L’estratto della settimana: “Con i tacchi è un’altra cosa” di Lucia Bonelli

Tendenzialmente io preferisco gli autori stranieri (in particolare britannici o statunitensi) rispetto agli italiani, le eccezioni sono notevoli – come Guareschi – ma rare. Non saprei dire esattamente cosa io preferisca nella prosa estera, visto che spesso i romanzi che leggo hanno luogo in Italia e magari è italiano anche uno dei protagonisti, il che mi porta a concludere che non sia l’ambientazione il fattore discriminante. Forse è proprio la narrazione in sé, che spesso nelle opere dei miei compatrioti mi pare o artefatta ed artificiosamente arzigogolata, o al contrario troppo colloquiale. O forse, semplicemente, ho l’abitudine di scegliere più spesso libri di scrittori non italiani perché sono maggiori i titoli a disposizione. Comunque sono consapevole di questa mia tendenza, così periodicamente mi prefiggo di dare un’opportunità agli italiani (soprattutto se esordienti) e faccio un paio di tentativi con opere nostrane. E’ il caso dell’estratto di cui voglio parlare oggi, “Con i tacchi è un’altra cosa“.

La presentazione del romanzo è stuzzicante perché lascia intuire come la vita della protagonista, Marina, sia destinata ad una clamorosa svolta in positivo grazie a quello che presumibilmente è uno scambio d’identità – ipotesi resa plausibile dal fatto che la donna viene assunta ad occupare un posto di lavoro prestigioso sotto il nome di Federica. A far da contorno a questo equivoco si profila anche un interesse sentimentale per il collega destinato ad affiancare Marina-Federica nel suo nuovo impiego, il bel Paul in procinto di sposarsi ma non per questo meno attraente.

Peccato che questi spunti, forse non originalissimi ma comunque ricche di potenziale, nell’estratto non facciano praticamente nessuna comparsa. Dopo un prologo che mi ha un po’ spiazzata, nel quale l’autrice si rivolge direttamente ai lettori per farsi confermare da loro che tutti almeno una volta nella vita desiderano essere qualcun altro e solleticare la curiosità affermando che proprio questo capita a Marina-Federica, si passa ad una narrazione in prima persona da parte di questa incasinata protagonista.

Marina infatti non solo a trentatré anni non ha un lavoro (e ha già fatto oltre trenta colloqui evidentemente finiti male), pare che non abbia terminato gli studi universitari, che non abbia un legame sentimentale degno di questo nome, che sia non poco tiranneggiata dall’autoritaria nonna, che si senta al tempo stesso bruttina (è magra magra e con i brufoli) e poco curata (esce da casa per una passeggiata con le scarpe quasi bucate, una tuta rossa, una gicca verde e una coda di cavallo che l’umidità rende subito spettinata). D’altra parte si dimostra anche abbastanza scorbutica, sia con un vecchio amico che sfugge velocemente perché lui le sbircia la scollatura, sia da un estraneo che ha il torto di investirla con la propria bicicletta ma si ferma anche a soccorrerla ricevendone solo qualche insulto e molte risposte sgarbate.

L’aspetto che probabilmente mi ha meno convinta di questa anteprima è proprio il tono conferito dall’autrice alla narrazione, che da un lato è volutamente colloquiale (quasi come se Marina stesse raccontando ad un’amica le sue disavventure comprensive di pensieri e riflessioni al riguardo), dall’altro fin troppo esagerato nelle situazioni. Per quanto una nonna possa essere di carattere forte, ed un dicembre romano mite (ma se la città è ammantata di neve non può esserlo troppo), che senso ha pensare di presentarsi ad un colloquio di lavoro con un abito di lino? E perchè insistere sul profumo del cappotto del giovane in bicicletta arrivando a dire che sapeva di lavanda e gelsomino quando la ragazza era così tramortita da non riuscire quasi a tener gli occhi aperti?

Anche alcune espressioni usate dalla scrittrice mi paiono un po’ forzate, per esempio il passaggio “la mia faccia orribile in bella vista, neanche fossi una lontra svizzera che sculetta in bikini sulle spiagge di Los Angeles“: forse che le lontre sculettano in bikini? e perché svizzere, se non forse per alludere al fatto che non sono a loro agio a Los Angeles? Tutta la frase mi pare artificiosa, poco spontanea, non di immediata comprensione (lo è il senso, ma non il motivo per cui è stata scelta proprio quell’immagine).

Come se non bastassero queste puntualizzazioni, espressioni e momenti a mio parere poco credibili, ciò che mi ha decisamente dissuasa dal proseguira la lettura del romanzo è il modo in cui la Bonelli adopera la punteggiatura. Non ho una laurea in lettere ma vedere la virgola (che dovrebbe coincidere con una breve pausa nella lettura) messa dopo il “che” mi disturba davvero. E l’autrice lo fa spesso in frasi che a mio parere non avrebbero alcun bisogno di quella virgola insolitamente apposta, come nel passo “Spalanco gli occhi umidi per le gocce che, annunciano l’arrivo della pioggia.“.

Insomma, può darsi che la storia raccontata in “Con i tacchi è un’altra cosa” sia interessante e divertente, ma io non credo che lo scoprirò mai perché troppi fattori mi spingono a non proseguire nella lettura di questo libro.

Giudizio dell’estratto:reading_book-sad_smiley

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