“La signora del castello” di Elsie Lee – Recensione

[Titolo originale: Mistress Of Mount Fair]

Il mio giudizio in breve:

Libro leggero, scorrevole ma un po’ datato, a metà fra il romantico ed il giallo all’acqua di rose. La componente investigativa è sicuramente centrale ma viene svolta con qualche buco di trama  e in maniera un po’ frammentata, tuttavia la narrazione procede senza intoppi e il romanzo si lascia leggere volentieri per scoprire come la protagonista uscirà dalle proprie difficoltà.

La signora del castello” è a mio parere un ottimo esempio di come la narrativa mezzo secolo fa fosse spesso intesa in maniera più leggera rispetto ad oggi: buoni e cattivi sono nettamente separati, l’eroina è quasi angelica, i colpi di scena limitati, l’imprevedibilità scarsa ma compensata da una maggior credibilità nel comportamento dei vari personaggi. La storia è di quelle che uno scrittore moderno trasformerebbe probabilmente in un tripudio di eventi inattesi, inganni e menzogne, senza disdegnare un tocco di violenza – la Lee invece ne ricava un libro quasi delicato, dove il delitto è il motore di tutto ciò che accadrà ma viene visto attraverso un velo di distacco, dove nessuno si comporta in maniera brutale e la tensione è soprattutto psicologica.

L’avvio della vicenda coincide con un evento tragico: la ricca Emily alla morte improvvisa del giovane marito Tom scopre di essere meno ricca del previsto, non proprio ridotta in miseria certo, ma lei che aveva una cuoca una governante e una domestica si trova a chiedersi se troverà il denaro per far frequentare al dodicenne figlio David una scuola prestigiosa prima di mandarlo ad Harvard, dove hanno studiato tutti i Deming da decenni. Proprio per economizzare sulle spese, la vedova sceglie di lasciare il costoso appartamento di New York e trasferirsi, almeno per i mesi estivi, all’Abetaia, grande villa nei boschi del Vermont che il marito le ha lasciato in eredità e che un giorno passerà a David.

Curiosamente, nonostante l’affabilità mista a cordoglio degli abitanti del piccolo centro di Demington, sviluppatosi all’ombra dell’Abetaia, nonostante sia circondata dalle persone che avevano conosciuto meglio Tom, nonostante l’aiuto datole dalla governante che è riuscita in pochi giorni a trasformare la villa in una elegante pensione, Emily si sente più sola che mai. Ma soprattutto comincia a sospettare che la morte del marito non sia stata accidentale, e che ora anche lei e il figlio siano in pericolo …

Come dicevo poche righe più sopra, il romanzo è un giallo, ma un giallo che oggigiorno a paragone con storie molto più violente, adrenaliniche, ricche di colpi di scena ed intrighi, appare abbastanza piatto e lineare. Per quanto infatti ci siano più personaggi all’Abetaia che potrebbero essere collegati alla tragica morte di Tom Deming, non ci saranno grandi capovolgimenti di fronte: chi per qualche motivo suscitava sospetto e diffidenza risulterà essere effettivamente invischiato in loschi traffici, mentre coloro che ispirano simpatia si riveleranno aiuti preziosi e persone oneste. Analogamente, per quanto la protagonista si metta più volte nei guai, non le verrà torto nemmeno un capello e il cattivo della situazione non farà molto di più che mentire e blandire, senza mai lasciarsi andare a nulla di davvero volgare o violento (a parte l’iniziale omicidio di Deming).

Copertina di un’edizione in lingua originale del romanzo

La conseguenza più evidente è che la narrazione, già di suo più ricca di tensione psicologica ed emotiva che non fisica, non diventa mai tanto serrata da sfociare nel pathos. Emily è un personaggio forte, ma forte come poteva esserlo una donna ricca degli anni ’60, abituata a che le venga servito il caffè in biblioteca e preoccupata che trovandola sportivamente vestita in pantaloni un uomo possa chiedersi stupito il perché di un simile abbigliamento. In effetti uno stile pacato unito ad un ritmo tutt’altro che serrato potrebbero far pensare che “La signora del castello” sia un libro noioso: ebbene, così non è, soprattutto io credo perché in realtà la Lee non scrive in maniera volutamente poco briosa, si limita a trattare con aristocratico distacco la situazione, dandone una visione non esattamente edulcorata ma di certo un po’ riarrangiata in chiave borghese.

A rivoltellate o a cazzotti avrebbero forse potuto prendersi i delinquentelli del Bronx, all’Abetaia i segreti sono custoditi in cassetti segreti celati nei muri, i visitatori irrompono passando da scale nascoste nelle spesse pareti, una pallottola sfiora Emily ma non le causa alcun graffio e solo una (vaga) apprensione. Un po’ come la Cartland ha ripulito l’Ottocento popolandolo di virginali fanciulle il cui fascino fa innamorare quasi all’istante cinici libertini, la Lee pare aver spogliato le macchinazioni che hanno luogo a Demington di quella che poteva essere la loro brutalità e passionalità per servirle ai suoi lettori come un delicato scontro di ingegni, in cui Emily trova il tempo per fumarsi una sigaretta e bere una tazza di tè.

Non posso dire di aver particolarmente apprezzato questo libro, tuttavia non l’ho neppure trovato sgradevole ed anzi lo suggerirei a chi desidera prendersi una pausa da letture più serrate e mozzafiato, con le quali “La signora del castello” ha decisamente poco in comune.

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