“In cerca di Atlantide” di Andy McDermott – Recensione

[Titolo originale: The Hunt for Atlantis]

Il mio giudizio in breve:

Romanzo che aveva delle grandi potenzialità grazie allo spunto che unisce l’idea della caccia al tesoro (letteralmente) e del mito di Atlantide, ma che si perde in prolisse descrizioni di armi e apparecchi tecnologici, in troppo frequenti esplosioni sparatorie ed inseguimenti, in un colpo di scena assolutamente prevedibile e in personaggi stereotipati con poteri da supereroi.

In cerca di Atlantide” è un chiaro esempio di come un libro dall’inizio promettente e pieno di spunti intriganti possa scadere nella banalità e nell’irrealismo così spinti da risultare monotono e deludente. Come dice il titolo e come avevo già accennato nel post dedicato all‘estratto iniziale del romanzo, la storia è imperniata sulla ricerca di Atlantide, ossessione di una coppia di archeologi (che proprio durante questa inesausta ricerca ha trovato la morte) e della loro figlia Nina, a sua volta archeologa e a sua volta stregata dal mito dell’antica civiltà sprofondata negli abissi.

Nina nei dieci anni trascorsi dalla morte dei genitori ha studiato ed elaborato una nuova teoria sulla possibile localizzazione di Atlantide, e benché il suo progetto di ricerca non ottenga la convalida della commissione universitaria che dovrebbe sovvenzionarlo, subito dopo aver presentato la propria tesi si vede al centro di una rete di intrighi. Da un lato infatti viene corteggiata dalla Fondazione Frost, un ente privato fondato da un eccentrico miliardario norvegese famoso per il sostegno a iniziative benefiche, per i laboratori di genetica e per le ricerche archeologiche, dall’altro la misteriosa organizzazione chiamata Fratellanza cerca in ogni modo di ucciderla prima che lei possa realmente giungere sulle tracce di Atlantide.

L’idea di una caccia al tesoro intorno al mondo per portare alla luce i resti di una civiltà entrata nel mito era affascinante e ricca di potenzialità, eppure l’autore a mio parere non è riuscito a trarne alcuno spunto originale finendo per assommare nel romanzo tutto il peggio dei cosiddetti libri d’azione. La trama innanzitutto: senza entrare nel dettaglio per non svelare quello che dovrebbe essere il colpo di scena conclusivo, posso comunque dire che McDermott ha scritto una storia legata ad Atlantide senza parlare né di archeologia, né di antiche civiltà, né di metodo scientifico. A parte qualche rara citazione dalle opere di Platone e qualche vago accenno ad unità di misura che dovrebbero permettere di localizzare il sito, lo scrittore dedica molto più spazio alle descrizioni tecnologiche (elicotteri, sommergibili, auto e moto di lusso) oppure agli inseguimenti mozzafiato ed alle sparatorie che non alla ricerca di Atlantide.

Certo, ne descrive la stupefacente cittadella, ma sembra quasi una guida turistica che esponga le bellezze per una pubblicità; non c’è la tensione della scoperta perché tutto è ridotto ad un perenne rincorrersi di buoni e cattivi seguendo quelle che sono le geniali intuizioni della protagonista, occasionalmente supportate da qualche prova ottenuta con le più avanzate fotografie satellitari, tecniche radar o scandagli oceanici in grande stile. A parte portare i lettori dentro monumenti più o meno miracolosamente conservati, facendo prima superare qualche trappola per rendere la cosa più emozionante, non c’è mai attenzione per una civiltà così avanzata da costruire simili edifici oltre diecimila anni fa.

La stessa superficialità caratterizza anche l’approfondimento dei personaggi, che sono quanto di più stereotipato si possa immaginare: i due antagonisti dal passato militare, in precedenza amici ed ora rivali fino alla morte; la guardia del corpo supereroe (capace di piombare oltre i precipizi, risalire dalle profondità marine con la muta strappata, abbandonare un aereo che sta per schiantarsi – il tutto riportando poco più che un naso rotto); l’eroina bella ed intelligente, interamente votata alla passione di una vita; un portentoso James Bond al femminile (la bionda ed algida Kari) che non solo possiede gingilli tecnologici notevoli ma spesso ha contribuito a progettarli trovando pure il tempo di diventare esperta di arti marziali, design ed arredamento, moto da corsa, armi da fuoco; il pazzo megalomane che vorrebbe sterminare tre quarti del pianeta per una sua fissazione.

Alcune edizioni straniere del romanzo, tutte a mio parere più pertinenti con la trama rispetto a quella italiana (che è suggestiva ma davvero non c’entra nulla con la storia, visto che di monti emergenti dall’acqua non c’è proprio traccia nel libro)

In questo romanzo di McDermott non c’è nulla di nuovo, mentre compare davvero tutto quello che ha già arricchito in precedenza il filone avventuroso della narrativa. Come se non bastasse poi questa scarsa originalità, l’autore si lascia andare fin troppo spesso ad esplicite citazioni riguardanti Indiana Jones, James Bond, Lara Croft: non esattamente esaltanti tutti questi riferimenti in un libro che già come situazioni proposte non si sta distinguendo per originalità.

L’idea che il gruppo di Nina, Eddie e Kari riesca a rintracciare non una Atlantide soltanto ma addirittura l’antichissima cittadella e due sue nuove fondazioni più recenti è buona, così come la corsa intorno al globo in ambienti diversissimi fra loro (la giungla amazzonica, l’oceano e le vette tibetane sono tre fra i più suggestivi scenari che si possano immaginare), eppure non c’è pathos in questa perenne corsa contro il tempo per localizzare i siti indicati dagli scarsi indizi a disposizione. Da un lato perché tutta la tensione dovrebbe derivare solo dal pericolo rappresentato dalla Fratellanza, ma dopo tutti gli schianti di elicotteri, scoppi di bombe, devastante fuoco d’artiglieria (dai quali gli eroi escono pressocché indenni) la cosa risulta solo ripetitiva; dall’altro perché in realtà solo il primo sito rivela qualche sorpresa – con le tre prove richieste per entrare nel tempio – poi la situazione non ne è altro se non una replica semplificata.

E parlando delle famose prove: quella di forza è un po’ essenziale (basata proprio solo sulla mera forza fisica), quella di agilità al limite dell’assurdo (non basta l’agilità vista la presenza di caimani e piranha, oltre che di un cornicione spesso meno di due centimetri al quale sfido qualsiasi essere umano reale ad aggrapparsi con successo), quella di intelligenza … risolta con un trucco e tirando in ballo poi uno stranissimo sistema di misura tutt’altro che ben spiegato. Quasi farraginoso come la presunta ricerca basata su dna atlantideo, ricerca che non posso fare a meno di chiedermi su cosa si basasse (al di là della sua etica) visto che prima di trovare un resto indiscutibilmente riconducibile a quel popolo aveva come fondamento una mutazione genetica casualmente riscontrata in una ridotta percentuale di individui sparsi nell’intera popolazione mondiale.

La critica britannica in testate del calibro del Mirror ha recensito questo libro affermando che “Di rado il romanzo d’avventura ha raggiunto tali esiti epici” (giudizio messo ben in evidenza nella copertina dell’edizione italiana come chiosa subito sotto al titolo), tuttavia per quanto mi riguarda non posso che sconsigliare la lettura di un volume che mi ha davvero annoiata molto e che non ho trovato né trascinante né emozionante.

Voto:gifVotoPiccola

 

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