“Il paradiso degli orchi” di Daniel Pennac – Recensione

[Titolo originale: Au bonheur des ogres]

Il mio giudizio in breve:

Piacevole e tormentata storia di vita “comune” ambientata nel XX secolo, a cavallo tra imprevisti quotidiani e attentati dinamitardi; avventura e tanta ironia. Il romanzo sarebbe tecnicamente un giallo ma lo stile dell’autore è talmente particolare che si ha spesso di trovarsi di fronte ad un racconto ai limiti dell’assurdo, spesso spiazzante nella sua originalità.
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Il libro del quale ho scelto di parlare oggi, “Il paradiso degli orchi“, non è certo una novità editoriale; io lo avevo letto verso la metà degli anni ’90 quando era uscito da poco nelle librerie e ho scoperto che nel frattempo ne è stata anche prodotta una riduzione cinematografica.

Ho scelto di rileggere il libro la scorsa settimana un po’ perché l’ho visto mettendo in ordine in casa, un po’ perché non ricordavo nulla della storia a parte l’inconsueta (a dir poco) professione del protagonista: il capro espiatorio. Già, Ben Malaussèn, stipendiato nel reparto elettrodomestici di un grande magazzino, ha come lavoro quello di prendersi le colpe per tutti i malfunzionamenti che i clienti riscontrano nella merce, nel servizio, nell’assistenza. E non solo la colpa, Ben davanti ai clienti furibondi viene così aspramente e violentemente rimproverato dai capi che di solito il cliente insoddisfatto finisce per impietosirsi e ritirare denunce o pratiche con richieste di risarcimento.

Io del romanzo ricordavo solo questo insolito lavoro che Ben tiene stretto, nonostante si tratti di un impiego tutt’altro che gratificante, perché deve occuparsi dei numerosi fratelli che una madre un po’ sventata concepisce con compagni occasionali e poi scarica sulle spalle del suo figlio maggiore (Ben appunto). Rileggendolo ho scoperto una trama assai più corposa, nella quale la parte centrale è costituita dalle bombe che nel periodo natalizio scoppiano minacciose nel reparto giocattoli del grande magazzino, scatenando il terrore …

Scrivere questa recensione mi è riuscito particolarmente difficile perché lo stile di Pennac è davvero particolare e l’autore ha infuso in questo romanzo (che costituisce il primo di una serie di volumi dedicati alla buffa famiglia Malaussèn) una commistione di realismo e senso dell’assurdo che è arduo catalogare. Personalmente non posso dire di aver amato “Il paradiso degli orchi” perché tanti aspetti erano troppo esagerati, addirittura paradossali, eppure in un certo è stata proprio questa loro esasperazione a rendere insolita la lettura. Insomma, il mio giudizio del libro sarebbe stato un gradimento medio, ma Pennac ha caratterizzato tanto curiosamente la realtà narrata che ho poi scelto di catalogare il romanzo come interessante.

L’aspetto che, fin dalle prime pagine, colpisce subito il lettore è quanto la famiglia del protagonista sia astrusa, fuori dagli schemi, paradossale. I suoi numerosi membri sono un po’ la colonna portante del romanzo, sia perché la famiglia è vivace e imprevedibile in perfetto accordo con il multietnico quartiere in cui vive, sia perché degli attentati i vari Malaussèn si occupano più o meno attivamente. Thérèse, con la sua profonda passione per l’astrologia, si mette a fare calcoli strani per prevedere i momenti delle future esplosioni; il vispo ed intelligente Jeremy arriva a costruire bombe artigianali (che fa poi esplodere a scuola!) per dimostrare le sue teorie riguardo alle indagini. Ma anche gli altri membri della famiglia sono inevitabilmente colpiti da quegli attentati che la polizia non riesce a far cessare: chi si rifugia nella fotografia per metabolizzare l’accaduto, chi disegna spaventosi Babbo Natale, chi non sa scacciare l’idea di far saltare in aria il piccolo inquilino che le sta crescendo in grembo.

Eppure, nonostante il forte impatto emotivo delle bombe e le indagini a riguardo, non mi sento di affermare che sia questo il nucleo del romanzo, quanto piuttosto il modo non convenzionale con cui Pennac tratta argomenti violenti e spinosi, facendo della vita quotidiana odierna un resoconto al tempo stesso implacabile, malinconico, eppure a tratti scanzonato. Ciò che più mi ha impressionata infatti è proprio la maniera beffarda e dissacrante con cui l’autore ha saputo anestetizzare temi di per sé atroci.

Questo discorso parte in sordina con il lavoro stesso di Ben, costretto a subire in silenzio rimproveri immeritati nella speranza che la sua umiliazione e i suoi maltrattamenti trasformino il risentimento in pità, poi si amplifica con l’introduzione nella storia degli attentati. Attentati che il protagonista sdrammatizza la sera tramutandoli in racconti quasi scanzonati per i fratelli, ma che al termine del romanzo riveleranno la presenza di autentici orchi che sono ben peggiori di quelli fantastici che immaginiamo a combattere contro maghi ed elfi di tolkeniana memoria. Questi orchi sono terribilmente reali, li si potrebbe incontrare ad un incrocio per strada, e mostrano tutta la cattiveria ed il lato peggiore dell’umanità.

Insomma, “Il paradiso degli orchi” è un romanzo decisamente fuori dai canoni e fagli schemi, un libro che personalmente consiglio a tutti non fosse altro che per accostarsi a Pennac e sperimentare il suo stile. Al termine della lettura io non ho sentito scattare quella scintilla che mi spingesse ad acquistare subito il secondo volume dei Malaussèn, tuttavia il libro è stato interessante e non sono affatto pentita di avergli dedicato un po’ del mio tempo.

 

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