americano, Clint Wilbur, intenzionato ad acquistare tutti i cavalli del duca e a restaurare la tenuta confinante. Venuto infatti a conoscenza della sue doti di amazzone, Wilbur pone come condizione per l’acquisto degli animali il fatto di poter disporre della consulenza di Alita nella risistemazione delle scuderie della propria residenza, circostanza che implicherà il nascere di una inattesa confidenza fra i due.

Sulla carta non avevo dato molta fiducia a questo titolo, avuto fra l’altro da una zia che lo aveva a sua volta ottenuto come omaggio insieme ad un periodico acquistato in edicola; non mi sembrava troppo promettente la vicenda di questa Cenerentola delle scuderie, troppo impegnata ad addestrare cavalli per avere il tempo di pensare ad altro. Devo dire che invece il romanzo ha fin da subito un avvio interessante, che attraverso la contrapposizione di Alita con la petulante cugina Hermione riesce a mettere in luce come l’equitazione – sebbene sia il fulcro nella vita della protagonista – non rappresenti il suo unico interesse. Alita infatti può essere ignorante in fatto di civetteria e chiacchiere da salotto, ma ha una mente pronta e la sua conversazione è più profonda di quella di molte coetanee.

Interessante poi è il vago mistero che aleggia intorno alla sua persona, appena accennato inizialmente ma che per quanto sottinteso non manca di incuriosire. Si capisce infatti che Alita non è una lontana e disprezzata cugina senza denaro, ma in fondo non è nemmeno trattata come la tipica parente povera (dignitosamente confinata sullo sfondo degli impegni sociali dei duchi, a metà fra la governante e la dama di compagnia): trattata come la nipote che effettivamente è quando la famiglia è sola, la fanciulla letteralmente scompare appena si presentano ospiti. Cosa mai nasconderà questa intrepida amazzone per giustificare un simile comportamento? L’interrogativo resta aperto praticamente per tutto il romanzo e la sua chiusura sul finale spiega e giustifica alcuni comportamenti altrimenti poco ragionevoli sia dell’eroina che di chi le vive accanto.

Ben caratterizzato è anche il protagonista, Clint, che come è lecito attendersi da un eroe di romanzo si rivelerà ben diverso da quanto gli altri preventivamente hanno immaginato. Non un rozzo cowboy in stivaloni e cappello, né un arricchito che cerca a tutti i costi di ostentare il proprio denaro, ma un uomo dalla personalità sfaccettata, che si interessa di arte ma anche di cavalli, che apprezza la buona musica e il teatro. Per una volta non siamo di fronte al classico libertino un po’ cinico e annoiato, di Wilbur non si conoscono grandi avventure sentimentali e ogni suo atteggiamento è quanto mai lontano dal cliché dell’uomo privilegiato stanco della sua vita dorata. Se dunque in Alita la Cartland ha tratteggiato un’abbastanza prevedibile Cenerentola, si riscatta nel proporre una controparte maschile fuori dagli schemi, libera dai preconcetti comuni alla nobiltà britannica del XIX secolo. Non sorprende dunque che Clint abbia saputo cogliere le potenzialità inespresse di Alita e anche se il modo in cui lo dichiara – paragonandola ad un cavallo con la criniera spettinata e il manto opaco – non è dei più lusinghieri, il risultato finale ottenuto sulla fanciulla è proprio la magia promessa dal titolo italiano.

In definitiva questo romanzo è, come accennavo nella parte iniziale del post, un libro brioso nel quale corse a cavallo si alternano a frizzanti dialoghi che spaziano dalle considerazioni personali all’amore per la letteratura. Non un capolavoro sicuramente, ma una lettura d’evasione romantica senza essere sdolcinata, avvincente pur nel più classico schema dell’amore tormentato coronato dall’atteso lieto fine.

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